Si, io la conosco la mia strada, ma non è dove mi hai portato tu

Citando il Maestro, cioè David Foster Wallace, ecco la breve narrazione di una cosa divertente che davvero non farò mai più: la Casparetha.

La Casparetha o ciaspolata, cito dal sito omonimo, è una camminata competitiva e non, di circa 6 chilometri, che segue una pista innevata in mezzo al bosco. Si pratica con racchette da neve o sci d’alpinismo, è aperta a 700 iscritti e si ti tiene a inizio febbraio a Canale d’Agordo. Non c’è un tempo massimo di percorrenza, il che vuole dire che chi non ha intenzione di competere per la vittoria può prendersela comoda sapendo che una motoslitta chiudipista assicurerà l’arrivo di tutti i partecipanti. Questa è la versione ufficiale. La versione reale parte invece dalla sede della Pro Loco di Canale, alle ore 12 della data fatidica in cui si terrà la competizione.

Una gentile signorina ci informa che le ciaspole a noleggio sono terminate e che dovremo procurarcele altrove. Terrorizzato dall’idea di dover indossare per svariate ore quella specie di strumento di tortura medioevale per piedi di eretici, provo a chiedere se sono davvero necessarie: la ragazza scuote la testa con una punta di disprezzo e dice, no che non sono necessarie. Io abbocco: sono più furbo degli altri, questo è noto da tempo. Il resto dei partecipanti arrancherà con le barche di metallo ai piedi, io invece risalirò il sentiero agile come una gazzella e scattante come un go-kart. Un’altra ragazza, subito dietro di me, commenta soddisfatta: credo anche io di non metterle, dove sono passate settecento persone il sentiero sarà battuto come una pista da sci. Non ha idea del dramma che si consumerà nel bosco, quella stessa notte.

Mentre terminiamo l’iscrizione entra nella Pro Loco una famiglia: padre e madre, non di primo pelo, e due bambini, di cui il più piccolo in carrozzina. La gentile ragazza di cui sopra, alla richiesta di informazioni su come trasportare il piccolo, risponde: Potreste trascinarlo con uno slittino. Tenete a mente queste parole, ci torneremo dopo.

Alle 20 siamo in piazza, gremita all’inverosimile. Cerco di attaccare il pettorale numerato al resto della famiglia ma fa freddo e ho la punta delle dita praticamente insensibili. Comincio a preoccuparmi quando mi rendo conto che saremo davvero in sei-settecento a trascinarci lungo la camminata e, ancora di più, alla vista di un numero consistente di runners che per riscaldarsi corrono avanti e indietro per la strada principale, vestiti con tessuti tecnici sottilissimi e in testa il cappellino con luce incorporata: ognuno di loro, con quella corsettina di riscaldamento, ha già bruciato più calorie di quante ne bruci io in un anno solare standard. Hanno tutti in viso quell’espressione metà concentrata e metà paranoide, la stessa che immagino abbia avuto negli occhi il dottor Barnard entrando in sala operatoria per il suo primo trapianto di cuore, che ogni volta mi spaventa a morte. Lo so, mi rendo conto che ognuno di noi coltiva il suo bravo profilo psichiatrico e che bisogna avere per quello altrui la stessa indulgenza che si desidererebbe il prossimo nutrisse per il nostro; ma sappiate che dopo alcune esperienze nefaste, che mi hanno visto correre in spiaggia, all’alba, con le scarpe tecniche ai piedi o gettarmi in piscina, a gennaio, con la pelle d’oca alta due dita, sono finalmente giunto alla conclusione che qualsiasi tipo di sport, praticato dopo i venticinque anni, sia dannoso per la salute. L’uomo non è strutturato per correre, saltare, nuotare o volare: il nostro fisico ci rivela chiaramente che la vocazione umana è il camminare. Volete restare in forma senza devastarvi le articolazioni? Camminate. Oppure, al massimo, fate l’amore con frequenza quotidiana, che peraltro migliora anche il tono dell’umore. Il resto minerà il vostro fisico, vi ridurrà a sessant’anni a rimpiangere di non esservi rivoltolati nell’ozio per gli ultimi venti e getterà ampie luci sul vostro personale profilo psichiatrico e sul perché abbiate avuto bisogno di endorfine da sforzo fisico che evidentemente non siete stati in grado di produrre in altro modo. Ma adesso basta, scusate la divagazione e continuiamo il racconto della notte della Casparetha.

A un certo punto il presentatore della manifestazione, che parla a raffica come se stesse commentando per radio una partita della nazionale ed è inarrestabile come un deejay che abbia appena sniffato una pista di coca lunga venti centimetri, dà il via alla gara. I runner schizzano via alla velocità del fotone, faccio giusto in tempo a vedere la polvere di nevischio sollevata dalle loro ciaspole che già sono lontanissimi. Qualcuno mi dice che il record della competizione è di 30 minuti, ma io faccio finta di niente e mi accingo a seguire il serpentone di gente che si avvia pigramente verso il bosco. Scoprendo, fin dai primi cento metri, che non soltanto non sono più furbo degli altri ma anche parecchio più coglione: la neve è fresca e senza ciaspole si affonda anche fino a mezza gamba. Immaginatevi quindi una passeggiata notturna di sei chilometri nella quale, invece di godere dei pini innevati e della luce della luna, sono dovuto andare alla ricerca dei punti della pista in cui la neve fosse più compatta. Il mio ginocchio destro ancora ringrazia per l’attenzione.

C’è un primo punto ristoro a 800 metri dalla partenza. Mi faccio di brutto di vin brulè, assistendo nel contempo alla scena di autentici professionisti del settore che danno fondo alle scorte dell’intera Casparetha, e rifiuto il brodino caldo servito in bicchieri di plastica perché a tutto c’è un limite. Declino anche l’invito per le sarde in saor, di cui normalmente sono molto ghiotto, perché temo che la cipolla mi si riproporrebbe per tutto il resto della ciaspolata. Sarà l’unica buona idea che avrò per il resto della serata.

Il bello è che i bambini resistono con un coraggio e uno stoicismo che mi fanno finalmente comprendere, con un certo orgoglio da chioccia, quanto siano cresciuti. Peraltro, è pure il compleanno del grande: credo che questo compleanno non se lo scorderà mai più, dovesse campare cent’anni. Il tratto intermedio è infatti terribile: lungo, con la strada difficile, illuminato solo da piccole torce messe a bordo sentiero e che lui tenta ogni volta di spegnere buttandoci sopra la neve fresca. Dopo un’ora e rotti i bambini ogni tanto emettono qualche singulto di stanchezza concentratissima. Io, che praticamente non mi muovo dalla posizione di seduta da quando opero presso i vari ospedali del mare e dei fiumi, e che negli ultimi due anni ho solo lavorato di piede sinistro per la frizione dell’auto e di gomito destro per cambiare le marce, vorrei gettarmi come corpo morto nella neve fresca impetrando di essere lasciato lì a morire di una morte dolcissima, quella dell’assideramento. Considerate anche che la mattina e il pomeriggio avevo sciato, e non sciavo da due anni, e che le le mie gambe alla fine dell’ultima pista già facevano giacomo-giacomo. Inizio insomma a pensare che la ciaspolata sia la peggiore idea della mia vita, e non intravedo soluzioni alternative anche perché Runtastic, che ancora conservo tra le app del mio iPhone per rammentarmi dei periodi in cui sono stato fieramente coglione, mi comunica che la media tenuta dal mio gruppo è di appena mezz’ora a chilometro.

Dopo un periodo di tempo che a tutti sembra infinito raggiungiamo il secondo punto di ristoro. I nostri compagni di ventura si abboffano di gulasch, minestrine ai cereali e pasta e fagioli, io invece mangio solo due biscotti al burro e continuo la terapia a base di vin brulè, che almeno dà sollievo al sudore gelato che quando mi fermo corre sulla schiena dandomi i brividi. I bambini si sono gettati nella neve, pallidi come morticini, e qualcuno di loro rifiuta persino il cibo. Una delle compagne di viaggio suggerisce di scavare una buca nella neve, come gli eschimesi, e passarci la notte. Io vado alla ricerca di una possibile via di fuga, sarei disposto a pagare qualsiasi cifra affinché qualcuno ci riporti a valle. E invece niente da fare, non sono previsti per il secondo punto di ristoro i pullman che invece ci attendono all’arrivo per ritornare a Canale. Mentre un deejay particolarmente illuminato ci fa grazia della migliore musica degli anni ’80, compresa la cara “Moonlight shadow” (anno del Signore 1983, ricordi dolcissimi), un pensiero va alla famigliola con i due bimbi piccoli incontrata nella sede della Pro Loco a mezzogiorno, quando tutto era ancora da accadere. Spero con tutto il cuore che il papà abbia desistito, che abbia deciso saggiamente di non trascinare il figlio piccolo con uno slittino su salite la cui pendenza non è  inferiore al 10% e la neve fresca sotto le ciaspole; oppure, nel caso malaugurato che alla fine abbia sul serio trascinato la famigliola in quella follia collettiva, si sia astenuto dallo squadrare al cielo le fiche. Ma temo che l’abbia fatto: il tasso di bestemmie, nel gruppo dei viandanti, sta crescendo simmetricamente al tasso alcolico e alla stanchezza.

Il montanaro che serve i cereali ci comunica che non siamo a metà pista, come si era paventato con un certo sgomento, ma almeno a due terzi: il che vuol dire ancora un chilometro e mezzo di agonia. Dopo esserci ristorati ci mettiamo di nuovo in cammino: due salitine, ci informa il montanaro, e sarete arrivati. Intanto due salitine un cavolo: la seconda, soprattutto, piegherebbe i quadricipiti anche a un ciclista in forma mondiale. Ma alla fine ecco il traguardo: un gruppo di giovani ubriachi e scalmanati si lancia in una corsa che, immagino, ha lo scopo di stabilire la gerarchia del branco, e scaraventa a terra una delle compagne di viaggio. Io passo il traguardo e scopro di aver percorso la Casparetha in 2 ore e 38 minuti: il che, anche considerando le frequenti fermate e soprattutto la mezz’ora al secondo ristoro, è comunque un risultato vergognoso. I bambini agonizzano al suolo ma hanno ancora la forza di recarsi al terzo punto di ristoro, dove incredibilmente c’è gente che balla in sale gremite all’inverosimile, e dove riusciamo a mangiare un piatto di penne al ragù che ha almeno il pregio di rimettermi al mondo (forse a rimettermi al mondo è la birra fredda, ma tant’è). All’uscita, prima di sgomitare per l’autobus che ci riporterà a casa, ho la tentazione di aggregarmi a un gruppo di ragazzi che cantano canzoni sconce di chiara matrice goliardica; ma alla fine decido che l’autobus ha la priorità su qualsiasi altra attività ludica, e poi non vedo l’ora di farmi la doccia e perdere i sensi.

La mattina dopo, come immaginate, il vostro blogger deve fare i conti salati con i cinquant’anni incipienti: ma è la scusa buona per declinare la sciata quotidiana e dedicarsi al silenzio del paese deserto, al divano, a sane letture, al fuoco del caminetto e alla stesura di questo post. Per il quale i Canalesi, o Canalini, spero non me ne vogliano: perché io questo luogo lo adoro, prima o poi ci comprerò casa, e vi giuro che è proprio qui che vorrei morire, prima o poi, quando sarà tempo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Yes i know my why”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Vai mò” del 1981. Recentemente, in una bellissima festa di compleanno con musica dal vivo, mentre ballavo o bevevo o entrambe le cose insieme, ho sentito il bravo cantante veneto intonarla inventandosi le parole di sana pianta. E ho pensato che il mondo, davvero, è pieno di inconsapevoli eroi.

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