Senza risposte

Stavolta è successo a me. E non in ospedale, ma in vacanza.

Tornavo da un giro in auto: a pochi metri dalla destinazione finale ho intravisto da lontano un capannello di persone; più da vicino, una moto sfasciata su un marciapiede. Inclinata di lato: una tristezza che solo le moto inclinate su un lato sanno emanare.

Sono sceso dalla macchina, c’erano a terra due ragazzini. Ho prestato i primi soccorsi, c’era sul posto anche un collega accosciato accanto a uno dei due, e io mi sono soffermato sull’altro. Che non stava malissimo: cosciente, mu0veva gli arti, aveva il bacino a posto, ricordava tutto. Un piede rotto, forse, ma niente di grossolano.

L’altro l’ho visto di sfuggita mentre mi avvicinavo, proprio mentre arrivava a sirene spiegate il 118: gemeva ancora, lo sentivo nonostante l’ambulanza. E allora mi sono defilato, perché non c’è niente di peggio per chi deve prestare soccorsi urgenti che trovare confusione inutile sul luogo del fattaccio. Fossero anche colleghi volenterosi.

Il giorno dopo la notizia che il ragazzo, il secondo, quello che gemeva riverso sull’asfalto, non ce l’aveva fatta: morto all’arrivo in ospedale, nella migliore tradizione dell’urgenza. Quella in cui, se passa la prima ora dopo l’incidente, il paziente è spacciato.

E da allora ho un groppo in gola, proprio qui, un magone che non va né su né giù. Penso a quella scena terribile e mi viene da piangere: perché non ho potuto far nulla, perché sono capitato troppo tardi sul luogo dell’incidente, perché se anche fossi arrivato prima non sarebbe cambiato nulla. Perché il ragazzo aveva sedici anni. Perché la moto buttata a terra, con le ruote deformate, ancora me la sogno di notte: e si che ne ho viste di scene anche peggiori, con il mestiere che faccio.

Io parlo molto, e scrivo ancora di più: però ci sono situazioni in cui non so proprio cosa dire. Posso raccontare, ma non è la stessa cosa. Vorrei avere risposte. Risposte al dolore. Ma quelle non ce le ho.

Mi dispiace.

15 Responses to “Senza risposte”

  1. Emiliano Bruni ha detto:

    Si, gli incidenti con moto sono la cosa peggiore indipendentemente dal tipo di trauma forse perchè è più facile per l’occhio e la mente adattarsi ad un paziente, magari riverso su un volante, ma comunque seduto che quando lo si trova riverso a terra in una pozza di sangue.
    Se poi vieni allertato dalla centrale per questo tipo di interventi allora arrivi già con la mente prevenuta e con tutte le difese alzate ma quando capita fuori dal servizio, quando sei per strada per i fatti tuoi, magari in allegra comitiva o magari stai ascoltando una canzone di quelle giuste e di colpo vieni sbattuto sulla strada a reggere il rachide di uno sconosciuto senza sapere se riuscirà a superare l’ora, beh è tutto un altro paio di maniche.

  2. Gaddo ha detto:

    Allora sai di cosa parlo. Purtroppo.

  3. lungalanotte ha detto:

    Gentile Gaddo,

    Mi dispiaccio nel leggere i tuoi due ultimi post.

    Non conosco di questo argomento amaro. Un piccolo pensiero a cui spesso mi sforzo di fare ritorno, però, dice circa così: face à l’obstacle, l’homme moyen abandonne ce qu’il a entrepris. Un grand esprit ne se lasse pas et termine ce qu’il a commencé, meme si mille fois des obstacles se dressent devant lui, jusqu’à ce qu’il ait remporté le succes.
    Una parola stonata, il successo, ma che qui odora dello stanco gesto di posar la testa sul cuscino la sera, e formulare quell’interrogativo informe che ci tormenta e a volte placa: ce l’avrò messa tutta? E’ stata durissima, ma sento che ho fatto del mio meglio per andarci vicino.
    Era in un libretto induista donatomi anni fa: un energico, quanto semplice invito a perseverare.

    Spero ti sia, come la rassicurante aspirina, piccola presenza lenitiva, lieve compagnia e conforto sul comodino quando ci sentiamo sopraffatti dall’infinita limitatezza e dal dolore insondabile.

    Un caro saluto.

  4. Gaddo ha detto:

    Carissima, come al solito sei abilissima a toccare nervi scoperti. O almeno i miei nervi scoperti.
    Perché il problema sta proprio in quel homme moyen, l’uomo medio, che la sera prima di poggiare la testa sul cuscino si chiede perplesso se ce l’ha messa tutta o no. Perché l’uomo medio se lo deve chiedere sempre, tutte le sere, se ce l’ha messa tutta. I grandi spiriti invece possono farne a meno: per loro anche il fallimento è di guida per chi li osserva speranzoso.
    Ma io non sono un grande spirito: sono un homme moyen che ha deciso di rimboccarsi le maniche e vedere cosa si può fare per migliorare lo stato delle cose, ben sapendo che i sorrisi saranno pochi e molti i pianti e gli stridor di denti. E sapendo altrettanto bene che nel momento in cui metti le mani nella pozzanghera può accadere di tutto: persino sporcarsele di merda, o sentirsele mordere da qualche animale feroce nascosto nella fanghiglia.
    Ma io sono un uomo medio con la testa dura. Ne ho passate abbastanza, nella vita, e l’infinita limitatezza mi spaventa meno di prima. Forse perché ho imparato a conoscere meglio la mia, di infinita limitatezza.
    E poi, mal che vada, ho sempre il tubetto di aspirine sul comodino, accanto al letto.
    Ti abbraccio forte.

  5. lungalanotte ha detto:

    Gaddo, uomo medio e gentile,
    eserciti il pensiero laterale con ostinazione, dimestichezza, ed umiltà.

    La medietà incorreggibile, semplicità operosa degli onesti, è un impegno quotidiano che costringe a mettersi in discussione a caro prezzo.
    Mentre cerchiamo di restare a galla tra i cocci, ci applichiamo e azzardiamo persino sogni migliori per le nostre professioni, famiglie, città.

    Grazie di offrire le tue cronache testarde, Gaddo: inviti a pensar bene del genere umano, della categoria, della nostra generazione in sala d’attesa.

    Un saluto affettuoso, e fiducioso.

  6. decimalegionemas ha detto:

    buongiorno. qualcuno di Voi sa che fine ha fatto il blog del medico di famiglia incazzato????

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