Senghor

Anche in ferie, e forse proprio perchè in ferie, c’è occasione di raccontare storie; anche se non c’entrano nulla con la radiologia.

Stamattina passeggiavo in centro: sono stato fermato da un giovane di colore, che con molta cortesia mi ha proposto l’acquisto di un libro di poesie (per la cronaca, l’autore è Lèopold Sédar Senghor, politico e poeta senegalese di lingua francese). Mi sono fermato a fare due chiacchiere perchè questi ragazzi in genere hanno sempre una storia drammatica ma interessante alle loro spalle; e perchè in fondo, che diamine, chi cerca di venderti un libro non puoi davvero ignorarlo e tirare avanti come se niente fosse.

Ma una cosa mi ha colpito, e parecchio. Dopo avermi consegnato il libro, mi ha detto più volte, con un’insistenza venata quasi di ansia: Mi raccomando, adesso il libro leggilo, non buttarlo via.

Ho trovato questa affermazione colma di amore per l’oggetto che il ragazzo di colore mi ha venduto (e in realtà i libri non andrebbero comprati con i soldi, ma questo è un altro discorso e c’entra poco con l’oggetto del post), e ancor più colma di dignità: in fin dei conti mi ha affidato un frammento della sua cultura e della sua storia. Un pò come se io emigrassi in Giappone e vendessi per strada la Divina Commedia: mi seccherebbe se il giapponese di turno lo scaricasse nel cestino della carta straccia appena voltato l’angolo.

E mi chiedo se proprio non esistono altri modi per favorire l’integrazione che lasciarli vendere libri per strada; o perchè qualcuno, fra gli immigrati, trova il modo di insegnarti qualcosa e lasciare una traccia preziosa dietro di sè, mentre qualcun altro è invece sempre a caccia del modo migliore per farsi detestare.

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