Vent’anni dopo (ma per me solo dieci)

Nell’ospedale in cui lavoro ricorre un anniversario: vent’anni esatti fa nasceva un gruppo di studio multidisciplinare dedicato alla patologia toracica. Oggi in medicina la cosiddetta multidisciplinarietà è, o dovrebbe essere, la norma; vent’anni fa, in un mondo sanitario di gente abituata a far da sé (e a confrontarsi solo con il proprio ego ipertrofico), era avanguardia pura.

Il salto quantico è stato il seguente. Invece di costringere il paziente a girare a caso, in cerca dello specialista giusto, e fargli sbattere la testa a vuoto per niente, è meglio ribaltare l’approccio: il paziente sta fermo e tutti gli specialisti gli girano intorno. Magari parlandosi, nel mentre, che dieci teste pensano sempre meglio di una sola. E allora in queste riunioni multidisciplinari del lunedì siamo in tanti: chirurgo toracico, pneumologo, radiologo, anatomopatologo, radioterapista, oncologo, e sicuramente dimentico qualche altra figura professionale. Si discutono i casi e si decide sul da farsi: in genere il paziente è grato; se non ai singoli componenti della squadra, almeno al sistema.

Ieri sera si è festeggiato, appunto, questo ventesimo anniversario. C’erano tutti, o quasi, come ogni anno: ma quest’anno un po’ di più, o forse questa è stata la mia impressione (ma ero emozionato, dunque l’impressione non è misurabile). Non scenderò in particolari, né racconterò di una mia foto di venti anni fa messa a confronto nella stessa diapositiva con una di oggi: ero felice allora, nonostante la faccia truce di circostanza fotografica, e sono felice adesso. Con un vantaggio non da poco: che adesso so cosa mi aspettava all’epoca. Adesso, come direbbe qualcuno, è facile guardarsi alle spalle e unire i puntini. All’epoca non c’erano puntini, dietro le spalle, o comunque ce n’erano molto pochi.

Poi, tornando a casa, ho pensato che in questi giorni cade anche il decimo anniversario del mio trasferimento nell’ospedale in cui lavoro. Sembra ieri che arrivai nella vecchia sala referti, alle 7 e quarantacinque del mattino,  senza nemmeno sapere come sarei stato accolto in quel posto; e invece sono passati la bellezza di dieci anni. E se proprio dovessi trovare un termine che compendi questo memorabile decennio, probabilmente userei la parola gratitudine; e la userei anche nei confronti di persone (che in parte adesso non appartengono più al reparto) e di situazioni con cui le cose non sono evolute, come si dice, nel migliore dei modi possibili. Per cui, perdonatemi, ma devo raccontare un paio di cose mie: che è un modo come un altro per esprimere gratitudine.

Per esempio, gratitudine verso quell’aiuto anziano che avrebbe potuto chiudere a chiave la porta della TC: e invece me la aprì e mi diede le chiavi. Altri, che avevo conosciuto prima e in altri luoghi, lo avrebbero fatto: lui no. Se adesso mi permetto di parlare in pubblico senza patemi d’animo, beh, direi che il merito è anche delle sue spinte a lanciarmi fuori dal nido.

Gratitudine anche verso il collega che perse un bel po’ del suo tempo a correggere, per qualche mese, i referti delle mie prime risonanze magnetiche articolari. O verso quell’altro, che mi insegnò a fare l’eco-color-Doppler degli arti inferiori per ricerca di trombosi venosa profonda e che mi disse, in un pomeriggio di pronto soccorso molto convulso, di stare tranquillo. Lascia che i pazienti fuori aspettino, mi disse, però fai le cose per bene.

Gratitudine verso chi in passato ho avversato in modi urbani e inurbani, a prescindere dalla validità delle mie obiezioni; e che poi, alla resa dei conti, ha deciso che la fiducia e la disponibilità valessero di più del rancore sedimentato. Se oggi ho delle opportunità lavorative, lo devo anche e soprattutto alla maturità e al buon senso di uomini contro cui ho lottato, e a cui anche adesso non risparmio critiche. Un buon senso che ho imparato anche da loro, e che spero che in futuro possa aiutarmi.

Gratitudine per i colleghi che mi hanno messo alla prova, chiesto pareri e suggerimenti ogni santo giorno lavorativo, a ogni ora, con tutti i mezzi di comunicazione a loro disposizione. Gratitudine per le amicizie straordinarie che sono nate in questi anni, fra un referto e l’altro e fra una consulenza e l’altra. E per chi, ancora oggi, è disposto a portare un paziente in sala operatoria solo perché quel dato referto l’ho firmato io: è una responsabilità spaventosa, per un radiologo, ma anche molto gratificante.

Gratitudine per un luogo, il mio ospedale, che amo come una seconda casa, e in cui passo quasi più tempo che in famiglia. Una casa  in cui, mentre percorro i corridoi, mi incazzo se vedo una inutile luce accesa o una porta aperta che invece dovrebbe essere chiusa. Una casa che vorrei contribuire a rendere più confortevole, anche se spesso sarebbe molto più semplice lasciar perdere e farsi i fatti propri. Una casa in cui ho incontrato tantissimi pazienti, la maggioranza dei quali mi ha restituito infinitamente di più di quanto io abbia donato loro.

Insomma, vogliate prendere questo post sdolcinato per quello che è: un semplice gesto di gratitudine. Spesso noi tutti tendiamo a credere che i traguardi raggiunti siano interamente farina del nostro sacco. Ci guardiamo alle spalle, uniamo i puntini e gongoliamo. Dimenticandoci invece che dietro ogni percorso, anche quello meno tortuoso, ci sono state persone e situazioni a guidarci nella giusta direzione; anche inconsapevolmente. Persone che magari nel percorso sono rimaste indietro, perché questa è la vita; anche se è ancora tutto da dimostrare che chi resta indietro arriverà dopo, eccetera eccetera.

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