Tu sei la ragione per cui io sono nato

Pensate all’evenienza, per niente remota, di portarsi dietro un nome strano: che so, Ardesia, Aventina, Magnolia.

Ecco, facciamo il proprio caso di Magnolia: donna di cinquant’anni, viso simpatico, che viene a fare un’ecografia. Dopo la visita e l’esame strumentale, e dopo averle spiegato il referto che ne seguirà, viene spontaneo chiedere il perché di quel suo nome così esotico.

La signora non fa una piega: figuriamoci se a farle la stessa domanda non sono state altre milioni di persone. Per cui dice: Mio padre ha fatto il militare a Bardonecchia, tanti anni fa. Conobbe una ragazza che si chiamava così e volle darmi il suo nome quando nacqui.

Radiologo: E sua madre? Non disse nulla?

Magnolia: Mia madre? Beh, diciamo che mia madre accettò la cosa.

Due le riflessioni inevitabili. La prima, diciamocelo pure tra noialtri, è che il papà di Magnolia non l’aveva mica mai dimenticata, la Magnolia numero uno. Certi incontri sono destinati ad accadere, anche se poi non conducono a niente di definitivo o al tanto venerato e-vissero-per-sempre-felici-e-contenti. Certi incontri accadono e basta: e lasciano il segno, anche se su molti di essi finiamo per farci viaggi mentali senza pensare che poi, magari, alla resa dei conti, non sarebbero sfociati in niente di speciale. Il bello è che noi non lo sappiamo e non lo sapremo mai: quel dubbio che ti rimane, in fondo al cervello o forse in fondo al cuore, non può essere risolto perché per fortuna la freccia del tempo ha una sola direzione e non prevede la doppia corsia di circolazione.

Ma c’è anche una seconda riflessione, che invece riguarda la madre di Magnolia. L’amore, come diceva qualcuno, deve essere paziente. Superare prove durissime, al confronto delle quali l’attraversamento a piedi del deserto del Sahara è una passeggiata domenicale fuori porta. Il vero amore deve essere paziente, dunque, ma anche comprensivo: capire che se cedi su qualcosa, a volte, avrai qualche altra cosa in cambio. Il cambio, per una madre costretta dare alla propria figlia il nome di un’altra donna mai dimenticata, può essere duro.

E io spero che ne sia valsa la pena, ecco. Spero solo che in dirittura del traguardo, a conti fatti, quel nome così strano sia valso la pena da sopportare.

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* La signora non si chiama Magnolia, è ovvio, ma facciamo finta che sia così. Il nome vero della signora è ancora più strano, credetemi sulla parola.
* * La canzone della clip è Downstream, da Even in the quietest moments. Supertramp, 1977.

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