Telefona tra vent’anni, io adesso non so cosa dirti

E’ ormai virale, in rete, il tragicomico video dei due tuffatori olimpici filippini che atterrano in acqua così maldestramente da meritare un incredibile zero da parte di tutti i giudici.

(Prima notazione: si tratta di una bufala che quasi nessuno si è premurato di smascherare, forse perché troppo bella per essere, appunto, vera. Il filmato, autentico, è stato girato non alle Olimpiadi di Rio ma al SEA games di Singapore del 2015. La nota non modifica tuttavia il senso complessivo del mio post)

La ggente posta il video su FB, in molti lo guardano, mettono i loro bravi likes, lo ripostano e così via, tutti a farsi grasse risate. Motivo per il quale ci tengo assaissimo a far notare un paio di simpatiche contraddizioni al divertito uomo della rete.

  1. I due tuffatori filippini, John David Pahoyo e John Emerson Fabrica, per arrivare ai SEA Games (che sono una specie di campionato a squadre nazionali del Sud Est asiatico), si sono allenati duramente e hanno dovuto passare numerose selezioni per essere scelti a rappresentare il loro paese. Dice: ma se il livello era questo, facile essere scelti. E’ vero, ma quanti di voi hanno avuto le palle di sottoporsi a un duro allenamento per un qualsiasi sport, anche le boccette o lo scopone scientifico, e poi a una selezione serrata per essere scelti a rappresentare non dico l’Italia, ma anche solo il vostro comune di nascita a Giochi Senza Frontiere?
  2. Il buon Pahoyo, prima di atterrare in acqua di schiena, salta due volte sul trampolino per darsi la spinta e poi compie la bellezza di un triplo salto mortale carpiato rovesciato. C’è qualcuno, tra i fenomeni dei web, che è capace di produrre da un trampolino di due metri un tuffo che non sia di piedi, con le dita a tappare il naso e senza sollevare una cascata di spruzzi?

Scusatemi, ma la difesa d’ufficio dei due maldestri tuffatori filippini per me è diventata una questione di principio che ha molto a che fare con uno dei mali endemici della società moderna: l’espertone da divano casalingo Ikea, l’alfiere della battuta salace che inciampa mentre cammina in strada perché sta guardando lo schermo dello smartphone, l’invidioso seriale per per cui l’insuccesso altrui è miglior viatico dello sforzo che bisogna profondere per guadagnare il proprio, di successo. Internet rischia di diventare una specie di discarica a cielo aperto dove chiunque può esprimere un’opinione senza alcun contraddittorio, o permettersi di buttare in rissa un dialogo con chi non condivide la sua teoria di partenza, dando alla fine ragione a Umberto Eco: il quale, con il raffinato snobismo intellettuale che era il suo marchio di fabbrica, sosteneva che internet aveva dato voce a legioni di imbecilli da bar.

Insomma, il consiglio gratuito agli imbecilli da bar è il seguente: prima di dileggiare i tuffatori filippini provate a tuffarvi voi. Che poi ce la ridiamo tutti insieme.


La canzone della clip è “Telefona tra vent’anni”, tratta dall’album “Lucio Dalla” del 1981. Uno dei capolavori di Dalla, non c’è dubbio. Anche io, come lui, non saprei cosa rispondere. E, soprattutto, non ho nessuna voglia di capire.

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