Tempi di attesa

Entro nella sede del Caaf a ritirare il mio 730. È una di quelle incombenze che, fossi nato ricco, delegherei a chiunque altro pagando qualsiasi cifra: ma in fondo, dico per farmi coraggio, si tratta solo di ritirare dei documenti, ci metterò pochi minuti.

E infatti nell’ufficio, quando entro, sono l’unico avventore: cominciamo nel migliore dei modi. Al desk dell’ingresso però è seduta una segretaria: giovane ma non tanto, ben vestita ma non tanto, truccata ma non tanto. Sta parlando al telefono di affari suoi che non vi sto a riportare per ovvie questioni di riservatezza (sono un ragazzo educato, lo sapete); e la telefonata va avanti per oltre dieci minuti. Quando comincio a seccarmi, perchè va bene l’educazione e va bene se la telefonata è di lavoro ma meno bene se riguarda i propri appuntamenti serali, la segretaria mette giù il telefono e rivolge a me la sua attenzione. Io le porgo la ricevuta, lei legge il numero della pratica e si gira verso la scatola dove sono raccolte quelle da consegnare; poi si ferma all’improvviso, come folgorata da un’improbabile e improvvisa intuizione, si allontana dalla scrivania, entra in un’altra stanza e non la rivedo per altri quindici minuti. Nel mentre una sua collega molto anziana smaltisce con destrezza gli altri avventori che hanno guadagnato il desk: e io  comincio a invidiarli profondamente, quegli altri, perché il destino a loro ha destinato una anziana signora con l’artrite che a quanto pare è cento volte più svelta di quella giovane e con lo smalto laccato sulle unghie che invece ha destinato a me.

La quale, a Dio piacendo, ritorna al suo posto di lavoro e nemmeno si ricorda chi sono: devo fare ricorso a tutte le tecniche zen che conosco per non urlarle dietro quello che penso di lei in generale e della situazione contingente in particolare, mentre l’anziana collega si scusa per aver servito prima tutti gli altri che erano entrati dopo di me.

Credevo fosse andata a chiedere spiegazioni sulla sua pratica, mi dice dispiaciuta.

Avrei voluto che fosse proprio così, ribatto io a voce più alta di quanto sia abituato.

Alla fine, nei trenta secondi necessari ad apporre una decina di firme, la pratica che sarebbe dovuta durare un minuto netto e che invece si è trascinata per circa mezz’ora viene finalmente evasa; e io posso tagliare l’angolo, questa volta senza ringraziare (come è mio solito fare, invece).

La morale è che, ovvio, chi si sente senza peccato scagli pure la prima pietra. L’invocazione ai miei colleghi radiologi è invece la seguente: vi scongiuro, quando prendete la pausa caffè ricordate che nella sala d’attesa del pronto soccorso radiologico i pazienti stanno aspettando proprio voi, voi e il vostro referto firmato. Magari è gente che ha fretta per affari propri, o è solo che stazionano in quel luogo ameno da più ore di quanto la morale comune ritenga conveniente. Passatevi quindi una mano sulla coscienza, ve ne prego, e fate in modo che la vostra pausa sia breve: a fine turno, ecco, a fine turno potrete svaccare a vostro piacimento senza che nessun paziente smadonni a denti stretti.

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