Svevo, Joyce e i privilegi della Letteratura

Anche durante la prima settimana di settembre ho avuto al lavoro la compagnia degli studenti liceali, quelli di cui ho già parlato qui: con uno di loro, Alessandro, ho parlato di libri e di letture.

Il punto è che, molto correttamente, i professori assegnano agli studenti un certo numero di romanzi da leggere per l’estate: ma loro si sentono disorientati perché la lista dei libri spesso non è di loro gradimento. Pirandello e Svevo vanno bene per una estate di letture a sedici, diciassette anni? E Joyce? Non sarà materiale troppo complesso per un adolescente che vive realtà ed esperienze completamente differenti da quelle narrate in quei classici? Forse si, forse no. Io ho letto la prima volta La coscienza di Zeno a quindici anni: a quella lettura devo una larga parte di precoci riflessioni esistenziali sulla vita e sul mondo e, soprattutto, il fatto che la rilettura del romanzo, a trent’anni sia, stata mille volte più godibile grazie alla memoria del lettore quindicenne che ero stato. Il che è normale: dentro una storia ci entri solo quando hai condiviso una parte delle esperienze raccontate dallo scrittore. Illudersi di capire Svevo a quindici anni è follia pura.

E allora perché leggerlo ora? mi ha chiesto lo studente. Beh, per motivi diversi. Intanto perché Svevo è stato un fenomeno ineguagliato della nostra letteratura: uno scrittore caprino con diversi romanzi illeggibili alle spalle e che a un certo punto della sua vita, senza che tuttora se ne comprendano i motivi, e quando chiunque altro avrebbe abbandonato già da tempo i sogni di gloria, sfornò il libro che avrebbe cambiato il corso del romanzo italiano del ‘900. Poi perché ogni romanzo ha in sé il seme dell’esperienza: da ragazzino il mio pensiero costante era di andare incontro alle cose della vita, per quanto possibile, già pronto ad affrontarle. Nei romanzi ci si trova invenzione, è vero, e mito; ma anche la vita di tutti i giorni. Senza arrivare agli estremi di Flaubert, direi che chiunque scriva, a qualsiasi titolo, mette dentro le sue righe parecchio di sé. Quel parecchio è esperienza già fatta da altri, a portata di mano, premasticata, che puoi pensare di utilizzare quando verrà il momento giusto: da questo punto di vista la letteratura per me è stata un vero e proprio investimento per il futuro, e sapeste quante volte la memoria di situazioni lette mi ha cavato d’impaccio quando ero in mezzo ai guai (Moravia non l’ha mai saputo, ma la prima volta che feci l’amore sembrai meno imbranato di quanto ero solo grazie alle sue inconsapevoli lezioni letterarie).

Io non sono di quelli convinti che uno scrittore andrebbe giudicato solo dalle sue opere. Se così dovesse essere, della Divina Commedia comprenderemmo si e no un quarto dei suoi mila significati. Un’opera è il suo scrittore molto più di quanto certa critica voglia convincerci a credere: da studente liceale non capivo perché il mio professore ci imponesse di studiare la vita e non solo le opere degli Autori; ma adesso, a 45 anni, tutto è più chiaro.

Per tornare all’esperienza di Alessandro: intanto, credo che per invogliare un ragazzo alla lettura andrebbe costruito un percorso su misura per lui, perché non è che a tutti piacciano o debbano piacere le stesse cose. Più nello specifico, vuoi fargli leggere Svevo e Joyce? Raccontagli dove e perché si sono incontrati, in che modo l’uno ha avuto influenza sull’altro, fagli vedere con gli occhi della fantasia lo scenario urbano di inizio secolo scorso in cui possono essersi incontrati, parlati, e aver scambiato opinioni sulla Coscienza di Zeno. Alla fine leggere entrambi sarà come sfogliare le pagine del diario di una persona conosciuta e cara: e si avrà l’impressione divina del grande privilegio di passare qualche ora in compagnia di due menti così straordinarie, anche a distanza di un secolo dalle loro vite.

Come dice un mio amico, i libri contano poco. E’ la letteratura che ha valore assoluto. E letteratura non è solo leggere un romanzo: è soprattutto comprendere l’importanza del privilegio che ti è concesso, in compagnia degli Autori, mentre sfogli quelle pagine.

8 Responses to “Svevo, Joyce e i privilegi della Letteratura”

  1. Pier Silverio ha detto:

    «Raccontagli dove e perché si sono incontrati, […] Alla fine leggere entrambi sarà come sfogliare le pagine del diario di una persona conosciuta e cara»
    Non so come ti vennero raccontati Svevo e Joyce, ma attualmente si fa proprio così (come hai suggerito), o quanto meno si dovrebbe (nel mio liceo è comunque piuttosto standard); ciò nondimeno agli studenti frega poco, molto poco, di leggersi il romanzo.
    La mia prof.ssa, laureata anche in drammaturgia, trasformava ogni lezione – per quanto possibile – in una piccola opera, con grande passione, competenza, e impegno, nel tentativo di rendere la materia interessante. E i risultati sono stati anche ottimi, dove ottimi significa che a circa metà classe è fregato qualcosa di letteratura.
    Non propongo una soluzione (un metodo d’insegnamento migliore), dato che per esperienza posso solo dire ci sono strategie migliori di altre, ma tutte comunque relativamente fallimentari. Ritengo che insegnare letterature alle scuole medie superiori sia un mestiere durissimo, che mette alla prova la propria intenzione d’insegnare ogni giorni. Io non so se ce la farei.
    In generale il problema è: come convincere un adolescente che leggere, studiare, imparare, vedere, fare qualcosa, se non gli sarà direttamente utile nella vita, almeno lo formerà come persona? Penso che sia una delle domande più difficili del mondo.

  2. Gaddo ha detto:

    Io la vedo molto semplice. Studiare, nell’Italia ai tempi della crisi, non può più essere un obbligo. Studiare è, semplicemente, il viatico che ti metterà in condizioni di trovare un lavoro decente (e quindi vivere in modo decente) in un mondo in cui le risorse stanno per finire e in cui il lavoro sarà sempre meno e raccomandare un cretino non converrà più a nessuno. La crisi ci sta avviando velocemente verso la meritocrazia: un percorso che non avremmo mai compiuto da soli. Noi italiani, dico.
    Mi sa che è finito il tempo in cui un ragazzo potrà dire a un altro: studiare è da sfigati. Dirò di più: in cui anche un medico, o qualunque altro lavoratore di concetto, potrà permettersi di affermare una cosa del genere. Siamo prossimi a una svolta epocale, oltre la quale chi non saprà fare nulla diventerà inutile, e dunque sacrificabile. Questo è uno dei punti.
    L’altro è cosa vogliamo fare delle oltre vite: se guardare Italia 1, magari dopo aver inviato il nostro spot personale, rincoglionirci sui social network o fare qualcosa delle nostre vite. Un diciottenne di oggi dovrebbe essere informato di cosa lo aspetta dietro l’angolo, e dovrebbe essere la scuola a farlo. Se poi uno vuole continuare lungo la sua china discendente pazienza, entro certi limiti si chiama selezione naturale. E la mia sensazione è questa: la selezione naturale nei prossimi anni sarà sempre più dura. Meglio armarsi e partire. Con un buon libro sotto il braccio, se possibile.

    • Pier Silverio ha detto:

      Eh però così devii il discorso: “studiare” non è “studiare letteratura”. Non sai quanta gente conosco che si è fatta il mazzo e ha sempre studiato (e continua a studiare) in vista della professione che intende svolgere, e che ha scelto di fregarsene bellamente di tutto ciò che non inerisce direttamente quella professione. In pratica: gente che entra a medicina con i migliori risultati (che poi mantiene) ma che non sa praticamente nulla di letteratura, filosofia, storia, geografia, arte, a stento sa cosa succede nel mondo, ecc. e che pure ha una conoscenza enciclopedica di biologia, chimica, scienze della vita in generale, e quanto basta di matematica e fisica. Tra l’altra questa tendenza è generale: nei test d’ingresso universitari ormani la distinzione si fa più sulla parte di cultura generale e logica che su quella di contenuti.
      E’ merito questo?

  3. fosforo68 ha detto:

    la letteratura offre chiavi di lettura di un epoca, di un periodo storico, ma alcune cose entrano nell’incoscio collettivo, per dirla alla Jung, altre meno…così la società, la vita, gli individui singolarmente sperimentano percorsi diversi, nuovi…dunque i classici si, ma per comprendere meglio i romanzi moderni…:)…poi ovvio che non tutto cambia..su alcuni punti l’essere umano risponde sempre più o meno alla medesima maniera…ecco perche’ alcuni testi sono immortali…però più che la letteratura come maestra di vita, parlerei della filosofia…così come più che la biografia dell’autore, è interessante il contesto storico in cui si è sviluppata l’opera, il “significato” sociale che ha avuto…un’opera diviene immortale quando l’individuo si è annullato…

  4. Renghen ha detto:

    IO invece sono sostanzialmente ottimista. Non posso credere che i giovani non sappiano trovare il bello e il sogno, anche e proprio perché in questo periodo così grigio e senza orizzonte. Sono certo che sanno scegliere cosa leggere, e lo fanno con la stessa fame di vita che avevamo noi da ragazzi.

  5. Gaddo ha detto:

    @ Pier Silverio

    Ti risponderò allo stesso modo in cui ho risposto ad Alessandro quando mi ha esposto i suoi dubbi circa l’utilità di studiare il latino. Gli ho detto che, è vero, il latino è una lingua morta e sepolta ed è parlato solo da una sparuta congrega di nerd in giro per il pianeta. Gli ho detto che il latino non avrà nessun effetto pratico sulla sua futuribile formazione di medico, e che chi gli dice che molti vocaboli medici sono mutuati dal latino e che quindi trarrà giovamento dalla sua conoscenza non hanno idea di cosa voglia dire lavorarsi i sei anni di medicina (e non saranno certo i rudimenti del latino ad aiutare il povero studente, che avrà invece problemi di apprendimento completamente diversi; senza contare che conosco ragionieri laureati in legge, dunque non è che conoscere una lingua classica, in questo senso, sia un vantaggio assoluto).
    Ma il punto non è questo. Il latino è una lingua che ha in sè qualcosa di matematico. Mettere il punto a una versione di latino è come aver risolto un’equazione. Il latino non serve in quanto tale, ma è una risorsa potentissima perché ti insegna a ragionare, ti costringe a sviluppare un metodo: e il metodo, come ripeto ad nauseam, è la chiave che differenzia lo studente modello da quello mediocre.
    Lo stesso discorso può essere traslato alla letteratura? Credo di si. La letteratura è come viaggiare: apre la mente, sviluppa nuovi orizzonti, propone modelli creativi e intellettuali di persone molto al di sopra di noi, come capacità e creatività, che ci hanno fatto dono del loro metodo di scrittura e delle loro esperienze.
    Un medico, lo scoprirai se farai quel mestiere, non è solo nozioni di biologia, anatomia, eccetera. Un medico è, o dovrebbe essere, fondamentalmente un umanista. Un medico senza cultura classica non è un medico: è un tiraossi, si occupa del problema, della patologia, ma è incapace di valutare la persona nel suo complesso (questa è già di suo una deriva della medicina moderna occidentale, e rischia di peggiorare con l’implementazione delle tecnologie mediche).
    Per cui leggere serve, sempre e a prescindere. Ci sarà un giorno per ciascuno di noi, un concorso, un colloquio informale, una cena di lavoro, una relazione in un congresso, in cui saremo misurati non solo per la bontà dei nostri numeri ma anche per la nostra capacità di vedere oltre, di immaginare un futuro complesso, di fornire messaggi importanti a chi ci ascolta o ci valuta. Quel giorno chi ha letto molto avrà una marcia in più; gli altri saranno bravi coi numeri e il resto, ma resteranno indietro.

  6. Gaddo ha detto:

    @ fosforo68

    Inutile dire che sono d’accordo. Ma trovo che il confine tra letteratura, storia e filosofia sia molto più sfumato di come ce lo insegnano a scuola. E’ una sintesi che fai con il tempo e l’esperienza, non la impari sui banchi del liceo. Alla fine tout se tient, per usare una lingua che tu conosci bene.

  7. Gaddo ha detto:

    @ Renghen

    Si, perché alla fine la pasta di cui siamo fatti è quella. Punto.

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