Riesco a vedere l’orologio fuori che fa tic tac, tutto è così tranquillo e perfetto

Sono quasi undici anni che mi conoscete, no? Dunque sapete che non ho mai risparmiato le mie critiche a un sistema sanitario impazzito e che non ho mai smesso di lodare gli operatori che, in un modo o nell’altro, si sono opposti alla china discendente lungo la quale ci siamo avviati. Poi però accade qualcosa che fa chiarezza sui miei pensieri confusi, e allora sento il bisogno di condividerla con voi tutti.

In settimana, forse era giovedì, il mio amico e collega radiologo Johnny è andato in pensione. Ha postato su Facebook la foto dell’ultima strisciata di badge: sorrideva, è vero, ma solo con la bocca. Gli occhi no: gli occhi sembravano spersi. Il salto che stava facendo, in quel preciso momento, era troppo grande per poterne realizzare subito gli effetti.

Perché, vedete, la sanità italiana è piena di persone come il mio amico Johnny: professionisti che si sono impegnati allo stremo e hanno dato fondo, in quasi quaranta anni di onorata professione, a tutte le loro risorse. Senza che nessuno si prendesse la briga non dico di riconoscerne formalmente i meriti, che pure sarebbe stato sacrosanto, ma nemmeno di dar loro una pacca sulla spalla quando erano stanchi, stremati e il loro piccolo mondo privato andava a pezzi. Sulle spalle di quelli come Johnny si è appoggiato per decenni l’intero sistema sanitario nazionale. E loro hanno portato quel peso enorme con dignità, senza mai mollare la presa: anche quando gli stipendi venivano abbassati, i contratti hanno smesso di esser rinnovati, le amministrazioni hanno cominciato a chiedere sempre di più a sempre minor prezzo e il posto da primario nel loro reparto veniva vinto dall’incapace o dallo psicopatico di turno, purché adeguatamente raccomandati.

Allora io, in questi momenti, proprio non riesco a star zitto. Johnny oggi va via e tra un anno nessuno si ricorderà più dei suoi quarant’anni di ospedale, delle vite che ha contribuito a salvare, delle vagonate di inutili esami radiografici refertati con gli occhi che bruciavano per la stanchezza, delle consulenze richieste in piena notte da colleghi di Pronto Soccorso insicuri o in seria difficoltà. Nessuno ricorderà più le volte in cui ha retto con le sue mani reparti decapitati, confortato i radiologi giovani del reparto, sorriso alle segretarie, scelto con i suoi tecnici il miglior protocollo per quella dannata TC, rianimato con l’infermiere di turno il paziente in crisi anafilattica dopo avergli iniettato il mezzo di contrasto in vena. Nessuno ricorderà, o forse nessuno saprà mai, che Johnny ha pianto in silenzio tutte le volte in cui si è accorto di aver fatto un errore madornale; che il nome di quella paziente a cui, molti anni prima, aveva sbagliato diagnosi, non lo dimenticherà mai. Dovessero passare mille anni dall’ultima strisciata di badge, lui ogni notte sognerà i suoi errori, persone le cui malattie gli sono sfuggite perché purtroppo errare è umano. Anche per un medico.

Quindi, se nessun altro vorrà ricordare che dietro l’ultima strisciata di badge, dietro l’ultimo giorno di lavoro di un onesto professionista, si cela tutto questo universo di passione e scoramento e coraggio e paura fottuta, lo farò io. Lo farò con la forza estenuata delle mie parole, ricorderò per sempre Johnny e tutti gli altri miei colleghi congedati o prossimi alla pensione. Lo farò in ogni post, anche quelli che sembrano parlare d’altro. Lo farò fino al giorno in cui anche io dovrò strisciare per l’ultima volta il badge, e a mia volta verrò dimenticato da un sistema impazzito che trita insieme pazienti, medici, amministratori, giornalisti, politici, in un ragù senza gusto che invece di nutrire insudicia tutto.

O forse no. Forse nessuno di noi medici viene davvero dimenticato finché c’è un collega che parla a tutti del nostro ultimo giorno di lavoro, un tecnico che rimpiangerà le lunghe mattine di lavoro con noi, un paziente a cui abbiamo stretto la mano mentre piangeva di paura e quella stretta gli è rimasta attaccata dentro, accompagnandolo fino all’ultimo giorno di sofferenza su questa terra.

Per cui grazie di tutto, Johnny. Adesso goditi l’aria pulita delle tue colline, il vento, la luce del tardo pomeriggio. E, dopo una vita intera in mezzo ai grigi, adesso se ti fa piacere mostraci i colori meravigliosi del mondo. Mostraci i fiori, le montagne sullo sfondo, i casolari abbandonati nel bosco.

Trova per noi il lupo, e guardalo finalmente negli occhi.


La canzone della clip è “Memphis in June”, di Annie Lennox, tratta dall’album “Nostalgia” del 2014.

4 Responses to “Riesco a vedere l’orologio fuori che fa tic tac, tutto è così tranquillo e perfetto”

  1. cbibbolino ha detto:

    Bello e giusto ma proprio per questo bisogna difenderci uniti con gli strumenti che abbiamo e non pensare che basti fare il proprio personale lavoro Perché qualcuno continui e ricordi di te

  2. Biancaneve ha detto:

    Da paziente posso dirti che il lavoro dei medici bravi non viene dimenticato, ma portato nel cuore con gratitudine. Grazie di tutto Johnny e goditi il meritato riposo.

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