Trent’anni dopo

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Immaginate una classe di liceo.

Normalissima, eh, come tutte le altre classi di liceo; o forse no. Immaginate questi venti e rotti ragazzini, cresciuti insieme come Harry Potter e i suoi amici alla scuola di Hogwarts, passati in mezzo a professori ciclotimici, versioni di latino e greco, caricature di presidi fuori sede, amori andati bene, amori andati male, gite scolastiche, scherzi, incomprensioni, rappacificazioni, insomma tutto il corredo tipico dell’adolescente anni ’80. Anzi, visto che ci siamo immaginate tutta la scena con il sottofondo della musica, per lo più infelice, di quegli anni.

Immaginate che questi ragazzi restino in contatto tra loro in modo saltuario, perché dopo il diploma la vita li ha condotti in direzioni inaspettate, luoghi geograficamente impervi, esperienze di vita non sempre positive, scelte non sempre azzeccate. Ma che siano rimasti in contatto, sempre, anche solo con un sms ogni tanto o una cena quando qualcuno di quelli finiti più lontani (io, per esempio) tornava a casa per qualche giorno. E che ognuno di loro abbia sempre saputo quasi tutto degli altri, delle loro famiglie, delle separazioni, dei figli, delle progressioni lavorative e pure, purtroppo, delle malattie: perché abbiamo una certa età, nonostante dentro ci si senta sempre ragazzini, ed è ora di prenderne atto.

Poi immaginate che siano passati quasi trent’anni (trenta!), che tanta acqua sia passata sotto i ponti e che intanto la tecnologia abbia fatto passi da gigante. E che qualcuno di loro, con qualche anno di ritardo rispetto ai tempi di reazione di un ragazzino dei giorni nostri, abbia proposto: perché non facciamo un gruppo di Uozzapp? Detto, fatto: la classe di liceali ritorna a essere la stessa classe di trenta anni prima, ognuno come per miracolo rientra nel suo ruolo, la sera si sono accumulati un numero tale di messaggi che leggerli tutti è oggettivamente difficile e a volte devi andare a naso per capire il senso complessivo del discorso.

Il che pone le basi per alcune riflessioni, in parte sociologiche e in parte strettamente personali, ma non è sicuramente questo il momento e il luogo per affrontarle. Qui voglio dire un’altra cosa: e cioè che io, ai miei compagni di scuola del liceo, gli voglio davvero bene. Un bene sincero e derivante dall’evidenza che nessuno al mondo, probabilmente, mi conosce bene come loro: certo, negli anni sono cambiato (e parecchio, direbbe qualcuno), ma la matrice è quella. E loro la conoscono bene, ci hanno convissuto quotidianamente per cinque anni.

Ma c’è dell’altro, credo. In certi momenti bui della propria vita capita che il caso, o il destino, porgano delle piccole scialuppe di salvataggio. Ecco, oggi la mia piccola personale scialuppa sono loro. So che non riuscirei mai a dirglielo in faccia senza che io o loro scoppiassimo immediatamente a ridere e a prenderci in giro: e allora la prendo alla lontana. Che loro, meglio di chiunque altro, sanno essere la mia specialità.

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