Recensione: Cacciatori di frodo

Posso affermare, con una certa presunzione e senza la pretesa di spiegare il perché, di conoscere l’Autore: Alessandro Cinquegrani. Nella maniera obliqua delle conoscenze inattese, impreviste e imprevedibili, quelle che arrivano fuori tempo massimo e riempiono di stupore, vertigine e meraviglia. E posso anche dire che di Alessandro, più di ogni altra cosa, io amo i silenzi: perché a volte non c’è nulla da dire, in generale, ma saperlo tacere è una virtù di pochi.

Ecco perché, quando ho letto Cacciatori di frodo (e l’ho letto in anteprima da un mucchietto di fogli A4 gualciti, immagino, dalle sue febbrili riletture), mi è sembrato di scorgere in controluce la sagoma del suo autore e, in qualche modo oscuro, di (ri)conoscerlo.

Leggerete, nella presentazione del libro sul sito internet della casa editrice, che il suo romanzo ha una struttura circolare e ossessiva: il che riflette abbastanza bene la realtà dei fatti. Alessandro ha smontato i modelli classici del romanzo italiano, che nel corso degli ultimi decenni sono miseramente involuti (come il resto dei modelli culturali nazionali, d’altronde) e ha rimesso insieme i pezzi in modo, non saprei come altro definirlo, scomodo. Il risultato è una storia crudele che gratta come carta vetrata, stride come unghie su una lavagna o come il distorsore rotto di una chitarra elettrica. Il risultato è un colpo d’occhio drammatico sull’incrociarsi beffardo di ossessioni familiari nella luce cupa del Nord Est, la cosiddetta locomotiva d’Italia: uno sguardo che al tempo stesso è consapevole ma estraneo, da emigrante o da ospite coatto in terra straniera.

In seconda di copertina viene scritto: (…) La storia di una dannazione, una corsa a perdifiato verso l’inferno, o forse un vademecum su come diventare cacciatori di frodo, clandestini del pensiero nell’epoca della banalità (…).

Dissento su un particolare: questa, che stiamo vivendo, non è un’epoca di banalità. È piuttosto un’epoca di bestialità: quella che Alessandro riesce a descrivere senza il pudore ipocrita, fintamente tranquillizzante e puzzolente di sacrestia, che contraddistingue le nostre abituali narrazioni del mondo.

Leggetelo, insomma: vi farà bene alla maniera di una medicina amara.

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