Una mattina in pretura

Qualche giorno fa sono stato chiamato a testimoniare in un processo penale. I trenta secondi peggiori, come potete immaginare, sono stati quelli intercorsi tra la consegna della raccomandata, in cui campeggiava bel bello il nome dello studio legale, e la sollevante scoperta che anche per questa volta non ero stato accusato di negligenza e/o imperizia e/o imprudenza: il che la dice lunga sullo stato d’animo che permea il medico italiano oggi (e non pensiate, cari pazienti, che questa pressione migliori le nostre prestazioni: perché semmai le rende peggiori, ma questo è un altro discorso).

Il resto è dunque ordinaria amministrazione: persino la naturale irritazione nel sentirsi citati come testimoni con tono francamente intimidatorio. Ho capito che i testimoni svicolano, come mi insegna mia moglie, e che la formula usata dagli avvocati è quella che la legge prevede, però non è piacevole sentirsi dire che nel caso di inadempienza agli obblighi si sarà coattivamente condotti in tribunale dalle forze dell’ordine; e neanche che nel peggiore dei casi se fai l’uccel di bosco ti aspetta una multa da oltre 500 euro. In fin dei conti sono un cittadino italiano, se non libero nella sostanza almeno nella forma, e per giunta incensurato. Ed essendo tra i pochi a pagare le tasse, pare, gradirei non dico deferenza ma almeno un po’ di rispetto dallo Stato di cui immeritatamente faccio parte.

Alla fine dei conti la storia era come me l’ero prefigurata: un tale aveva menato un altro tale e io, di guardia in pronto soccorso, avevo refertato le fratture del secondo. Mi è stata chiesta qualche delucidazione sul referto, io l’ho fornita e il tutto è durato cinque minuti di orologio. L’imputato aveva qualcosa di lombrosiano, ho pensato uscendo dall’aula, ma quelli francamente non erano affari miei.

Alla fine sono tornato al lavoro: perché è vero che mi sarebbe toccato un giorno di congedo pagato, ma poi alla fine noi medici siamo fatti così, lontani dal nostro ospedale proprio non ci sappiamo stare. Alla faccia di chi ci ha dato, e continua a darci, degli sfaticati, degli irresponsabili e puranche dei criminali (nota: non mi sto autoincensando, con me c’era anche un collega chirurgo maxillo-facciale e anche lui è tornato all’ovile. Che brutta abitudine, vero?).

6 Responses to “Una mattina in pretura”

  1. Thumper ha detto:

    Ecco, no, io dopo il tribunale non sono tornata al lavoro.
    Ma non perché sia una sfaticata, perché l’ansia non mi avrebbe permesso di lavorare bene.
    Ma io sono sempre stata o l’attrice o la convenuta…

  2. Gaddo ha detto:

    Ha messo ansia a me che c’entravo nulla, non faccio fatica a crederci.

  3. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    posso capire i tuoi 30 secondi di panico prima di aprire la lettera d’invito a testimoniare.
    È sai perchè hai avuto paura?
    Perchè sei un presunto colpevole, a priori, come tutti noi.
    Perchè sei sorvegliato in tempo reale e non te ne rendi più conto.
    Perchè mentre lavori e ce la metti tutta, in un angolo del tuo cervello temi sempre che ci sia qualcuno pronto a mettertela nel culo ad ogni tuo minimo errore.
    Tu come tutti noi ovviamente.
    Ormai te ne accorgi in modo chiaro solo quando ti capita in mano la lettera dello Studio Legale, altrimenti non ci faresti più caso tanto sei abituato.
    Sul lavoro il tuo ospedale ti controlla quando passi il badge all’entrata del parcheggio poi controlla con le telecamere mentre ti avvicini al mitico timbro che poi rileva in modo ineluttabile l’orario di entrata, uscita, mensa, entrata, uscita e se per caso sbagli perché ti sei dimenticato di stimbrare per fare la pipì ogni sei ore, ecco che arriva la tua simpatica amministrazione e ti toglie d’ufficio 30 minuti dal tuo cedolino orario come se tu non avessi lavorato.
    Tra l’entrata e l’uscita ovviamente tutti i tuoi referti vengono debitamente registrati con la carta informatizzata SISS (che funziona un giorno si e tre no per la tua gioia).
    E se per caso sbagli la grammatica di un referto e per orgoglio personale lo vuoi correggere, ecco che il sistema informatico registra anche la correzione (versione n. 2) , non si sa mai…
    Poi dopo logicamente potresti dover fare un turno di reperibilità ed ecco ancora le telecamere che controllano a vista il tuo ingresso trionfale in PS , quando passi la sbarra, timbri e stibri tutto registrato e documentato e se per caso stai sveglio dalle 2.00 alle 6.45 di notte a lavorare in reparto per casi umani incomprensibili o semplicemente per parare il culo a medici internisti e/o chirurghi incapaci, ci potrebbe essere un Primario coglione – come il mio – che il giorno dopo ti chiede: “come mai sei rimasto tutto questo tempo stanotte in reparto?”
    Caro Gaddo, io vedo sempre più medici cupi e disaffezionati al lavoro, con il dito puntato da parte dei Pazienti, Parenti, Amministratori, Avvocati o comunque coinvolti in decennali contenziosi che li vedono imputati, vessati e li portano ad essere molto insicuri nel loro lavoro che – lo ricordiamo –consiste nella Cura delle malattie e a favore della Salute e benessere del nostro Prossimo.
    Ovviamente tutto questo porta a una certa delusione e il fatto che i medici siano in calo sia come numero sia come considerazione da parte dell’opinione generale non mi stupisce affatto. Sono uno dei pochi che afferma in modo chiaro e netto che la professione di medico è in crisi nera, ben lontana quello che era soltanto una ventina di anni or sono.
    Certe volte poi ho l’impressione che in Ospedale al Paziente e soprattutto ai parenti dei Pazienti sia concesso tutto.
    Guarda i Pazienti in pronto soccorso: possono urlare insultare, pretendere e a volte decidere anche il loro codice di priorità d’accesso a scapito di altri. E se per caso capita qualche screzio tra medico/paziente per una minima minchiata vanno a rompere in direzione sanitaria la quale a sua volta pur di togliersi dai piedi la patata bollente andrà a rivalersi sul singolo medico che ha osato contraddire il parere di un Paziente.
    Recentemente ho visto una collega internista di pronto soccorso alta circa 1 m e 35 cm e peso circa 38 kg venir ripetutamente aggredita verbalmente da una Parente di Paziente 98enne (affetta da gonalgia per gonartrosi già nota da una dozzina d’anni) per aver confermato un “codice bianco” invece dell’ atteso/preteso codice verde giallo rosso o vattelapesca con invito subdolo al ricovero immediato per curare il povero ginocchio meniscosico.
    L’aggressione – solo verbale per fortuna -è avvenuta nel corridoio del PS alla vista di svariati altri Pazienti in attesa che non hanno aperto bocca e soprattutto sotto gli occhi di
    un chirurgo
    un ortopedico
    una schiera di 6 infermieri
    vari altri paramedici
    che non hanno mosso un dito, dico uno, in difesa della mini dottoressa che aveva tutte le ragioni di questa Terra e forse anche quelle di Giove e Saturno per aver confermato il codice Bianco peraltro già assegnato in fase di Triage.
    A quanto pare sono stato l’unico pirla ad aver provato a prendere le sue difese se non altro impietosito dalle sue caratteristiche somatiche!
    Quello che mi ha fatto veramente schifo è stata l’indifferenza totale degli altri colleghi, che vedendomi preoccupato e un po’ incazzato mi hanno addirittura suggerito di lasciar perdere “perchè questi Pazienti rompicoglioni bisogna lasciarli sfogare”. No Gaddo, non ci siamo.
    Questa cosa che il lavoro di medico comporti prima o poi un coinvolgimento più o meno doloroso con le ire dei nostri assistiti e con vicende di giustizia è un fatto davvero inquietante …forse fra una decina d’anni dovremmo andare a lavorare con la pistola e circondarci di amici Avvocati per svolgere serenamente il nostro lavoro.
    Il fatto poi che episodi di delinquenza come quello del post finiscono spesso e volentieri a coinvolgere la nostra attività personalmente mi irrita non poco.
    Che se ne stessero a delinquere fuori dall’ospedale, senza venire a rompere i coglioni in pronto soccorso!

  4. Gaddo ha detto:

    Come al solito hai colto bene il senso del post: anzi, stavolta lo hai esteso oltre le mie iniziali intenzioni.
    Solo due osservazioni aggiuntive: ci sarebbe proprio bisogno di un nuovo patto sociale, specialmente in questo momento di generale difficoltà. Dovremmo ricominciare ad avere a che fare gli uni con gli altri avendo in testa il bene comune o almeno un ideale comune di giustizia e rispetto reciproco: e invece, ancora, ci interessa solo il nostro miserabile orticello. E questo vale anche per molti di noi medici, intendiamoci. Per cui mi domando, forse ingenuamente, quale abisso ci toccherà raggiungere prima di capire che o ci diamo una mano reciproca (il che comporta anche comprensione e tolleranza dei limiti di chi ci sta accanto: medici compresi, ovviamente) o siamo destinati a brutti domani.
    Per quanto riguarda i rapporti con le varie Direzioni, beh, temo che la situazione sia analoga in tutte le parti del paese. E la cosa, non te lo nascondo, fa più male che fastidio: perché in fondo dovremmo lavorare dalla stessa parte della barricata e far fronte comune contro le offese che a volte ci vengono arrecate. Poi altre volte è colpa nostra: ma le volte in cui non lo è, per la miseria, anche io vorrei la Direzione dalla mia parte, incontestabilmente, incondizionatamente, fino alla fine della questione.

  5. thepellons ha detto:

    Mi sono tremendamente ritrovata in questo tuo post. E’ un piacere averti scoperto. E’ meno un piacere lavorare, ogni giorno di più. Per i motivi che hai ben citato.Anche se forse un po’ di passione ce la dobbiamo avere, visto che siamo sempre lì.

  6. Gaddo ha detto:

    Si, la passione è indispensabile: senza di essa non varrebbe la pena di fare progetti, sperare in un futuro migliore, darsi forza quando le cose, come capita spesso, vanno di male in peggio.

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