Schegge #2

Ogni promessa è un debito, dunque stasera bimbi al luna park sebbene l’orrore atavico che il papà prova per posti del genere sia secondo solo a quello per i balli di gruppo sulla spiaggia, con vetusti ultraottantenni che arrancano al limite del collasso cardio-circolatorio, e alle rimpatriate con vecchi compagni di appartamento dei tempi universitari.

Il luna park, come tutti i luna park del pianeta, è di uno squallore infinito. I gestori hanno sguardi ferini da gitano incattivito e si vede lontano un chilometro che (1) il tuo divertimento non è il loro mestiere, (2) il tuo portafogli è il loro mestiere e anche la loro vera passione e (3) nella sciagurata ipotesi che tu diventassi per loro un serio problema di qualunque tipo potresti ritrovarti murato vivo nella facciata delle casette di plastica colorata che adornano l’ingresso al parco.

La ragazza che vende i biglietti dell’autoscontro ha gli stessi occhi vacui e la stessa parlata cantilenante del prototipo di segretaria americana proposto da Hollywood (per capirci, tipo quelle di Una donna in carriera), e mastica gomma con la bocca aperta facendo scoppiare grosse bolle; ma a mio figlio interessano solo i gettoni colorati, che vengono venduti al modico prezzo di 2€ cadauno per una corsa che si e no dura un minuto e mezzo.

Io staziono sul bordo della pista mentre un numero incalcolabile di bambini sudati e ipereccitati, tra cui il mio, si inchiappettano a vicenda con le macchinine gommate dell’autoscontro. Tutti tranne uno: un bimbo di otto anni circa, con il ciuffo ingelatinato, che guida la sua vettura con aria distratta tenendo il volante in una mano e nell’altra una lattina di coca, della quale sugge il contenuto con una cannuccia colorata. Il bimbo sembra assorto nei fatti suoi ma gli occhi li tiene bene aperti, tant’è vero che continuando a suggere coca dalla lattina riesce a evitare senza grossi sforzi qualunque genere di urto con la ventina di altri scalmanati che nel mentre si danno sulla pista a guerre puniche in miniatura.

Quando manca ancora abbastanza al fischio di fine corsa, il bambino, sempre con noncuranza estrema, si avvicina al bordo della pista e con un gesto tecnico che non saprei riprodurre a parole parcheggia la sua automobilina nello spazio lasciato libero da altre due, una davanti e una dietro, giusto giusto per un’altra; e, non so come altro raccontarlo e voi per favore non chiedetemi di farlo, lo fa con una sola manovra. Poi rimane lì ancora qualche secondo, a succhiare coca dalla cannuccia e a guardare l’arena in cui gli altri si stanno scannando tutti sudati, quindi si alza e se ne va. Prima che finisca la corsa e sempre con quell’espressione di solenne noncuranza in viso.

Ecco, dovessi spiegare in poche parole cos’è quel tocco magico, quel fascino impalpabile, quell’atroce irresistibilità di cui ho sempre fatto difetto sia da bambino che da adulto, non troverei parole migliori. Con quel tocco ci si nasce; e quel tipo di tocco non si può improvvisare. Mai. Nell’intera vita.

Vorrei dirlo a mio figlio, ma in fondo ha solo cinque anni e mezzo ed è tutto preso dalla sovreccitazione dell’autoscontro.

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