Riflessioni da omelia

Qualche giorno fa mi è mancata una persona cara. Capita, si sa: all’improvviso, quando meno te lo aspetti, spesso senza nemmeno essersi potuti salutare. E chi meglio di noi medici lo sa? Assistiamo a talmente tante dipartite, di ogni genere e grado, che alla fine la morte comincia a disvelarsi per quello che realmente è: una semplice tappa di ciò che tutti noi chiamiamo, ottimisticamente, vita.

Oggi, al funerale, e specialmente durante l’omelia del prete, ho pensato a un mucchio di cose.

Ho pensato, per esempio, che i legami di sangue sono importanti; ma anche che a volte trovi affetti acquisiti che ai primi non hanno nulla da invidiare. Come dire che i parenti non te li puoi scegliere, ma gli amici si; e che, non sempre, ma a volte nel cambio ci si guadagna.

Poi ho pensato che, come mi accade ogni volta, quando guardo un corpo morto ho sempre un vuoto colpevole di emozioni: come se mi trovassi di fronte a un involucro vuoto, il che probabilmente è anche vero, e nulla di quel corpo ricordasse la persona che fino a poche ore prima lo aveva abitato.

Ho pensato che ormai da tempo ai funerali non riesco a commuovermi per l’estinto: chi è andato è andato, specie se ha vissuto una vita piena e moderatamente felice, magari superando di slancio la settantina. Un po’ mi commuove il vuoto che le persone scomparse lasciano, che è un vuoto interiore e poco propenso a cicatrizzarsi: ma in questi casi riconosco la radice di egoismo che sottende la commozione e allora cerco di non piangere. Per non piangermi addosso, insomma, che non è mai un bello spettacolo. Molto mi commuove, invece, il dolore degli altri: perché è un dolore senza rimedio, di cui non conosci qualità e quantità, e al quale assisti impotente. Quando abbracci una persona che soffre scopri che il tuo abbraccio è sempre troppo piccolo, poco capiente, e le tue parole insufficienti al conforto. E allora il dolore degli altri diventa lo specchio del tuo.

E quindi, alla fine, ho pensato che davanti a una bara, in chiesa, con il sottofondo di un prete che parla a voce bassa, le tue convinzioni circa il dopo contano ben poco. Se credi nell’aldilà non hai bisogno di risposte: ci si incontrerà di nuovo, in qualche modo, o almeno si spera. E se non ci credi è uguale: bastano gli urletti di gioia di un bimbo di otto mesi, che risuonano nelle navate semivuote della chiesa, a ricordarti che un pezzo di chi se n’è andato è ancora qui, su questa povera terra, e ci resterà ancora per un bel po’.

Detto ciò: ciao, Max, e buon volo. Un giorno o l’altro ci si rivede.

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