Una domandona da un milione di euro

Premetto: vi ho già parlato in passato di cos’è una biopsia polmonare con ago tranciante. Per chi non ha seguito le puntate precedenti, trattasi di procedura radiologica interventistica, in genere effettuata sotto guida TC, con cui il radiologo preleva (mediante apposito ago a scatto) un piccolo cilindro di una massa polmonare: lo scopo è di verificarne la natura istologica (benigna o maligna). E’ una procedura non esente da rischi: il paziente deve essere collaborante, il radiologo esperto, e ciononostante è facile avere complicanze minori come aria nel polmone (pneumotorace) o emoftoe (sanguinamento dalla bocca, perché l’ago trancia anche i vasi sanguigni e i bronchi che incontra sulla sua strada). Il problema sono le complicanze maggiori: rare, ma possibili. Come in ogni campo applicativo medico (anche dal dentista rischiate la pelle, se non sapete di essere allergici all’anestetico locale).

Nel caso specifico, risalente a qualche giorno fa, il radiologo valuta la paziente, le spiega cosa dovrà fare, in che modo lei potrà collaborare, e comincia la procedura. Il nodulo è piccolo, in brutta posizione, e hanno già provato a pungerlo in un altro ospedale senza riuscirci. Ma siccome lui è armato di occhio di falco e di mani di fata, lo centra al primo colpo. Estrae il frustolo di polmone, rassicura la signora sull’esito e chiede al tecnico della TC di controllare se ci sono problemi.

Mentre parte l’ultima scansione TC la signora, semplicemente, da un secondo all’altro smette di respirare. Attimo di panico: il radiologo entra di corsa nella sala TC, comincia la rianimazione cardiopolmonare; il tecnico allerta il medico rianimatore; l’infermiera misura la pressione. Non c’è polso, la pressione non è misurabile, la paziente giace esanime sul lettino: si continua la rianimarla lo stesso, cocciutamente, fino all’arrivo dei rinforzi. Finalmente accorre il rianimatore, prende in mano la situazione e dopo un quarto d’ora di sacramentazioni riesce a tirare in qua la paziente. La quale viene ricoverata in medicina d’urgenza, non ha complicazioni di nessun genere e due ore dopo è persino in grado di riconoscere il radiologo che le ha praticato la biopsia: dice di ricordare tutto fino al momento in cui ha tossito qualche goccia di sangue, poi più nulla.

Quella che vi ho raccontato è una delle classiche situazioni che sbugiardano chi novella del radiologo come di un automa collegato da cavi ritorti alla scrivania e allo schermo del suo computer, ed è anche una delle classiche situazioni in cui il radiologo per lo scago perde sei mesi di vita e fa i capelli bianchi. Ma è anche una situazione paradigmatica del mestiere del medico in generale: la medicina non è una scienza esatta, checché ne dicano riviste cartacee e programmi televisivi ispirati ad ameni concetti di salute-a-ogni-costo, l’incidente è sempre in agguato dietro l’angolo, e l’unica è tenere la guardia alta perché non si sa mai come va a finire. Quindi studiare, aggiornarsi, allenare il sangue freddo, parlare con i pazienti.

E, incredibile a dirsi, è anche una di quelle situazioni che al medico fanno cascare la catena: i parenti della signora, piuttosto angustiati dall’esito della procedura (ma diciamo che erano abbastanza aggressivi anche prima che la medesima fosse espletata), minacciano ritorsioni legali. Motivazione del delirio: nel consenso informato preliminare, dato dal medico di reparto, si era parlato di agoaspirato (FNAB) e non di biopsia con ago tranciante (core needle biopsy). Adesso vai tu a spiegare che un povero internista cosa vuoi che ne sappia, delle differenze tecniche tra un ago aspirato e un’altro tipo di biopsia. E vai anche a spiegare che nessun anatomo-patologo, almeno dalle mie parti, vuole avere niente a che fare con un agoaspirato: o il radiologo gli invia una bistecca con l’osso o la risposta è sempre la stessa: materiale inadeguato (non starò a scendere nei particolari tecnici, ossia sul perché gli anatomo-patologi vogliano a tutti i costi un frustolo di tessuto: è irrilevante ai fini della domandona finale che vi proporrò).

Difficile anche far credere a chi ti contesta che sono ormai anni che noi radiologi ci troviamo costretti a tranciare anche noduli di un centimetro di diametro, e che non si è mai verificata nessuna complicanza maggiore: chi ti crede?

Per cui, eccoci alla domandona finale. Considerato che:

– la biopsia polmonare è una procedura rischiosa, difficile da eseguire, dall’incerto risultato e con possibili complicazioni (anche gravi, come dimostra il post di oggi);

– non esiste differenza di retribuzione o di altra natura, formale e sostanziale, tra chi la pratica e chi se ne sta al sicuro, nella penombra della sua sezione, a refertare toraci e ossa o a fare ecografie;

– ormai è anacronistico parlare non dico di gratitudine, ma almeno di rispetto professionale da parte di pazienti e familiari per chi si prende la briga e la responsabilità di piantare aghi di venti centimetri nel torace della gente,sfiorando cuore, vasi sanguigni e ogni genere di delicata frattaglia interna.

Considerando tutti questi punti: secondo voi, ma chi cacchio chi glielo fa fare al radiologo? Perché mai uno dovrebbe prendersi una responsabilità del genere? Non è forse meglio tornare a qualche anno fa, quando queste procedure nonesistevano e i pazienti finivano aperti sotto i ferri anche per i noduli benigni?

PS Io la mia risposta ce l’ho, e chi mi conosce sa qual’è. Ma la domandona, nell’etere, la voglio lanciare lo stesso. Hai visto mai.

25 Responses to “Una domandona da un milione di euro”

  1. giancarlo ha detto:

    Senza contare che il consenso informato e’ misura necessaria ma non sufficiente per evitare grane legali. Se non lo hai fatto, son cazzi tuoi, come diceva il brigadiere del Marchese del Grillo, se lo hai fatto e la complicanza accade, nessuno vieta che ti si denunci con l’accusa che quella complicanza gliela hai fatta venire tu. Nel mio reparto, a scanso di equivoci, chi mette l’ago sono gli pneumologi, noi facciamo da guida con la TAC

    • Gaddo ha detto:

      Ecco, finalmente su una cosa non sono d’accordo con te. Quello che sostieni vuol dire evitare responsabilità che ci competono fornendo assistenza passiva a persone non qualificate per quel gesto tecnico, mi dispiace: equivale, sebbene con modalità e in misura differente, ne convengo, a lasciare il comando delle risonanza magnetica al cardiologo durante le RM cuore.
      Io in dieci anni di interventistica TC ho avuto una sola complicanza maggiore: un emotorace. Dovessero ragionare tutti così, i chirurghi non aprirebbero più una pancia e nessun endoscopista infilerebbe più nessun tubo da nessuna parte. Ragionassimo tutti solo per le conseguenze legali delle nostre azioni, la medicina stessa tornerebbe al medioevo.
      Insomma, qui la questione è di competenze: se ce le hai bisogna che tu le faccia, le manovre di cui si parla. Se non ce le hai, le manovre finiscono per farle gli altri, magari a casa tua e con le tue macchine: ma poi non lamentiamoci se chiunque viene a mangiare a casa nostra senza competenze e senza nessun rispetto per la nostra professionalità. In un certo senso, ce la siamo cercata da soli.

      • radiosimon ha detto:

        L’unica cosa da fare è RESISTERE, forti delle proprie competenze, resistere e continuare a fare secondo scienza e coscienza.
        Parlare coi pazienti, spiegare cosa stai facendo e poi spiegarlo un’altra volta a costo di sembrare un deficiente, possibilmente con un’altra figura professionale presente.
        E poi augurarsi che cambi questa legge schifosa che tratta l’atto medico come una vendita per corrispondenza.
        E infine sperare fortemente che gli avvo(ltoi)cati che ne stanno approfittando vengano colpiti da rotavirus resistente a tutte le terapie.

        • Gaddo ha detto:

          Ecco, questa è la risposta giusta alla domandona da un milione di euro: quella che io vorrei in bocca a tutti i radiologi italiani.
          Una volta il professor Pozzi Mucelli, parlando su questo blog di come avessimo perso i diritti sull’esercizio dell’ecografia, disse: Le cose vanno fatte da chi sa farle. Noi radiologi, ciò che ci compete per formazione, sappiamo farlo mille volte meglio degli altri. Non accetterò mai l’idea che qualcuno venga a infilare un ago in un paziente, a casa mia, usando la “mia” TC. E sapete perché? Perché sarò sempre più bravo del pneumologo, a farlo. D’altronde io neanche ci provo, a infilare un tubo in un bronco: è questione di competenze, punto e basta.

  2. matte9 ha detto:

    Una domanda, da un lettore assiduo (e specializzando in radiodiagnostica).. Voi lasciate che sia il reparto a spiegare al paziente la procedura e a far firmare il consenso?

    • Gaddo ha detto:

      L’esame lo conduce il radiologo: è lui a fornire le informazioni richieste e a ottenere il consenso informato. Tanto più che spesso le informazioni che i reparti forniscono ai pazienti sono incomplete. No, mi dispiace: se sono io a guidare sono io che decido pure la strada da percorrere.

  3. matteo ha detto:

    Caro Gaddo
    In qualità di primo operatore credo di essermi posto questa domanda svariate volte. Al momento attuale ho all’attivo 154 biopsie ,solo una complicanza maggiore (pneumotorace Monster ) e svariate complicanze minori anche perché uso sistematicamente ago tranciante per lo stesso identico motivo che tu hai descritto nel post, a quanto pare i nostri anatomopatologi non hanno nessuna intenzione di valutare agoaspirati citologici che risultano sistematicamente inadeguati quindi non mi viene nemmeno in mente di usare l’ago sottile anzi ad essere sincero non ne faccio neanche più ordinare dalle infermiere tanto non lo utilizzerò.Chi me lo fa fare? Bella domanda ma alla fine ci sono costretto perché non per tirarmela ma sono l’unico a farle in due ospedali queste procedure e quindi non ho scelta! Insomma un po’ lo faccio per mio orgoglio personale, un po’ perché sono convinto che se non lo facessi questa procedura andrebbe sicuramente in mano qualcun altro come i patologi oppure in pneumologi interventisti, se presenti. Un piccolo consiglio per chi fa ste cose: sceglietevi dei bravi tecnici ed infermieri fidati e abbiate molta calma nell’ottenere il consenso e descrivete la procedura ai Pazienti con parole semplici e metteteli a loro agio comodi sul lettino tac vedrete che se riuscite a guadagnare la loro fiducia e la loro collaborazione al momento dell’esame non avrete problemi almeno per adesso a me è andata bene

  4. giancarlo ha detto:

    Evviva la diversità di opinioni, sempre esposta con garbo e grazia!!!
    Scherzi a parte, Gaddo, lungi da me essere solo lontanamente in disaccordo con te: se tu hai una professionalità e un know how, è sacrosanto che tu li difenda con le unghie e con i denti, mi sembrava solo che la domanda finale, chi ce lo fa fare, esigesse in risposta l’esperienza di altri. Personalmente, non ritengo depauperata la mia professione se qualcun altro buca polmoni al posto mio, così come ammiro chi di noi lo fa, ma la mia formazione mi ha imposto la visione della radiologia interventistica come di una specializzazione nella specializzazione, che richiede personale esperto e che, praticamente, faccia solo quello 24/7/365, altrimenti la abilità si annacqua in mezzo a referti di fratture, eco e quant’altro. Voglio dire, se volevo tagliare facevo il chirurgo, no? Ma capisco che ci sono certe problematiche che solo gente con cultura radiologica può affrontare. A fronte di questo, dico che nella mia regione, le Marche, penso vi sia un solo reparto di radiologia interventistica completamente funzionante, in un bacino di utenza di 1.300.000 persone. Ben venga se qualcuno ha il tempo e la voglia di dedicarvisi, ma ti assicuro che attualmente, dalle mie parti, avere un interventista rappresenta solo un lusso. Per tale milieu in cui sono cresciuto, non mi da minimamente fastidio se qualcun altro buca un polmone, così come non me ne da il citologo che viene ad aspirare noduli tiroidei su mia guida, nè il cardiologo che si fa l’ecocardio. Ma, ripeto, somma ammirazione per il radiologo che impegna tempo e fatica nell’interventistica.

    • Gaddo ha detto:

      Mi dispiace, Giancarlo, ma siamo su due posizioni contrapposte: il tuo, permettimelo, è lo stesso punto di vista che venti-trenta anni fa ci ha fatto perdere l’ecografia. Me li ricordo bene, i discorsi sul “non mi sento depauperato se l’internista fa un’ecografia al posto mio”: ci hanno portati al punto che ormai la fanno cani e porci, senza controllo alcuno, e quasi sempre per soldi. Poi, è ovvio, il mio è solo un punto di vista.

      • antoniosaponaro ha detto:

        Il mio punto di vista è molto vicino a quello di Giancarlo. Sono sfavorevole alle trincee specialistiche ed ultraspecialistiche. Siamo tutti colleghi medici-chirurghi, specializzati in diverse discipline, che accumulano nel corso della vita professionale esperienze e capacità che possono consentire di valicare i limiti della propria specialità. Non mi ritengo quindi offeso ne’ derubato di nulla se un epatologo poggia la sonda sull’ipocondrio destro di un paziente, o se un angiologo esegue un eco-color-doppler degli arti inferiori nella stessa struttura in cui lavoro io. Ben venga per il paziente poter eseguire un esame ecografico con un radiologo o con un altro specialista (magari aspetterà di meno per eseguire l’esame ecografico se più specialisti sono in grado di effettuare la stessa prestazione diagnostica). Se ad esempio solo i radiologi facessero gli eco-color-doppler le liste d’attesa per questi esami sarebbero infinite. D’altro canto non vedo alcuna limitazione per l’esecuzione, questa volta da parte del radiologo, di esami ecocardiografici transtoracici o transesofagei….allo stesso modo in cui abbiamo perso alcune tipologie di esami, nulla vieta di riprenderseli. Chissà quante Angio-TC per dissezione riusciremmo ad evitarci se sapessimo eseguire le ecocardiografie transesofagee. Stesso discorso vale per l’interventistica polmonare; se un radiologo ha sviluppato l’esperienza necessaria per dedicarsi a tali procedure sarà sicuramente la persona più qualificata per farlo. Se se ne occupa uno pneumologo, un chirurgo toracico o un patologo (ovviamente coadiuvati dal radiologo) non vedo perchè ingelosirsi se il paziente riceve un trattamento altrettanto soddisfacente. Del resto come radiologi abbiamo per legge “l’esclusiva” solo su esami diagnostici che comportano l’impiego di radiazioni ionizzanti. Le procedure interventistiche (diagnostiche e terapeutiche) devono coinvolgere lo specialista in radiologia ma la presenza di un collega specialista in altra branca non può che essere causa di comune crescita professionale e benificio al paziente. Tornando all’ecografia secondo me non l’abbiamo persa, come si pensa comunemente, ma l’abbiamo giustamente diffusa e condivisa; se poi ci sono colleghi clinici che si improvvisano ecografisti e lucrano sulla metodica questo è tutt’altro discorso, ma, sinceramente, conosco anche diversi colleghi radiologi che possono essere definiti ecografisti solo improvvisati…

        • Gaddo ha detto:

          Madonna, metti tanta ma tanta carne al fuoco. E allora vediamo di semplificare: primo, le cose in medicina (e non) vanno fatte da chi le da fare. Per quanto la nostra esclusiva coinvolga l’uso delle sole radiazioni ionizzanti, quella del radiologo è una vera e propria cultura dell’immagine: che non può improvvisare uno che fa letteralmente un altro mestiere. I risultati, almeno dalle mie parti, sono sotto gli occhi di tutti e spesso sono pietosi.
          Secondo: non è questione di gelosia professionale. Prova tu ad applicarti nel campo delle ecografie cardiologiche, e guarda cosa succede: la rivolta dei tassisti a Roma al confronto sembrerebbe uno scherzo di ragazzini. Se la condivisione fosse completa, e ho fatto l’esempio dei medici nucleari, il tuo punto di vista sarebbe condivisibile: in un momento storico in cui rischiamo che i TSRM vengano messi a fare il nostro mestiere, perché laureati (sic) e sottopagati, e anche con grande rischio professionale da parte loro, il minimo mi sembra la difesa di categoria. Ma per non essere frainteso dai nostri preziosi collaboratori, senza il quale il nostro sarebbe un mestiere molto meno facile, mi riservo di affrontare il discorso in un altro post (qualche TSRM me l’ha già chiesto, e io lo farò volentieri).
          Quanto al resto, io sono uno che tende a condividere tutta la sua attività professionale: però deve esistere un riconoscimento reciproco di competenze che non può e non deve venire meno, costi quel che costi. Perché ripeto: alla nostra tavola vengono a mangiare tutti gratis; noi non solo non siamo mai invitati, ma se proviamo ad autoinvitarci succede il casino.

  5. giancarlo ha detto:

    Spero non sia niente di irreparabile che non possa essere rimediato davanti una buona cena e una bottiglia di vino, ah ah!!!

  6. giancarlo ha detto:

    Lo spero ardentemente anche io. E non fraintendermi: auspico che ogni reparto possa dotarsi di un personale esperto in interventistica,ma, sic stantibus rebus la vedo dura, soprattutto di fronte ad un progressivo impoverimento delle dotazioni che ci competono per una vera radiologia sociale, erose man mano da una carenza di fondi ogni giorno più grave. Non so te, ma a me sembra molto più allarmante il paventato ricorso a terzi esterni liberi professionisti che offrono prestazioni a prezzo stracciato, radiologi anche quelli e che fanno molto gola a chi in alte sfere cerca solo di risparmiare a scapito della qualità del servizio.

    • antoniosaponaro ha detto:

      Quello che dobbiamo temere noi dipendenti del SSN non è la condivisione di esperienze e capacità con specialisti di altre branche, ma l’out-sourcing di alcune macchine e prestazioni, a scapito della qualità del servizio, come hai ben evidenziato

  7. matteo ha detto:

    si ok Giancarlo , ma perdonami la battutina da quattro soldi: se tutti ragionano come te sulle biopsie non è che si abbassa la qualità del servizio , ma proprio si elimina il servizio del tutto!!

  8. giancarlo ha detto:

    Scusa Matteo, solo per informazione. Ma da te i prelievi per esame citologico agoaspirato tipo tiroide, mammella et similia, li fai tu o il citologo?

    • Gaddo ha detto:

      Rispondo per la mia parte: qui da me facciamo tutto noi. Con le mammelle è stata battaglia dura, ma se perdi terreno e poi vuoi riconquistarlo è battaglia dura, quella che devi fare.
      Ci sono ospedali limitrofi in cui le liste ecografiche normali sono appannaggio dei medici nucleari e non dei radiologi: io, per me, farei battaglia dura anche su quello. Perché poi capita anche il contrario: cioè che le TC-PET le referti da solo il medico nucleare, anche se la refertazione dovrebbe essere combinata, con ovvie conseguenze sulla qualità dei referti. Però, in quei casi, se il radiologo accampa pretese è stronzo e accentratore.
      In questo modo di ragionare c’è qualcosa che non va, lo dico forte e chiaro: la radiologia non può più essere il mercatino natalizio in cui tutti vanno a comprare qualcosa, e poi non pagano il conto.

  9. giancarlo ha detto:

    Esco dalla discussione, ragazzi, ma non prima di rendervi onore per quello che fate. Ho una diversa formazione che mi fa vedere la radiologia interventistica come una “superspecializzazione” che richiede impegno continuo e dedicato, a meno di dire “faccio solo fino a qua e lascio il resto a chi ne fa più di me”. E ve lo dice uno che faceva le biopsie prostatiche per via perineale ed ancora si mette da solo i reperi mammari. Ma, riconosco, è un mio limite, ho sempre eseguito queste metodiche con una certa riluttanza e il discorso è ben diverso dal lasciare lontani ad esempio i cardiologi dalla risonanza magnetica. Non vorrei poi che l’alto tasso di reperti inappropriati della citologia sia un modo dei citologi per far capire di voler essere più coinvolti nel caso. Lo dico consapevole di poter essere giubilato subito con racconti di citologi che non vogliono fare i prelievi, ma dalle mie parti non ci sono mai stati problemi di collaborazione con loro. Saluti a tutti!

    • Gaddo ha detto:

      Ti dico solo che spero tu abbia torto: se un patologo facesse ciò che dici sarebbe nel penale, e perciò non voglio crederci. Il suo compito non è prelevare, ma dare la risposta definitiva sul prelievo.
      Quanto a noi, risolveremo la questione di persona, a cena! 🙂

  10. giosi ha detto:

    Scusate il ritardo del commento ma sono una new entry; questa discussione mi ha incuriosito a tal punto da costringermi ad effettuare la registrazione necessaria al login superando la mia proverbiale pigrizia.
    Premetto che ho fatto a lungo l’interventista e continuo ad essere uno specialista delle biopsie non solo toraciche quindi l’argomento mi tocca da vicino.
    Vorrei pertanto sottolineare alcune tematiche già esposte.
    Chi ce lo fa fare? La mia risposta é semplice: il senso del dovere ma anche il piace di fare qualcosa di utile anche se pericoloso; confesso che mi piace fare le biopsie e penso che anche se non vi é un corrispondente economico la soddisfazione personale é per me motivazione sufficiente e credo che in molti reparti si troverebbero radiologi disposti a farlo se vi fosse una organizzazione sanitaria degna di questo nome.
    Per quanto riguarda il consenso informato nel nostro Ospedale é obbligatorio che venga ottenuto da chi fa la procedura che oltretutto deve firmare il consenso e metterlo in cartella (in caso di ricoverati o day hospital); il consenso preso esclusivamente in reparto secondo me non é valido, sarebbe come se gli pneumologi prendessero il consenso informato per un intervento chirurgico o i chirurghi per una broncoscopia operativa!
    Anche io “faccio tutto io” e così insegno agli specializzandi ma in altri reparti di radiologia dell’ospedale alcuni colleghi fanno fare tutto agli anatomopatologi. Dopo anni di aspirati anche io sono passato ad aghi trancianti nella maggior parte dei casi; i motivi sono due: la necessità di indagini immunoistochimiche sempre più importanti a fini terapeutici e prognostici e il tasso non indifferente di inadeguati negli aspirati. A questo proposito nel nuovo consenso informato in elaborazione viene inserito il concetto di biopsia non conclusiva per spiegare che il valore predittivo positivo é elevatissimo ma quello negativo é più basso e non consente pertanto di escludere con certezza un tumore, anche se non é facile capire per un paziente che un intervento può non riuscire. Una paradossale conseguenza del passaggio ad aghi trancianti da 18 g é quella che gli anatomopatologi non li sanno assolutamente usare e quindi si tengono ben lontani dalla TC o dall’eco. Quelli di loro che forse anche inconsciamente (per evitare il “penale” suggerito da Gaddo) hanno per anni dato per inadeguato un materiale che magari poteva essere valorizzato meglio solo perché dubbiosi delle modalità di prelievo in loro assenza (ti assicuro che é probabile che questo avvenga in molti posti) si sono fatti quindi un clamoroso autogol. Per esperienza diretta posso sostenere che il citologo bravo ed esperto che mi ha insegnato come voleva che aspirassi e trattassi il materiale aveva un tasso di inadeguati sui miei prelievi minore di quello che hanno ora molti suoi colleghi. Inoltre dato il basso numero di citologi presenti anche negli ospedali più grandi se dovessero effettuare di persona tutti i prelievi tiroidei linfonodali mammari polmonari epatici pancreatici etc. non avrebbero il tempo di leggerli! Sarebbe come se noi effettuassimo personalmente tutte le TC compreso di accesso venoso perché riteniamo di essere più bravi del tecnico e dell’infermiere poi ci lamentassimo che non abbiamo il tempo per refertare.
    Credo comunque che la situazione possa essere differente a seconda degli ospedali e degli usi e costumi locali ma sono certo che non si possa fare a meno sia della collaborazione (con anatomopatologi, pneumologi, cardiologi dato che sono stati citati) che della difesa della professione, ma quest’ultima richiede un impegno continuo, complesso e comune per una adeguata formazione che vada al di là degli artifici matematici degli ECM e sia mirata alla singola persona che lavora in quel posto particolare che ha delle esigenze specifiche: in pratica una formazione personalizzata.
    P.S. Magari alla prima denuncia cambio idea e rinuncio anch’io con buona pace degli anatomopatologi e dei loro aghi sottili!

    • Gaddo ha detto:

      @ giosi

      Oltre a darti il benvenuto, e a felicitarmi di essere riuscito a vincere una pigrizia che anche io condivido, devo ringraziarti: la tua è la migliore risposta che potessi aspettarmi, perché ovviamente è quella che avrei dato io. Completa in ogni sua parte: sottoscrivo tutto.
      Per inciso, tempo addietro avevo anche io citologo che mi seguiva per le FNAC: anche in quel caso i risultati erano molto buoni, peccato solo che il collega non fosse molto apprezzato dai suoi, di colleghi.

    • matteo ha detto:

      @giosi
      Complimenti a te e sottoscrivo in pieno dalla prima all’ultima riga.

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