Una precisazione sul caso Vendola

Mi sono arrivate, in risposta al post “Avvisi di garanzia”, un numero inatteso di e-mail. Da parte di persone che appoggiavano la mia critica o la criticavano a loro volta; o, peggio ancora, che ce l’avevano per questioni di varia natura con la persona di Vendola. Ho avuto l’impressione, insomma, che la mia posizione non fosse abbastanza chiara: provo quindi a chiarirla ora.

La questione è semplice: io non ce l’ho con Vendola per la nomina del primario chirurgo all’ospedale di Bari. Non ce l’avrei con lui in entrambi i casi: che il primario lo abbia imposto lui o meno. E sapete perché? Perché è assurdo prendersela con Vendola per un modello italiano ormai consolidato non solo nella pratica quotidiana ma nella mentalità delle persone, dei cittadini stessi. Piuttosto mi sorprende che tutti, sui giornali, nelle televisioni, per le strade, si straccino le vesti per lo sdegno: questa è la realtà delle cose, che vi piaccia o meno. Questa è la realtà creata da chi ci governa, quindi in ultima, remota e imprecisa analisi, da noi stessi. E io ho l’impressione che agli italiani questa realtà piaccia, perché tutti, o quasi tutti, hanno avuto da qualche parte, nella loro vita, un santo protettore. Tutti, o quasi tutti, hanno trovato a un certo punto della loro vita una comoda scorciatoia. E tutti, o quasi tutti, sanno che prima o poi dovranno bussare alle porte di qualche potente per chiedere qualcosa che gli spetterebbe, per capacità o inclinazione, o anche che non gli spetterebbe per gli stessi identici motivi. E infatti Vendola cosa ha detto? Ma io ho messo quello più bravo! Meravigliandosi alquanto per il baccano suscitato dalla faccenda, perché in fondo da moltissime altre parti non vengono messi su quelli più bravi. Anzi.

E allora, mi chiede qualcuno, cosa si può fare? In un certo senso la questione è  semplice: chi nomina i primari? I direttori generali ospedalieri. Chi nomina i direttori generali ospedalieri? I politici locali. Questa è l’equazione: facile intuire chi nomina i primari. Attualmente il concorso da primario è una formalità, ha una funzione puramente orientativa: sarebbe a dire che il colloquio vale meno che zero, chi decide può decidere a prescindere e spesso decidere nonostante. Infatti, a conferma, non esiste nemmeno una graduatoria di esame ma soltanto una generica idoneità; e il primario viene nominato direttamente dal direttore generale.

Il che, vi dirò, tutto sommato andrebbe anche bene: l’allenatore di una squadra di calcio ha il diritto di scegliere quali giocatori mettere in campo. Andrebbe bene, ripeto, se come un allenatore di calcio ci mettesse la faccia e si assumesse la responsabilità delle scelte, se potesse essere sfiduciato se la squadra non gioca e non vince, e se le scelte stesse fossero fatte nell’interesse della squadra stessa (e quindi della comunità): perché guardate che nei vari ambienti medici lo si sa bene chi vale qualcosa e chi non vale nulla. Quando viene piazzato un primario chirurgo che non sa nemmeno operare una colecisti tutti  nell’ambiente sghignazzano: ma intanto la scelta è stata fatta, non c’è più niente da fare e a pagarne le conseguenze saranno i cittadini. E allora meglio abolirli, i concorsi pubblici: costano fior di quattrini, non servono a nulla e rappresentano l’apoteosi delle ipocrisie di un sistema politico-sociale che fa parte integrante del nostro DNA di italiani.

E quindi, insisto, il problema non è Vendola: il problema, semmai, è il sistema. E in un sistema così marcio, nel mezzo di una ingloriosa demeritocrazia come la nostra, va a finire che un presidente di regione con il coraggio di imporre una scelta tecnica, magari andando contro le preferenze della politica locale, rischia di essere meritevole di lode: pensate a che punto siamo arrivati.

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