Questi sono i tempi in cui o tutto o niente

Vi capita mai di percorrere una pezzo di strada in auto e attraversare una campagna sterminata? Oppure di essere costretti a un’escursione montana lungo sentieri asfaltati l’ultima volta parecchi anni addietro? In entrambi i casi può capitare di scorgere casali abbandonati o resti di costruzioni di altro tipo, come quelli in cui mi sono imbattuto pochi giorni fa appena prima di una malga sperduta sul monte Grappa.

Bene, non so voi ma la mia prima reazione a una costruzione abbandonata è un magone che non finisce più. Il casale abbandonato in mezzo al vigneto è stato sicuramente abitato, molti decenni prima, da un fattore e dalla sua numerosa famiglia. Tra le sue mura diroccate qualcuno ha fatto l’amore, litigato, cresciuto bambini, pranzato e cenato ogni santo giorno. Abbandonare una casa è come ammettere pubblicamente la sconfitta di un progetto, di una speranza di vita. A volte è semplicemente la ricerca di una soluzione più facile: il contadino che negli anni ’60 e ’70 lasciava perdere la fatica dei campi e si inurbava per fare l’operaio ne è l’esempio più banale.

Ecco perché quando qualcuno rileva il casale abbandonato e lo riporta a nuova vita mi si apre il cuore. Perché in quel momento non si tratta soltanto un nuovo inizio ma anche di un recupero in piena regola. I muri sono porosi, finché stanno in piedi conservano intatti gli echi degli eventi a cui hanno assistito. I muri sono custodi silenziosi di un patrimonio sentimentale destinato a esaurirsi, prima o poi. Salvo i casi miracolosi, come quello di Pompei, dove i muri maestri delle vecchie case romane cantano melodie così potenti da potersi ascoltare all’altro capo del mondo.

Altre volte, purtroppo, svuotare una casa è il solo modo per salvarla da una distruzione sicura. Dopo un terremoto, per esempio, i muri rimasti in piedi vanno puntellati: ricordo con grande tristezza e nostalgia le case lungo il corso del mio paese, dopo il terremoto del 1980, i cui muri vennero puntellati con lunghe travi di legno scuro che rimasero lì per anni interi, prima che si mettesse mano ai restauri, fino a diventare parte integrante del paesaggio urbano.

È così che vanno le cose, in anni bui. Si puntellano i muri e si aspetta il momento propizio, una stagione buona per ricostruire. Come recita la canzone dei Queen, questi non sono tempi per mezze misure: bisogna raccogliere pietre, sporcarsi le mani di terra e cemento.

Perché o è così, nella vita, o non può essere niente.


La canzone della clip è “Under pressure”, dei Queen, tratta dall’album “Hot space” (1982). La canzone ha molto a che fare, oltre che coi Queen, anche con David Bowie: vi consiglio quindi di cercare la sua storia in Rete, per certi versi è davvero illuminante.

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