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Un silenzio che non vi dico.

Ritmi da bipede evoluto e non da quadrupede ferino a caccia grassa. Studi con medici che ci lavorano dentro, armati di molta dedizione, refertando a voce bassa. Tecnici che si muovono silenziosi, salutandomi col sorriso ogni santa volta che mi vedono passare nei corridoi. Infermiere talmente rapide che a volte sento il loro saluto quando già sono passate oltre; e altre volte solo la scia del loro profumo.

Io dentro uno studio enorme, che quasi mi vergogno di quanto gli altri stiano stretti nei loro, con il bagno annesso. Secondo la filosofia di Fantozzi, beh, questo sarebbe il massimo: dicono che sei arrivato da qualche parte solo quando puoi dire che nel tuo water non ci piscia nessun altro a parte te.

Io, ancora, che mi reco con frequenza inedita in Direzione: quattordici anni nella vecchia azienda e in quelle stanze mi hanno visto, se non ricordo male, solo la volta in cui vollero  conferirmi la medaglia al merito dell’unita operativa semplice di Pronto Soccorso.

Poi l’altro ospedale, quello piccolino, quello con vista sull’Adriatico: spazi enormi, incongrui, da colonia marina: sembra un nosocomio degli anni ’60 e probabilmente è proprio in quel periodo che fu eretta la struttura. Ho aperto una finestra e l’aria salmastra del mare che conosco così bene mi ha riempito le narici del suo odore forte, e la memoria di ricordi pazzeschi. Troppe orme, su quella battigia incantata: per fortuna ogni tanto il mare avanza e cancella tutto, come gesso su una vecchia lavagna.

Così si può pensare di ricominciare tutto daccapo, e stavolta farcela.

In qualche modo, quale che sia: ma, una volta tanto, abbracciati a sé stessi.

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