Una vita da portiere

Ci sono gli Europei di calcio, come quasi tutti sapete bene. Io non sono (più da anni, ormai) un appassionato di questo sport: il nucleo di cavernosa stolidità della maggior parte dei calciatori mi infastidisce oltremisura, lo scandalo delle scommesse mi fa venire voglia di chiudere per sempre gli stadi e convertirli in parchi pubblici per bambini e poi, diciamocela tutta, l’idea che un fenomeno muscolare con la terza media guadagni mille volte più di me, che ho studiato un numero ragguardevole di anni e svolgo un mestiere in cui tengo tra le mani la vita della gente, mi fa dubitare del senso di giustizia che dovrebbe permeare l’universo.

Ciononostante ci sono suggestioni a cui è difficile non cedere. Per esempio, guardare la partita di calcio insieme al proprio figlio maschio che ha quasi sei anni e, come è giusto che sia, comincia ad appassionarsi all’idea di prendere a calci un pallone con gli amici. Così, nonostante i mugugni della piccola, che invece al calcio è già ormonalmente avversa, io e mio figlio guardiamo insieme qualche minuto della partita serale. Cerco di spiegargli le regole e le dinamiche in campo anche se lui per adesso si entusiasma solo per i gesti atletici e i falli grossolani di cui il calcio odierno è inquinato.

Una sera mio figlio mi ha chiesto lumi sulla figura del portiere, che in qualche modo affascina per la divisa differente dai compagni e questa peculiarità del prendere il pallone anche con le mani invece che soltanto con i piedi. E io, che quand’ero vivo e giocavo a calcio stazionavo per l’appunto tra i pali della porta, mi sono ricordato delle sensazioni di allora.

Il portiere è anomalo: caratterialmente anomalo, intendo. Per esempio, perché sceglie uno sport di squadra e poi si ritaglia l’unico ruolo da solista assoluto. Oppure perché in un universo infantile e adolescenziale in cui il sogno di chiunque calci il pallone è segnare un goal, lui coltiva l’utopia sadica e monocratica di non far segnare gli altri. Il portiere è un bastian contrario di natura, un solipsista, un anarchico maledetto che si è messo al servizio della società.

Ma i tornei di calcio, ahimè, sono altra cosa. Gli occhi di tutti sono puntati sul fuoriclasse di turno, quello che ti risolve la partita con il colpo di genio, il gesto calcistico che passerà alla storia. Al massimo ci sono parole di elogio per il difensore nerboruto che è capace di contenere il genio calcistico del fantasista, ma il portiere rimane nell’ombra anche quando le sue prodezze salvano le chiappe ai compagni di squadra in giornata no.

E poi nessuno che non abbia stazionato tra i pali di una porta può saperlo: gli altri dieci giocatori possono nascondersi dietro la squadra, mascherare l’errore nella dinamica dell’azione o farselo nascondere dal recupero di un compagno; ma il portiere no, la prende o non la prende, non ci sono vie di mezzo. E quando la prende magari non è colpa sua, forse la difesa non ha fatto il suo dovere o il centravanti ha prodotto un indiscutibile capolavoro balistico: eppure è lui il padrone della porta, e per quanto geniale sia stata la giocata dell’attaccante non riuscirà mai a perdonarsi il gol preso. Il portiere non è solo sadico, è anche abbastanza masochista. O è solo dotato di un poderoso super-Io, fate voi.

Insomma, sono state scritte canzoni sui rigoristi, persino sui mediani, mai nessuna sul portiere. E quindi ve lo dico da ex portiere: che poi alla fine uno portiere ci resta sempre, qualunque cosa faccia, nel bene e nel male.

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