Vai, che il tuo cuore nessuno lo piega

C’era una volta un bambino che guardava la televisione solo dalle cinque del pomeriggio in poi: perché all’epoca, semplicemente, non c’erano programmi prima di quella fatidica ora. Era un bambino molto solitario, silenzioso, un po’ triste per varie vicissitudini della sua breve esistenza ma animato da una fede incrollabile nel futuro: in tutto ciò che al momento lo teneva ancorato con i piedi a terra, forse, ma che un domani più o meno lontano gli avrebbe fornito l’energia necessaria a prendere il volo. Dentro il suo cuore, statene certi, lui lo sapeva come sarebbe andata a finire. Mai una volta lo sfiorò il dubbio che quella tristezza potesse essere per sempre.

Un pomeriggio del 1978 il bambino accese le televisione e restò incantato: in un memorabile cartone animato giapponese si narravano le gesta di un robot extraterrestre, Goldrake, animato da un eroe senza precedenti. L’eroe si chiamava Actarus: affrontava i nemici della Terra con un coraggio indomabile e del tutto gratuito, visto che Actarus nemmeno era di origine terrestre. Ma il suo coraggio non era solo frutto di generosità: gli alieni di Vega che adesso stavano attaccando la Terra, concentrandosi per motivi inspiegabili proprio sul Giappone in cui aveva trovato rifugio, erano stati i responsabili della distruzione del suo pianeta natale.

Il bambino guardava la serie televisiva e giorno dopo giorno si appassionava sempre di più alle vicende dei personaggi. Come tanti suoi coetanei, finì per proiettare nella figura di Actarus le sue speranze per il futuro. Quando girava in bicicletta lungo le strade del suo paese, sognando di combattere contro mostri meccanici spietati, era ad Actarus che da grande avrebbe voluto somigliare: la stessa incrollabile fiducia nel genere umano, il disprezzo del pericolo, l’incapacità di piegarsi a qualunque genere di compromesso. Goldrake non attaccava mai per primo. Eppure, provocato, lottava fino alla morte: sua o del suo nemico meccanico. Ecco, è questo il desiderio che il bambino aveva formulato per la sua vita da adulto. Un desiderio che sarebbe stato realizzato: perché la materia dei desideri è questa, mai e poi mai ci è permesso di formulare un desiderio senza che contemporaneamente ci venga data la possibilità di realizzarlo.

Il bambino crebbe e scoprì, suo malgrado, che la vita non è una lotta tra due robot ipertecnologici. Che il nemico spesso non puoi vederlo, identificarlo, e che combattere non è facile se non sai contro chi dirigere le tue energie. Il bambino scoprì pure, crescendo, che molto spesso il vero nemico si nasconde dentro di te: ed è per questo motivo che talora non riesci a identificarlo. Il vero nemico ti avvelena da dentro finché non trovi il modo di metterlo fuori combattimento: è questa la battaglia più dura alla quale siamo chiamati. Ed è una battaglia in cui i tuoi alleati sono come Alcor, l’amico di Actarus: animato da buone intenzioni ma fragile come un calice di cristallo. Oppure combattono al tuo fianco per un po’ ma poi cambiano strada perché hanno altre battaglie da intraprendere, anche loro alle prese con gli alieni vegani che si portano dentro da sempre.

Insomma, forse Actarus ci insegna solo che siamo soli e che da soli dobbiamo cercare di cavarcela. Oppure tutto questo non è vero: perché in fondo, come recita la canzone, da qualche parte del mondo c’è sempre un altro Actarus che combatte per te, dentro te.


La canzone della clip è Goldrake, sigla del cartone animato, rivisitata in modo spettacolare da Alessio Caraturo nell’album Ciò che desidero (2005). Non tutti sono d’accordo sulla bontà dell’arrangiamento: la mancanza del ritmo travolgente della versione originale, per esempio, o l’urlo Goldrake! che non viene replicato e inevitabilmente toglie baldanza al nostro eroe che solca i cieli a bordo del robot buono. Eppure secondo me è la versione giusta: se la mia interpretazione della storia è corretta, e i vegani sono dentro di noi, può funzionare solo una versione musicale così intimista ed essenziale.

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