Sul caffè del radiologo

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Per una questione di sopravvivenza, dunque, e non di voluttà: la tazzina di caffè soccorre il radiologo in difficoltà, e lo fa in modi differenti.

1. La mattina, appena arrivi in reparto. Quando vieni a sapere, per esempio, che per inesplicabili cambi di turno ti attendono sei ore in Tac e altre sei in pronto soccorso, senza soluzione di continuità, il collega rompe le palle con paternali liturgiche circa l’inopportunità delle tue richieste di aiuto e non hai altro modo di opporti alle regole casuali del dio spietato che ti ha catapultato nell’incubo. Tazzina di caffè forte, intensità non inferiore a 10, da assumere a denti ben lavati e in algida solitudine. Assaporarne le note amare, acidule, il retrogusto speziato. Se sopravvivi, dopo di essa tutto è possibile: anche scalare pareti rocciose verticali a mani nude.

2. Metà mattina, complice il collega (non quello della mattina, of course) che viene a chiederti un parere su un caso particolarmente complesso o solo a impetrare qualche minuto di intervallo comune. Per spezzare la monocorde attività di refertazione dei controlli ortopedici non occorre un caffè molto intenso, anche perché nelle vene circola ancora quello vigoroso della prima mattina, ma non è possibile scendere sotto un limite di dignitosa aromaticità. Insomma, ci vuole un caffè birichino, da condividere nei due minuti-non-più-di-due che l’intervallo consente, che non abbia pretese di svegliarti (perché sei già bello sveglio, e ci mancherebbe) ma solo di accompagnarti per mano nelle due chiacchiere generiche del momento. Direi un caffè di intensità 6, al massimo 8, equilibrato, che non lasci in bocca un retrogusto troppo potente ma che al tempo stesso non pecchi in robustezza.

3. Tarda mattina: caffè di rappresentanza, quello che ti tocca prendere per intrattenere l’ospite di riguardo anche se non ne hai voglia. A lui puoi propinare un caffè qualunque, anche se il vero cultore sa leggere negli occhi dell’ospite e proporgli il caffè più adeguato alla bisogna, ma per sé stessi è meglio declinare l’accortezza del decaffeinato, magari dissimulando bene il colore della capsula affinché il proprio compare non se ne avveda. Il terzo caffè prima di pranzo, infatti, può essere letale anche per chi non soffre di coronarie e predispone a palpitazioni pomeridiane che influiscono sulla capacità di concentrazione del radiologo.

4. Dopo mensa, che concomiti o meno il turno pomeridiano. Serve un caffè violento, eccezionale, intensità 11 o anche 12. E’ necessaria una tostatura straordinaria, un aroma che riempia lo studio e bisogna accertarsi che la crema sia spessa un dito: una specie di pietra tombale che preservi i profumi del caffè, specie se, come d’uopo a quest’ora, sia dotato di sapidi retrogusti di liquirizia. So che i dentisti avranno da ridire, ma questo caffè va rigorosamente assunto a denti (e lingua) lavati per bene e ripuliti dalle nequizie della mensa ospedaliera. Dopodiché, passato qualche secondo di meditazione, sarete pronti per le urgenze pomeridiane o per l’ultima botta di refertazione prima di rivedere la luce del sole (o anche no, se come in questo periodo si transiti per i cosiddetti giorni della merla).

5. Il caffè del pomeriggio è opzionale, riservato a casi eccezionali in cui l’attenzione del radiologo sia minata da poche ore di riposo notturno o da emicranie incipienti. Ed è libero, lasciato al gusto e alle necessità del momento, consci tuttavia che l’assunzione oltre le ore 17 comporta, al pari del terzo caffè della mattina, seri rischi di palpitazioni (serali, questa volta) e abbassamento del livello-soglia di sopportazione delle esuberanze dei figli (per chi, ovviamente, ha il privilegio di vedersi girare per casa infanti stremati dalla giornata scolastica, l’ora di basket o di danza, i compiti fatti o da fare).

Oltre è consigliabile non andare: con i tempi che corrono, se diventate più agitati del normale la soglia di tolleranza verso medici di medicina generale, geriatri e urologi si abbassa, e si eleva proporzionalmente il rischio dello sfanculamento, telefonico e non. Specie intorno alle 19, quando il vostro cranio sembra abitato da ovatta pressata e, inutile dirlo, vi angustiano le palpitazioni per i troppi caffè che avete assunto durante la vostra interminabile giornata lavorativa.

2 Responses to “Sul caffè del radiologo”

  1. Peppone ha detto:

    Il caffè-salvezza e panacea di tutti i mali lavorativi !
    I primi due anni di specializzazione, quando i turni li guardavo solo per non “lisciare” ecografia al posto di diagnostica o viceversa…tanto sapevo che in ogni caso la giornata sarebbe stata 8-21 (ad andar bene…), in quale periodo sono anche arrivato a “13” caffè al giorno. Di cui i primi due a casa, risveglio e prima di uscire, l’altro appena arrivato in reparto.
    Il quarto a stretto giro di posta, all’arrivo dello strutturato di turno…e via di seguito fino alla sera.

    Ma erano bei tempi, ero giovine e forte e riuscivo anche a fare un pò di palestra.
    Adesso non sforo i 5-6 al dì e mai oltre le 16 di pomeriggio !

  2. Gaddo ha detto:

    Vedi che alla fine anche tu rispetti la regola delle ore 16!

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