Studia, che è meglio

Marito e moglie. Giovani, sui quaranta anni. Lei è abbastanza tranquilla, lui mediamente preoccupato. A fine ecografia lui mi chiede se ho trovato qualcosa di strano; io lo faccio sedere e, mentre la moglie si riveste, gli spiego tutto con la dovuta calma.

Niente di grave, beninteso. A volte il problema dei pazienti non è tanto la patologia che li affligge ma la preoccupazione che accompagna la patologia stessa: e allora bisogna fare il famoso cinquanta per cento del nostro mestiere, ossia saper ascoltare e saper parlare nel modo giusto alle persone. Che magari, per una volta, solo di quello hanno bisogno.

Il marito, alla fine, si tranquillizza. Adesso ha il volto più disteso: mi ringrazia e fa un’osservazione insolita. Dice: Come parla bene, lei.

Rispondo: In che senso?

Lui: Nel senso che ha spiegato le cose in modo così chiaro, io resto sempre incantato da chi riesce a parlare in modo semplice di problemi complessi.

E poi mi racconta che da giovane non aveva mai avuto voglia di studiare, a stento si era diplomato e poi subito al lavoro: che il lavoro, da queste parti, è spesso una religione monoteista di quelle che non ammettono deroghe ai dogmi di fede. Adesso, a quaranta e passa anni, i rimpianti: di aver scoperto solo troppo tardi che là fuori c’è un mondo di curiosità da imparare, di libri da leggere e storie da raccontare e enigmi da decifrare e puzzle da comporre, insomma, che la vita non è solo correre veloce su un macchinone da cinquantamila euro per far la spola dalla fabbrichètta alla discoteca e ritorno.

Questo mi ha raccontato, il marito: con certi occhi velati non di tristezza ma di rimpianto, e che mi hanno messo i brividi. E i brividi mi vengono anche se penso a quanta gente passa attraverso questo oceano di meraviglie che è la vita senza quasi accorgersene, come se il viaggio non fosse già in sé lo scopo finale di tutto; e a mio nonno, che quando da bambino mi vedeva con la testa tra le nuvole usava dirmi, sorridendo: Studia, che è meglio.

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