Teorie di cospirazione e amore per l’insegnamento

Immagine

Immagine

Immagine

Notiziona spaziale del 5 gennaio 2014: l’Italia supera gli Stati Uniti nella qualità della ricerca.

Intanto la fonte: l’articolo è stato pubblicato su Nature, mica sul Corriere dei Piccoli, e se avete buona conoscenza della lingua inglese (nonché parecchio tempo e parecchia pazienza, perché è lungo e articolato), potete leggerlo qui. Il titolo: International Comparative of the UK Research Base (2013).

Cosa dice l’articolo? Semplice: gli analisti della casa editrice Elsevier hanno stilato la classifica, normalizzata per disciplina, sull’efficienza della ricerca scientifica. Nel 2012, per esempio, come numero di citazioni ottenute per unità di spesa in ricerca e sviluppo siamo infatti stati secondi solamente al Regno Unito, pareggiando con il Canada e superando (oltre agli Stati Uniti) anche Germania e Francia. Insomma, la nostra ricerca scientifica, nonostante i tagli lineari e l’accanimento contro l’educazione scolastica messa in atto nel nostro paese, è sugli scudi. E non è tutto: l’Italia, per numero di citazioni, supera gli Stati Uniti spendendo un terzo dei soldi e supera la Francia e la Germania spendendo circa la metà. Nonostante la drammatica evidenza di essere fanalino di coda nelle competenze alfabetiche, in qualità e investimenti per la scuola (Ocse, ricerca condotta in Italia da Isfol) e per diffusione della banda larga (Rapporto su reti & servizi di nuova generazione, 2013).

La notizia è dunque una bomba: se io fossi un politico importante e serio, uno come Letta, per dire, la annuncerei in prima serata a reti unificate. Cavalcherei in pompa magna l’onda dell’entusiasmo, della fiducia nel futuro. Tesserei le lodi dell’ingegno italiano; e magari prenderei la palla al balzo per rivedere la mia scriteriata politica degli investimenti nella Scuola e nella Ricerca.

E allora perché tutto ciò non è accaduto?

Qui il discorso si fa complesso perché entriamo nel campo dell’imponderabile, dove è vero tutto e il contrario di tutto e non esistono prove inconfutabili di nessuna teoria. Quello che però temo è che dietro la demolizione sistematica e controllata del sistema scolastico italiano ci sia un progetto (un complotto, se volete) preciso: la dealfabetizzazione di un popolo è elemento essenziale per il suo controllo. Se vuoi rendere un cittadino meno partecipativo (in senso gaberiano) basta togliergli il gusto per la lettura e imbottirlo di televisione, così smetterà di ragionare con la sua testa e comincerà a ragionare con quella di Vespa (ma anche di Floris, Santoro, Travaglio, e gli altri nemmeno li cito per decenza). Quello che è successo negli ultimi decenni, tanto per capirci: gli intellettuali veri sono spariti, o sono tenuti ben nascosti, e al posto loro è calata l’orda di indegni giornalisti che devastano le serate televisive italiane.

Qualcuno dice che sono ossessionato dalle teorie del complotto. Un caro amico, persona di cui ho grande stima, una volta scrisse di non aver mai creduto ai complotti: sono cose troppo intelligenti perché tanti uomini, tutti insieme, possano davvero concepirli. Io, che sulla questione ho una posizione un po’ differente, gli risposi che se raccogli abbastanza informazioni diventa facile scoprire il cumulo di idiozie e ingenuità organizzative che li sottende, e a volte finisce che cambi idea. E perché ci si può permettere che un complotto venga organizzato in modo maldestro? Mah, penso alla frase di una giornalista statunistense, Kimberly Carter Gamble: Il concetto stesso di complotto è stato talmente ridicolizzato che si ha timore persino di parlarne, ed esiste sempre una storia apparentemente ragionevole per spiegare qualsiasi singolo incidente. Insomma, la teoria del complotto applicata alla teoria del complotto: penso che stanotte avrò degli incubi.

Ma torniamo alle questioni serie, ossia all’articolo di Nature: la classifica internazionale della ricerca scientifica si basa sul numero di citazioni degli articoli prodotti (impact factor). In breve, più un articolo o un autore vengono citati in altri articoli scientifici e più l’impact factor dell’autore o della rivista che ha pubblicato il suo articolo aumenta. Questa dell’impact factor è una strategia con dei punti deboli, di cui ho già parlato: per esempio, si corre il rischio che una rivista, pur di incrementare quel benedetto valore numerico, perda interesse per i suoi lettori (è stato il caso della nostra Radiologia Medica, rivista ufficiale societaria: al punto che finalmente l’offerta formativa radiologica verrà diversificata, come si può leggere nell’ultimo numero in un articolo a firma del nuovo direttore, Andrea Giovagnoni). Inoltre, come sostiene Randy Schekman (premio Nobel 2013 per la medicina), l’impact factor di un articolo scientifico non sottende per forza una ricerca di alto livello, perché secondo lui le riviste scientifiche prestigiose (e non) fanno una selezione impropria sulla base dei propri interessi di marketing (potete approfondire il suo interessante punto di vista di Schekman cliccando qui: la fonte è www.oggiscienza.wordpress.it, che ringrazio per buona parte del materiale di riflessione che ho usato per questo post).

In particolare, Schekman dice: È senz’altro vero che potrei avere maggiori difficoltà nell’ingresso in istituti prestigiosi senza aver pubblicato paper in queste riviste durante il postdoc. Tuttavia non penso vorrei fare ricerca in un contesto che elegge questo criterio a uno dei più importanti nell’ottica delle assunzioni. E si capisce: il vizio italiano di apporre firme su articoli, anche prestigiosi, ai quali non si è partecipato nemmeno in minima parte, credo sia comune anche agli ambienti scientifici extranazionali. Un curriculum vitae basato sulla produzione scientifica è fallace e non dice nulla di preciso né sull’attività scientifica del candidato né, ed è molto peggio, su cosa è realmente capace di fare nel suo lavoro.

E allora? Il buon risultato della ricerca italiana, al di là del progetto complottistico o meno di demolirla, lo si può supportare o no in qualche modo serio? Uno spunto mi è arrivato da un altro caro amico, ricercatore universitario a Ca’ Foscari, che durante una recente discussione sui problemi dell’insegnamento universitario mi ha detto: Guarda che nelle università tutto è spinto verso la ricerca, l’insegnamento è tra gli obiettivi meno importanti. D’accordo, ma come la fai la ricerca senza una base culturale ricevuta durante un adeguato periodo di formazione? E qui chiudiamo il cerchio tornando al mondo radiologico italiano, che io conosco a fondo e la cui realtà credo sia traslabile a tutte le altre realtà universitarie del paese: dove, fatte salve alcune nobili eccezioni, i neospecialisti emergono dalle Scuole con poche idee e ben confuse. E ci arrivo con il viatico di alcuni stralci dal Diario di scuola di Daniel Pennac. Sentite cosa scrive il professore, parlando dei suoi autentici Maestri.

(…) A ripensarci, quei tre professori avevano un solo punto in comune: non mollavano mai. Non si lasciavano ingannare dalle nostre ammissioni di ignoranza (…)

(…) In presenza loro, nella loro materia, nascevo a me stesso: ma un io matematico, se posso dire, un io storico, un io filosofo (…)

(…) Altra cosa, mi sembra che avessero uno stile. Erano artisti nella trasmissione della loro materia. Le loro lezioni erano atti di comunicazione, certo, ma di un sapere talmente padroneggiato che passava quasi per creazione spontanea. La loro disinvoltura faceva di ogni ora un avvenimento che potevamo ricordarci in quanto tale. Tenevano lezioni memorabili quanto il teorema, il trattato o l’idea fondamentale che quel giorno ne costituivano l’argomento. Insegnando, creavano l’avvenimento (…)

(…) Avevano certamente altri interessi, una grande curiosità che doveva alimentare la loro forza, il che spiegava, tra le altre cose, la densità della loro presenza in classe. Non era soltanto il sapere che quei professori condividevano con noi, era il desiderio stesso del sapere! E ciò che mi comunicarono fu il piacere di trasmettere (…)

Insomma, l’unica resistenza attiva che possiamo opporre alla dealfabetizzazione incombente, che dietro ci sia un complotto o solo l’incuria di incapaci e inetti politicanti, è l’amore per l’insegnamento. Motivo per il quale ci sono insegnanti che non dovrebbero insegnare nulla a nessuno, anche se dotati di qualche capacità nel loro lavoro, e gli insegnanti veramente degni di questo nome dovrebbero essere ricoperti d’oro affinché non gli venga l’uzzolo di rivolgere ad altre fonti di guadagno le loro attenzioni.

Ovunque voi siate nascosti, Maestri, non mollate. Questa non è una semplice esortazione: è una richiesta disperata di aiuto.

5 Responses to “Teorie di cospirazione e amore per l’insegnamento”

  1. Pier Silverio ha detto:

    Bell’articolo, epiche le citazioni di Pennac (altro che scrittore per bambini). Ma lo studio comparativo sulle ricerche, è veramente lungo, ben oltre le solite 8 pagine delle pubblicazioni standard. Però l’abstract mi ha preso, quindi penso che lo leggerò, in qualche settimana.
    Allucinante come consueto il livello di literacy italiana evidenziato dall’altro studio che riporti.

    La forza del quarto potere sull’establishment scientifica direi che non è né più né la forza della presa dei fondi privati sulla ricerca, che mi pare notevole, e pure in crescita.

    Ma c’è una cosa che una che funzioni nell’organizzazione sociale umana? Mah

    • Gaddo ha detto:

      La tua ultima domanda è drammatica: anche perché proviene da una persona, diciamo così, giovane. Esiste qualcosa di buono nel consorzio umano? Credo di si. A fronte dei matti, perché solo matti posso essere definiti, che governano il mondo, esiste il lavoro serio di ciascuno di noi, la nostra capacità empatica, la resistenza alle brutture e alle storture del mondo. Che può essere esercitata in molti modi: uno di questi, nel tuo caso, sarà l’ospedale in cui svolgerai la tua attività lavorativa.
      Insomma, non possiamo davvero permetterci di mollare la trincea.

      • Pier Silverio ha detto:

        Assolutamente, mollare mai. Penso solo che alla fine è proprio come dici tu, ovvero che è quello che facciamo noi personalmente, nel nostro piccolo, ciò si cui si può e deve contare, mentre è poco saggio frustrarsi del male che si vede permeare il sistema macroscopico, proprio perché non possiamo cambiarlo, men che meno da soli perché si è deciso che “si cambierà il mondo”.
        La mia domande vuole anche giocarsela su un piano meno attualizzato, concretizzato, e più astratto, che è «visto che tutto è e sarà sempre un compromesso, tutti sono e saranno sempre insoddisfatti», ma mi accorgo che questa affermazione risulta vera solo perché e se calata in un contesto intrinsecamente pessimista, dato che ‘compromesso’ è solo un altro termine per ‘equilibrio’.
        In conclusione forse chi si dispera vuole disperarsi, e chi gioisce è perché vuole gioire. Cioè quello che è sempre successo, e sempre succederà. Ma che strano.

        (giuro che non assumo droghe :D)

  2. chik67 ha detto:

    Caro Gaddo,
    ti scrivo così anche se non ci conosciamo, ma sono un lettore (saltuario) del tuo blog che apprezzo molto.

    Non sono un medico.

    Sono un prof. universitario di una materia odiata e temuta.Non so se sono un maestro, chi insegna non ha riscontri in questo senso: solo il tempo ci può dire se qualcosa di quello che seminiamo in aula frutta.
    So che questo tuo post che ho letto solo ora coincide con cose che vado pensando da tempo. Forse è proprio così. In tempi cupi e bui, come paiono a me quelli che stiamo vivendo, la resistenza personale è l’unica possibile, e la resistenza di chi ha il compito di trasmettere il sapere alle prossime generazioni la più preziosa.

    Anche se è un lavoro dannatamente controcorrente. Circondati da un’abitudine generale a svolgere il lavoro in maniera sciatta, a considerare le cose superficialmente, a farsi attrarre dal primo stendardo colorato che passa, dalla soluzione più semplice che non risolve mai nulla.

    Anche se è un lavoro dannatamente abbandonato. A livello universitario i miei colleghi stranieri hanno decine di TA che li aiutano: io preparo compiti, corrego, interrogo, conciono in aula, ricevo sempre tutto da solo.Non essere baroni ma valvassini si paga. Essere cavalieri di ventura, poi…

    Anche se è un lavoro che ogni giorno ti sembra più inutile. Per ogni mio invito a riflettere i miei studenti raccolgono dieci post sgangherati su facebook che li invitano alla superficialità. Non solo dobbiamo svuotare il mare, ma il nostro mestolo sembra pure bucato.

    Anche se chi cerca di mettere in pratica quello che dici tu vede i suoi simili sempre più rari, isolati, distanti. E sempre più inaciditi dall’isolamento, isteriliti dalle vessazioni, depressi dalle battaglie.

    Io sono contento del mio lavoro, non voglio essere frainteso. Non passa giorno in cui non pensi a qual è il modo migliore di insegnare un teorema, di spiegare un esercizio, di introdurre una teoria. So che il mio compito è spiegare la matematica e non cerco di farlo essere altro. So che quei valori che vorrei passassero in aula possono passare solo attraverso l’esempio: il rispetto delle persone, la passione e l’impegno nel proprio lavoro. Cerco di mostrare ai miei studenti che il sapere non è una scatola chiusa da cui trarre utensili adatti all’uso, ma una abitudine mentale; che come loro mi arrabbio quando faccio degli sbagli, ma che cerco sempre di tramutare la rabbia in voglia di imparare qualcosa di nuovo, che come loro mi annoio quando svolgo compiti ripetitivi ma che li faccio ugualmente se so che hanno una ricompensa, anche se lontana, che come loro sbatto sui miei limiti quotidianamente, ma quotidianamente cerco di fare almeno una piccola cosa per superarli.
    E non lo faccio per una medaglia, ma perchè è quello che mi piace e che penso di saper fare. Imparare e insegnare.

    E al tempo stesso cerco di rubare il tempo ad ogni incombenza per poter portare anche io qualche mattoncino in quella ricerca che se non eccellente cerca almeno di essere ben fatta.

    Il tuo post è di quelli che motivano a non mollare. Le valanghe di buorcrazie inutili, i premi elargiti ai mediocri, le spinte a rendere ogni sapere banale, la strutture cadenti e soprattutto una vulgata sociale che ci fa “tutti baroni”, “tutti fannulloni”, “tutti arroganti” tutti meritevoli di riduzioni di stipendio, precarizzazione, vessazione le cose che, l’ultima più di tutte, fanno venir voglia di riporre i ferri del mestiere e adattarmi al minimo sindacale (col che la mia vita ne uscirebbe drammaticamente più facile: è veramente giusto togliere tempo alla mia famiglia per lottare contro i mulini a vento?).

  3. Gaddo ha detto:

    @ Chik67

    E invece sono io che non so come ringraziare te: per le parole che hai scritto ma anche per quello che fai ogni giorno, per la cura che metti nel tuo difficile mestiere. Dietro le tue parole si intuisce molta passione e molta responsabilità: il che, coi tempi che corrono, è già tantissimo. Insomma, la tua è una testimonianza preziosa che fa sentire meno soli quelli che, come me, hanno deciso che la spugna non va buttata fino a che l’avversario non ci ha messo definitivamente al tappeto.
    Ho impiegato due giorni a risponderti perché la tua ultima domanda mi ha messo in crisi. E’ veramente giusto togliere tempo alla famiglia per combattere contro i mulini a vento? Non lo so: a volte la mia risposta è affermativa ma altre no, avrei solo voglia di rintanarmi nel mio eremo e dimenticarmi di tutto. Però ti racconto una storia personale: io ho un padre che ha combattuto contro i mulini a vento per buona parte della sua vita, e ancora non si è arreso (puoi calcolarne l’età a spanne perché, a fidarsi del tuo nickname, mi sa che siamo coetanei). Forse non ha ottenuto gli scopi che si era prefisso, è vero, ma mi ha lasciato un esempio di vita difficile da emulare, ma che mi costringe a dare sempre il meglio di cui sono capace. Vorrei che i miei figli, a 45 anni, potessero dire lo stesso di me: mi basterebbe per dar senso a una vita che, altrimenti, ne sarebbe quasi davvero priva.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.