Vecchi e giovani

In ultimo, sempre relativamente al congresso SIRM, due rapide considerazioni.
La prima riguarda i radiologi giovani, a cui è stato dedicato uno spazio “particolare” nell’ambito congressuale: se devo essere sincero, considerando l’impostazione culturale e le storie personali dei giovani specializzandi che frequentano il mio reparto, preferirei che lo spazio per imparare e per fare gli venisse garantito nelle scuole di specialità che frequentano, e non al congresso nazionale (dove tutto o quasi, purtroppo e per forza di cose, assume il carattere di merce esposta in vetrina).
Gli specializzandi, in Italia, vengono usati fondamentalmente come forza lavoro di secondo livello: battere referti, fare fotocopie, coprire buchi di personale con una presenza non del tutto consapevole e sicura dei propri mezzi. Senza contare che, fino a pochi mesi fa, guadagnavano in euro quello che un loro collega guadagnava in lire nel 1994: io all’epoca riuscivo a mantenermi da solo, loro hanno fatto la fame.
Il problema, comunque, non è del solo mondo radiologico: il problema è universitario in senso molto più esteso, e quindi nel nostro paese non è risolvibile con le armi convenzionali del buon senso e dei progetti a lungo termine. Ci vorrebbe l’equivalente di una bomba atomica, ma io non credevo alle rivoluzioni più o meno violente nemmeno da ragazzino, figuratevi adesso che stiamo pagando le conseguenze di quella catastrofe nazionale che  è stato il ‘68 (siamo governati o no dagli ex sessantottini? Ma questo è un altro discorso, e lo faremo un’altra volta).
La seconda considerazione riguarda invece i radiologi anziani: il congresso nazionale, da questo punto di vista, da’ la stessa sicurezza di quando si torna a casa dopo un lungo viaggio all’estero. I nostri Grandi Vecchi erano Grandi Vecchi già quindici anni fa, quando ho cominciato questo mestiere, e continuano a presenziare gli eventi importanti con una immarcescibilità che fa invidia, e che fa ben sperare per il futuro (se la longevità dipende dal mestiere che facciamo, camperò all’incirca duecento anni).
A volte, quando ritorno a casa in un tardo pomeriggio qualsiasi, nella buca delle lettere c’è il nuovo numero della rivista mensile della Società Italiana di Radiologia Medica, tutta incellofanata e con il suo buon odore di stampa fresca e di colla tipografica. Me la porto subito in casa, scarto il plasticone, mi siedo sul water e comincio a sfogliarla: nelle ultime pagine scorgo quasi sempre il necrologio di una personalità di spicco del mondo radiologico italiano. Qualcuno che in genere è stato più o meno contemporaneamente professore universitario, preside della facoltà di medicina, presidente dell’accademia delle scienze, membro ordinario o straordinario di un numero inenarrabile di società italiane o straniere più o meno attinenti col proprio mestiere; uno di quelli con all’attivo oltre trecento pubblicazioni scientifiche e compendi monotematici e libri di testo per studenti; uno di quelli che nel corso dei decenni ha preso per mano i suoi allievi e li ha portati a livelli di eccellenza, alcuni persino a cattedre universitarie. Ma sapete che c’è di nuovo? Che i necrologi dei Grandi Radiologi Defunti sono tutti uguali: la morte uniforma i caratteri delle persone, li omogeneizza come in un frullatore gigante. La Nera Signora consegna alla storia caratterizzazioni macchiettistiche dell’uomo di scienza senza macchia e senza paura, dedito unicamente al sogno di un’umanità migliore in cui l’incubo delle malattie e della morte è stato estirpato; dell’uomo di cultura la cui esistenza non si è consumata tra le mura scrostate dell’ospedale ma ha travalicato i confini della propria disciplina, rendendolo di volta in volta fine esteta, raffinato dicitore, esperto di delizie culinarie e letterarie e delle arguzie segrete del mondo.
A tale proposito c’è una riflessione che mi fa paura, mi terrorizza come poche altre al mondo, e proverò a raccontarla.
Io resto convinto che alla fine siano stati scritti necrologi anche su uomini degni di memoria e di rispetto: tutti uniti, però, dal denominatore comune di una vita, come si dice, dedicata allo studio e al lavoro. E dietro quei necrologi io non riesco a scorgere soltanto l’uomo e le sue imprese titaniche: intravedo piuttosto una vita di rinunce e vessazioni vissuta allo scopo di ritagliarsi un posto sotto l’occhio di bue del riflettore che illumina il palcoscenico del teatro. Intravedo (forse esagerando ma ripeto, sono pensieri che mi terrorizzano) rapporti familiari compromessi, amici perduti per sempre, donne che hanno rinunciato a starti accanto, figli che compiono vent’anni e tu non te ne sei neanche accorto, preso com’eri dal vortice inestinguibile di congressi, lavori scientifici e presenzialismo a oltranza. E poi intravedo vecchiaie lunghe e lugubri, illuminate solo da qualche barlume di entusiasmo quando un collega coetaneo viene a cercarti per la commemorazione di un evento accaduto cinquant’anni prima, o perchè un Comitato Direttivo decide di nominarti presidente onorario di qualche congresso nazionale; nottate insonni a meditare sull’evidenza che nella vita sei stato talmente spietato, nel perseguimento paranoide della tua carriera accademica, da rischiare che al tuo funerale non venga nessuno, o peggio ancora solo quelli che hai usato per raggiungere qualche fine e adesso sono lì a presenziare la dipartita del Grande Vecchio con l’aria compiaciuta di chi sta finalmente sfuggendo al più grande incubo della propria esistenza.
Io lo amo, questo mestiere, giuro che lo amo quasi più di ogni altra cosa al mondo; ma ogni sera prego Iddio che è nei cieli, o Chi per Egli, di poter sfuggire a questa logica perversa del necrologio. Voglio finire i miei giorni lavorativi convinto solo di aver nuociuto il meno possibile al prossimo mio, e poi ritirarmi in qualche luogo del mondo in cui non debba più avere notizia di congressi radiologici e di aggiornamenti scientifici. Spero di non essere solo, in quei giorni; spero di avere accanto mia moglie e con lei dividermi tra figli e nipoti, giardini fioriti e stanze zeppe di libri da leggere.
Non voglio finire nel necrologio: ecco, perchè quando arriva la rivista mensile, il primo articolo che mi affretto a leggere è proprio quello. Il necrologio ti rimette con i piedi a terra quando voli troppo alto, ti ricorda il senso autentico del tuo mestiere quando nutri smanie scientifiche fuori misura e senza radici nella routine quotidiana.
Non voglio che un radiologo sbarbato trentacinquenne, fra qualche decennio, guardi il mio volto avvizzito nella foto in cima all’articolo e pensi: guarda questo coglione, una vita intera dedita solo alla fatica medica e alla fine nessun segno lasciato nella memoria storica del mondo, solo articoli scientifici di scarso valore che dopo tre o quattro anni hanno perduto ogni loro significato perchè qualcun altro, più intelligente, più capace e soprattutto più giovane, è andato oltre con la stessa facilità con cui un bambino impara ad attraversare la strada camminando sulle strisce pedonali.
Perchè il mondo va avanti e va avanti con o senza di noi. E il più delle volte senza che nemmeno ci si accorga della differenza.

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