Ti ho chiamato solo per dirti che ti amo

Credo che stiamo imparando un sacco di cose, da questa inattesa crisi sanitaria.

Per esempio, stiamo imparando che, nonostante la nostra sicumera da eletti ipertecnologizzati del terzo millennio, su questo pianeta continuiamo a essere di passaggio e contiamo ben poco nell’ordine naturale della vita, che si svolge nell’arco di ere geologiche e a noi è sostanzialmente disinteressata.

Stiamo imparando che la paura non ha nulla a che vedere con ciò che in passato credevamo potesse impaurirci ma ha radici molto più profonde, si annida nel nostro inconscio e si nutre, credo, della nostra assoluta mancanza di fede non solo in qualche lontana deità, ma anche nella sacralità dell’uomo stesso e di tutto ciò che lo circonda.

Stiamo imparando che la paura ci rende irrazionali e sconclusionati, un giorno saccheggiamo i supermercati e il giorno dopo siamo già a pranzo in un ristorante affollato, un giorno diamo fondo alle scorte di amuchina della provincia e il giorno dopo dimentichiamo a casa la boccetta tascabile.

Stiamo imparando, pensate, che i soldi accumulati non ci salveranno dal disastro, se il disastro dovesse finalmente arrivare, e che oggi sembra ancora più vera quell’affermazione che in molti fanno da tempo: è il tempo a essere importante, non i soldi.

Stiamo imparando anche, credo, a cosa serva il consorzio umano, una struttura societaria che ci contenga tutti, di cui prendersi cura perché al momento opportuno essa si prenderà cura di noi. Forse stiamo finalmente capendo a che servono gli ospedali, i medici, gli infermieri, i sanitari di ogni genere e grado, chi gli ospedali li dirige cercando di capire cosa sia più giusto decidere nel marasma di informazioni contrastanti, prese di posizioni divergenti, ordinanze e contro-ordinanze quotidiane. Forse oggi è più chiaro a tutti che la società è fondata sulle leggi e sul diritto, non c’è dubbio, ma prima ancora sul buon senso delle persone, sulla loro abnegazione, sulla capacità di adattarsi anche anche situazioni peggiori.

Stiamo imparando che tutti ci stiamo sulle palle, in condizioni normali, ma che forse quest’odio ecumenico verso il prossimo non è così reale come pensiamo e che se restassimo soli allora si che il dramma di vivere diventerebbe inenarrabile.

Per cui c’è una sola cosa da fare: resistere. Non fatevi afferrare alla gola dalla paura, non lasciatevi andare a gesti inconsulti: se ne sono già visti troppi, negli ultimi tempi. Aiutate noi medici a fare resistenza, seguite le indicazioni che vi sono state fornite, cercate di non assembrarvi inutilmente ma al tempo stesso restate in contatto con il vostro prossimo, lavatevi le mani ma non siate restii a tendere la mano a qualcuno che scivola a terra.

Il bersaglio prediletto di questo virus è la vostra umanità: non lasciate che il virus ve la infetti, per favore. Non lasciate che ve la infetti.


La canzone della clip è la celeberrima “I just called to say i love you”, di Stewie Wonder, tratta dalla colonna sonora del film “The woman in red” (1984). Sappiate che io, nemmeno nell’Italia ai tempi del coronavirus, voglio rinunciare a una sola delle cose meravigliose che vengono elencate nella canzone.

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