Quando l’allievo è pronto

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E’ notte fonda e mi lacrimano gli occhi. Le luci al neon del lungo corridoio, spietate, completano l’opera.

Disteso sul lettino dell’ecografia di Pronto Soccorso c’è lui, Antonio. Ha 60 anni e lo sguardo triste.

Tanto lo so che ho qualcosa di brutto, dice con aria rassegnata.

Ma dai, rispondo io. Adesso facciamo l’ecografia e poi le dico tutto, vedrà che non ci saranno problemi.

E invece qualcosa di brutto ce l’ha davvero. E come dubitarne, d’altronde: quel viso scavato, cereo. Le borse sotto gli occhi. La schiena curva. Certe volte potremmo tranquillamente fare a meno dell’imaging, ma non nel senso che intendono gli stolidi.

Io ne ho passate tante, dottore, commenta asciutto Antonio mentre si riveste. Affronteremo anche questa. Anzi, sa che le dico?

No che non lo so.

Che come è successo tante altre volte nella mia vita, il maestro arriva quando l’allievo è pronto.

Beh, io in questo momento della mia vita non riesco a convincermi della bontà della filosofia di Antonio: più che una connessione di puntini, a volte guardandomi indietro vedo solo del gran casino privo di significato. Potessi raggiungere in qualche modo il bambino che sono stato, molti e molti anni fa, non avrei grossi viatici con cui mandarlo in giro per il mondo. Il che, probabilmente, è proprio quello che all’epoca lui, il bambino intendo, aveva già perfettamente compreso.

Ma il problema è un altro. Se il maestro arriva quando l’allievo è pronto, bisogna solo sperare che quando il maestro va via l’allievo ne abbia tratto tutti gli insegnamenti possibili e sia pronto a guardare oltre o a essere a sua volta il maestro di un altro allievo.

Ecco: se c’è un augurio che oggi mi sento di fare ad Antonio, al di là delle solite frasi di circostanza, è proprio questo.

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