Che sarei stata buona anche se avessi guadagnato dieci sterline

Esiste sempre un momento preciso in cui una crisi o uno stato di emergenza si cronicizzano: e a quel punto diventano in senso lato istituzionali, la semplice e terribile normalità delle cose. Quel momento, quando arriva, fa il rumore dello scatto di un ingranaggio ben oliato: secco, metallico, inconfondibile. Quando l’emergenza si è strutturata, coagulata nel quotidiano, cristallizzata in forme abnormi ma reali, si possono tenere soltanto due tipi di atteggiamenti, opposti tra loro.

Il primo riguarda, in rapida successione, i concetti di scappare, mollare, abbandonare la nave, cercare di salvarsi la pelle, far perdere le proprie tracce, fingersi morti come gli opossum, cercar fortuna altrove, emigrare nelle Americhe.

Il secondo: resistere, cercare e trovare motivi di soddisfazione nei tentativi donchisciotteschi di opporsi al crollo del sistema, esercitare una forma di resistenza allo sfacelo che ha valore non assoluto, perché siamo tutti piccoli e impotenti, ma relativo alla situazione che si sta vivendo. Il valore, per esempio, che i monaci benedettini davano alla loro regola: ora et lavora. Prega e lavora, e basta, anche se non porterà alcun vantaggio pratico: in questo senso, la maggioranza di noi medici ospedalieri è come i monaci medievali. O come i cavalieri templari: si combatte una guerra già perduta in partenza, viste le premesse, vista l’assenza di programmazione a livello nazionale, visti la miopia e il dolo a livello regionale. Ma la si combatte lo stesso, la nostra fottuta guerra, perché la natura del nostro desiderio non risiede nel risultato finale, nella vittoria della guerra, ma nel combattimento di ogni singola battaglia quotidiana.

Dico questo perché esiste è una forma di piacere sottile, un po’ sadico ma anche un po’ masochista, nel ritrovarsi in pochi nella trincea, e serrare i ranghi. C’è una forma di soddisfazione anomala nel ritrovarsi la mattina, fare il conteggio delle assenze impreviste e prendere il caffè con il collega che sbuffa perché la situazione è difficile ma poi è il primo a prendere di nascosto i tuoi esami e a refertarli al posto tuo. Oppure imbattersi nella collega dal sorriso contagioso, quella che trova sempre il tempo e il modo per strapparti una risata e anche lei, di nascosto, si impegna a sottrarti sistematicamente il lavoro in eccesso con un lavoro silenzioso da formica operosa.

Io non sono convinto che i romani del quarto secolo avessero coscienza della direzione che stava prendendo la loro storia, del declino inesorabile che in poche decine di anni li avrebbe inesorabilmente schiantati e avrebbe aperto le porte di Roma alle invasioni barbariche. Allo stesso modo, in questo momento non ho precognizioni affidabili circa il destino della sanità pubblica: anche se fatico a immaginare un futuro sostenibile in cui i medici tornino a lavorare negli ospedali felici, soddisfatti del loro lavoro, ben pagati, con ritmi accettabili, senza il fiato sul collo di denunce civili o penali da parte di pazienti soddisfatti (pazienti che, nella stragrande maggioranza dei casi, sarebbero andati incontro a morti più dolorose e spietate di quelle toccata in sorte per gli eventuali errori medici).

Quando vengo a sapere, e lo vengo a sapere sempre più spesso, che colleghi valenti hanno abbandonato carriere affermate per trasformarsi in globetrotters il cui unico fine non sembra tanto l’esercizio in sé della professione ma il miraggio di un guadagno più adeguato alle proprie aspettative, mi torna sempre in mente il principio cardine a cui ho affidato la stragrande maggioranza dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni. Nonostante le mie evidenti inclinazioni umanistiche io, tanti anni fa, mi sono imbarcato su una nave battente bandiera scientifica e quindi sono abituato a ragionare col metodo cosiddetto scientifico. E di conseguenza sono addestrato da almeno un quarto di secolo a valutare e le cause dagli effetti che provocano sulla breve, media e lunga distanza.

Quindi penso che l’errore di programmazione possano commetterlo tutti: non siamo esseri infallibili, la nostra capacità di raziocinio e di calcolo non è infinita. Essersi ridotti questa situazione, poco meno di trent’anni dal giorno della mia laurea, implica probabilmente che alla base della crisi del sistema sanitario nazionale non c’è l’errore umano, il calcolo sbagliato, l’errore di valutazione. Ma il dolo.

Ecco, io di questo dolo conosco i volti, i nomi e cognomi, e gli effetti delle loro azioni espressi da leggi, commi, progetti politici folli e a tratti suicidi: e di quello che so mi piacerebbe poter mettere a parte tutti. A ben pensarci, però, è almeno 15 anni lo faccio: ma l’unica conseguenza, quindici anni dopo l’apertura del mio blog e di questo profilo facebook, è che mi ritrovo con molti meno amici e sodali di quanto avrei creduto e sperato, mentre l’impero crolla e noi superstiti della centuria ogni sera ripuliamo il sangue dalle spade e le riaffiliamo per la battaglia del giorno dopo.


La canzone della clip è “That would be good”, di Alanis Morissette, tratta dall’album “Suppodes Former Infartuation Junkie” del 1998.

Il decalogo delle idiosincrasie da social media

Quello che segue è un piccolo decalogo scherzoso dell’idiosincrasia che mi evocano talune modalità di comunicazione dopo anni di frequenza altalenante dei più svariati social media. Leggetelo e sorridete con me, consci del fatto che alcune delle modalità elencate coinvolgono, oltre a perfetti semisconosciuti dei quali tutto sommato mi frega ben poco, persone a me molto ma molto care. Alle quali è pertanto consentita la replica più spietata: perché sicuramente anche io coltivo modalità di scrittura irritanti per qualcuno di loro.

10. MI PIACE ESSERE EFFICIENTE, EFFICACE E PURE PROATTIVO. Come sanno ormai anche i muri, l’efficacia è la capacità di raggiungere un determinato obiettivo e l’efficienza la capacità per raggiungerlo sprecando meno risorse possibile. La proattività, a sua volta, è la capacità di anticipare i problemi e di mettere in atto le strategie volte a prevenirli. In questo caso specifico l’irritazione nasce dall’uso strumentale di questi concetti, che in genere è mirato a sottintendere una mentalità moderna, di tipo manageriale e vincente: come se i problemi gestionali, fino a pochi anni fa, venissero invece affrontati con gli stessi criteri che i contadini medioevali adoperavano per prendersi cura dei loro campi di frumento. Fa persino dispiacere dirlo ai manager dell’ultima ora: noi esseri umani siamo allenati alla efficienza, all’efficacia e alla proattività fin dalla nascita, sono concetti che fanno geneticamente parte della nostra comune intelligenza e c’è poco da specularci sopra. Chi si accompagna a un felino lo sa meglio di chiunque altro: i gatti, a differenza dei cani (che hanno un solo obiettivo, cioè l’amore del padrone, e sprecano troppe risorse per procacciarselo), sono istintivamente proattivi. Per cui smettetela di rompere le scatole: se volete ascendere al rango di manager, e non so oggi come oggi quanto vi convenga, piuttosto trovate qualcuno che vi raccomandi meglio di come abbia fatto in passato.

9. LA MUSICA APPLICATA AL QUOTIDIANO: IL RAP E LE SUE VARIANTI, I RITMI LATINO-AMERICANI E GLI HAPPY HOUR, IL TANGO E LA MALEDETTA FISARMONICA. Che ci crediate o no, il rap è nato verso la fine degli anni sessanta: sarebbe a dire che, con buona pace dei millennials, è roba da boomer e quando fu importato in Italia (ufficialmente nel 1993, grazie al contributo di Frankie HI-NGR) era già roba vecchia. Il rap in Italia ha successo perché si possono fabbricare rime un po’ a caso, senza conoscere una sola nota musicale, e soprattutto perché nei testi rap italiani è consentito eccedere nello sport italiano per eccellenza: lamentarsi. Degli amori andati a male, delle famiglie modeste di origine, dei compagni di scuola ricchi e stronzi che adesso sono più povery del rapper ipertatuato, delle compagne di scuole belle e stronze che adesso si mangiano le mani dalla rabbia perché gli sfigatoni delle scuole superiori sono diventati ricchi, famosi e ipertatuati, delle periferie disastrate da cui è partito tutto, eccetera. E sono tutto sommato meno insinceri i tormentoni latino-americani alla Despacito, che ogni estate ammorbano i nostri soggiorni in spiaggia e gli happy hour al tramonto con ritmi terrificanti, tutti uguali, che parlano tutti della stessa cosa: la voglia feroce di scopare a ogni costo (“… quiero respirar tu cuello despacito”). Messaggio parimenti trasmesso anche dal ritmo lento e doloroso del tango: il quale, finché è limitato al ballerino di tango che cerca di sedurre la sua bella con passi lascivi e la rosa stretta tra i denti, all’interno di una balera fumosa, può anche essere tollerabile; ma non lo è più quando il suo dannatissimo tempo binario viene travasato nella musica pop e tradotto in canzoni che hanno la pretesa di accendere il sentimento dell’ascoltatore e invece riescono solo a rompergli i maroni (specie se accompagnate dalla solita, stramaledetta fisarmonica che fuori dai confini francesi, e spesso anche dentro, è davvero uno strumento di rara inutilità). Ricordatevi sempre che basta cambiare una frase e il tanghèro (ballerino di tango) si trasforma in un tànghero (persona rozza, ignorante o goffa, molto villana nei modi). Ci sarà un perché, no?

8. LE FOTO A BRACCIA INCROCIATE. I politici. I medici dei centri privati. Gli imbonitori del coaching. Gli agenti immobiliari sui loro siti aziendali. Tutti in giacca (e spesso in cravatta), il sorriso aperto e le braccia conserte: praticamente un ossimoro vivente. Già: perché, nel caso nessuno ve lo abbia spiegato, le braccia conserte sono un segno di chiusura, di difesa ostile, di protezione degli organi più delicati del nostro torace (cuore e polmoni). Non fate lo stesso errore quando siete a cena con vostro suocero o durante un colloquio con un cliente: lui si accorgerà della chiusura e troverà il modo di farvela pagare (negandovi la figlia o non acquistando nulla). Fatevi un grande favore: pubblicate una bella foto con le braccia aperte, a simulare un abbraccio. Se no siete solo ridicoli, e neanche minimamente originali.

7. LE FRASI A EFFETTO A USO TERZI. Volete mandare a quel paese il collega che ha avuto la promozione al posto vostro? Fatelo, dategli del raccomandato, ma in faccia e non tramite frasi a effetto su FB con il faccione sorridente e sornione di Favino in primo piano. Ce l’avete a morte con il vostro/la vostra ex perché vi ha abbandonato? Smettetela con gli stati whatsapp dove frasi di canzoni strappalacrime campeggiano su foto di struggenti tramonti sul mare: diteglielo e basta, che è uno stronzo/a. Qualcuno vi ha fatto un torto indicibile? Mio Dio, affrontatelo a viso aperto e ditegli quello che pensate di lui. Però, vi supplico, vi scongiuro, smettetela di intasare i social con frasi fatte sulla dura corazza che il mondo vi costringe a indossare, sulla cattiveria degli esseri umani e l’inaffidabilità di amici, o presunti tali, e parenti, che invece tali lo sono per forza. Diteglielo. Fatevi forza e di-te-glie-lo-in-faccia. E che cazzo.

6. QUANT’ALTRO COSA? Il “quant’altro” è l’ultima risorsa delle donne e degli uomini senza fantasia. Si attacca a qualsiasi finale di frase, dal congresso scientifico di prim’ordine alla conversazione da strada col postino. Il “quant’altro” chiude un discorso nel modo più inelegante e generico possibile. Non è un intercalare, è un cosiddetto plastismo: secondo Ornella Castellani Polidori, autrice con i classici due cognomi d’ordinanza de “La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo”, trattasi di forme che “a un dato momento si presentano alla ribalta con un marchio di novità” mentre, al contrario, il linguaggio giornalistico se ne è invaghito in qualità di “pesante burocratismo abituale a capufficio e notai”, che lo usano al posto di “eccetera”, di “altro ancora” e di “e compagnia bella” (che almeno ha il dono di essere, come locuzione, più simpatica). Insomma, parlate e scrivete come un burocrate a metà strada tra un impiegato del catasto e un appuntato della Benemerita, e nemmeno ve ne accorgete.

5. VI È? MA PARLA COME MANGI! Già, perché quel “vi” è solo un merdoso avverbio di luogo: del tutto equivalente a “ci” ma, come recita treccani.it, “di tono più formale”. Tradotto nel linguaggio della strada, e sempre riferito al “vi è”: non è che declamandolo in pubblica piazza o vergando con il medesimo le vostre sudate carte, invece che con il più umile “c’è”, ciò che direte avrà più peso. Farete solo la figura dei pezzenti rifatti, in definitiva, o al massimo del parlamentare ignorante che dallo scranno di Montecitorio, grasso e sudato, cerca di dare un tono al suo cattivo italiano.

4. L’APOTESI DEI SENZA SE E SENZA MA. Cioè la frase regina dei plastismi, sempre per usare il gergo di cui al punto 6. Parente molto prossima del “nella misura in cui” molto in voga negli anni ’70, e parimenti fastidiosa, è una cosiddetta voce polirematica: elementi lessicali formati da più parole dotate di particolare coesione strutturale. Il bello delle voci polirematiche è che possono appartenere a differenti categorie lessicali: funziona sia da avverbio che da aggettivo, e già questo è sufficiente a inibirne l’uso sistematico tanto in voga in questo periodo. E poi, scusate, non vi sentite ridicoli a parlare come un giornalista o un politicante qualsiasi che finge rabbie istituzionali prive di logica nel peggior salotto politico di Rete 4?

3. MA SI CHIEDE DAVVERO SEMPRE TUTTO “PER UN AMICO”? In genere la locuzione “chiedo per un amico” segue un’affermazione intrinsecamente stupida e/o imbarazzante riferita a se stessi. La prima volta che l’abbiamo letto ha fatto sorridere, la seconda pure. Dalla terza volta in poi ogni volta è come camminare con un sassolino nella scarpa: ti devi fermare, cavarti la calzatura e toglierlo. Allo stesso modo, quando ci si imbatte nella domanda retorica che qualcuno pone al fantomatico amico, bisogna fermarsi ed eliminarlo seduta stante dalla lista dei contatti su FB, instagram o twitter. A ben pensarci, il “chiedo per un amico” è una specie di legge della sopravvivenza darwiniana applicata al web: se la usi meriti l’estinzione.

2. NELLE FRASI NON MI PIACE USARE I … PUNTINI SOSPENSIVI. I puntini sospensivi stanno dilagando, nel mondo della scrittura, peggio del coronavirus. Dice la Treccani: “i puntini di sospensione si usano per segnalare che il discorso viene sospeso, in genere per imbarazzo, per titubanza o per allusività”. Però, mioddio, non è che tutto, ma proprio tutto quello che scrivete può veicolare imbarazzo, titubanza o allusività. Ci sarà un argomento che non vi imbarazza? Un tema che non usate per alludere a qualcos’altro? Una riflessione sulla quali non siete titubanti ma assolutamente decisi a imporre il vostro punto di vista? Le regole sull’utilizzo dei puntini di sospensione sono poche e semplici: 1) Sono 3 di numero, non uno in più né uno in meno, e non bisogna lasciare spazi vuoti tra essi. 2) Non bisogna abusarne perché… abusarne è sintomo di cattivo uso dei… puntini sospensivi. 3) I puntini sospensivi vanno bene in un dialogo, perché uno dei due dialoganti può avere un attimo di esitazione che va fatto notare. Ma in un discorso più generale che ci azzeccano? Forse, chissà, lo scrittore non sapeva come terminare la frase, o lasciare aperta la riflessione per il lettore… 4) I puntini sospensivi, comunque voi vogliate maltrattarli, restano sempre e comunque segni di interpunzione e quindi dopo l’ultimo dei tre va lasciato uno spazio. Insomma, liberatevi della vostra timidezza patologica, eliminate i puntini sospensivi e osate la sobrietà estrema del punto finale o il coraggio adolescenziale del punto esclamativo!

1. LE MALEDETTE FACCINE NEI COMMENTI SU FACEBOOK. Gli emoticons vincono la gara dell’idiosicrasia, e di parecchie lunghezze sul resto dei partecipanti. Lo sapete anche voi: una delle cose belle dei social è che in talune circostanze, grazie alle “faccine”, la scrittura che abbiamo imparato a scuola sale di livello, diventa scrittura 2.0 e assume anche la forma della comunicazione orale (che è caratterizzata dalla gestualità e dalla mimica facciale). Il che rappresenta un indiscutibile vantaggio, se non si può dialogare faccia a faccia con l’interlocutore, perché l’uso delle emoticon permette di inserire elementi espressivi nei testi scritti trasmettendo in modo più sincero le emozioni che proviamo. E, in modo altrettanto cruciale, può modificare la percezione che gli altri hanno di ciò che abbiamo scritto. Faccio un esempio pratico, mutuato dalla mia decennale esperienza ferrarese. Se io scrivo a qualcuno: “Ca tiena un cancar!” gli sto letteralmente augurando, per il tramite di una frase assai ingiuriosa, un brutto male e quindi una fine dolorosa. Ma se gli scrivo: “Ca tiena un cancar! :-)”, aggiungendo l’emoticon del sorriso, il mio interlocutore può comprendere senza grossi dubbi che la frase ingiuriosa in realtà è come una pacca sulla spalla tra amici, o una locuzione che può persino manifestare apprezzamento e rispetto (per esempio, di fronte a un passante impossibile, il giocatore di tennis avversario, sempre nativo di Ferrara, potrebbe dirti: “Sa ti è brav, ca tiena un cancar!”). E fin qui tutto bene, abbiamo capito che gli emoticons sono utili e a volte persino determinanti nell’evitare incomprensioni tra perfetti sconosciuti che dialogano su un argomento X. Il problema si genera quando il dialogo sale di livello, uno dei due (più competente, più allenato alla dialettica e alla logica o, semplicemente, più intelligente dell’interlocutore) sbilancia l’altro e l’altro, messo nell’angolo, tira fuori l’artiglieria contraerea delle faccine. Esempio tipico:

Interlocutore A: “Il tale articolo scientifico, pubblicato sulla rivista più prestigiosa della galassia, afferma che il coronavirus deriva dalla mutazione genetica del virus alieno GZR-678-MMMH, giunto sulla Terra con l’astronave precipitata nel 1918 a Tunguska, in Siberia”.

Interlocutore B: “Si, ma non è che la rivista scientifica più prestigiosa della galassia può sapere proprio tutto tutto ;)”

Oppure:

Interlocutore A, dopo aver espresso con la massima logica possibile il proprio punto di vista, sostenendolo con fonti inoppugnabili: “E quindi questa è la mia posizione sull’argomento.”.

Interlocutore B, alla fine di una sfilza di fallacie logiche che in genere è facile, sebbene dispendioso in termini di tempo, smascherare: “La tua posizione sull’argomento è errata per questo, questo e questo motivo. ;););)”. Oppure: “Sarà, ma tu mi sembri un gran presuntuoso ma io resto del mio parere. ;)”

In buona sostanza, l’emoticon sorridente o che fa l’occhiolino è un auto-disinnescatore di imbarazzo: quando uno è letteralmente con le spalle al muro, e non più ha argomenti per ribattere, non trova migliore soluzione al problema che ostentare distacco dal problema stesso e dall’interlocutore che lo ha messo in quella posizione. L’emoticon diventa allora uno stendardo di superiorità, se non intellettuale, quantomeno morale: del tipo “non vali la pena della discussione ma non voglio che tu creda che io sia arrabbiato/a con te, e sono talmente superiore che te lo dico con ironia”. A quel punto le scelte sono due: chiudere la discussione seduta stante, perché persone del genere non meritano nemmeno la fatica di ottenere l’ultima parola, oppure passare alle offese dirette, anche a rischio di manifestare tutto intero il proprio disappunto. Il bello di questi personaggi è che alla fine ti tolgono l’amicizia e ti bloccano, però poi non riescono a resistere e ti sbloccano, così possono tornare a leggere le cose che scrivi ma cercando di passare inosservati. Una tenerezza, insomma, degna di una favola dei fratelli Grimm.

L’empatia non è una corrente unidirezionale

Sono arrivato circa a pagina 200 del libro “Stradario aggiornato dei miei baci” di Daniela Ranieri. Opera (consigliata da un caro amico) interessante, scritta con una prosa a tratti coraggiosa, fuori dal tempo. Forse un po’ troppo concentrata sul proprio ombelico: ma d’altronde cos’è che fanno gli scrittori autentici, normalmente, se non contemplarselo in continuazione?

Il problema, che mi tocca non come lettore ma per il mestiere che faccio, è il livore (non so come altro chiamarlo, giuro) rivolto alla figura del medico. Una cascata senza fine di giudizi impietosi, generalizzazioni umilianti e offese ecumeniche verso i medici, che nel romanzo sono mostrati come superficiali, ignoranti, narcisisti, incapaci di qualsiasi forma di empatia, inetti alla cura dei pazienti, attaccati al vil denaro. Insomma, quanto di peggio si possa immaginare. Rinnovando la domanda atroce che mi pongo da tempo: come è potuto accadere che la progressione della scienza medica sia andata di pari passo con la perdita di autorevolezza e di prestigio sociale dei medici?
Come sempre, quando mi imbatto in giudizi così trancianti, ho un solo desiderio: invitare la signora in questione nel mio reparto. Farla entrare con me in ospedale, alle sette e trenta del mattino, quando il reparto è ancora vuoto e illuminato dalle luci artificiali della notte perenne nella quale vivono da sempre i radiologi di tutto il mondo, offrirle un caffè e un camice pulito e tenerla accanto mentre referto esami, mi occupo della formazione degli specializzandi (che la cureranno quando sarà vecchia, ignari del veleno di cui sono intrise le sue pagine), rispondo alle mail accumulate, scrivo relazioni, calcolo carichi di lavoro e tempi di attesa, discuto con la Direzione dei centomila problemi da risolvere, imposto gli esami con i tecnici, parlo con i pazienti e i loro parenti, faccio favori estemporanei a colleghi di altri reparti, che altrimenti non potrebbero dimetterli perché le liste di lavoro sono sempre piene da scoppiare, cerco di risolvere i dubbi diagnostici dei miei collaboratori, e rispondo al telefono. Rispondo-a-centinaia-di-telefonate-al-giorno, cosa che la scrittrice mostra di ignorare, e ogni giorno maledico l’inventore di quel maledetto aggeggio che ci ha stravolto la vita ed è capace di crearmi problemi sempre nuovi e multiformi.

Vorrei che lei mi fosse accanto fino alle 18, mezz’ora più mezz’ora meno, per percepire l’entità dello sconforto, a volte della costernazione, che a volte mi leva il fiato perché negli ospedali italiani la lotta per cambiare le cose è improba e destinata a un’inesorabile sconfitta, quale che sia l’impegno profuso. Vorrei che mi sedesse accanto per tutto il tempo, per realizzare senza mezzi termini l’entità della stanchezza che prova un medico dopo aver assorbito la dose quotidiana di sofferenza altrui, aver risolto problemi burocratici senza capo né coda, essersi scontrato con assurdi problemi di programmazione che non dipendono da lui, e aver fatto i conti con la propria inadeguatezza: perché i medici sbagliano, come no, sbagliano come tutti. Solo che poi si svegliano in piena notte chiedendosi come avrebbero potuto evitare quell’errore, elaborare una strategia più efficace, e le facce di quei pazienti finiranno inesorabilmente nel pantheon personale di fallimenti che li tormenteranno fino alla fine dei propri giorni.

Questo vorrei, oltre a chiedere se la signora ritenga più vantaggioso tornare ai tempi in cui i denti li cavava il barbiere, le fratture le curava il tiraossi (oggi, con grande sollievo di chi evoca le virtù della medicina cosiddetta alternativa, istituzionalizzato come “osteopata”) e la terapia standard per tutto, dall’ipertensione al cancro del polmone, era il salasso. Perché è facile puntare il ditino e ergersi a giudici di un’intera categoria di professionisti perché si è certi che al prossimo infarto qualcuno, in piena notte, ti dilaterà le coronarie ostruite dal troppo grasso ingurgitato e dal fumo delle mila sigarette fumate, in barba a ogni strategia di prevenzione primaria; o che al prossimo incidente stradale qualcuno verrà a estrarti dall’abitacolo contorto, ti stabilizzerà le funzioni vitali, ti farà una TC in urgenza e poi ti porterà in sala operatoria, sempre in piena notte, per salvarti la buccia e prepararsi a subire processi mediatici e giudiziari se qualcosa dovesse andare storto.

Quando vi lamentate che i medici scappano dagli ospedali pensate a questo, pensate a libri come quello di cui vi sto parlando, a stipendi miseri dopo 10 anni di studio matto e disperatissimo, a contratti collettivi nazionali non rinnovati per dieci lunghi anni, ad assicurazioni obbligatorie per la colpa grave, ad articoli di giornale che puntano il dito sul singolo episodio di “malasanità” (che bel suono ha questa parola, vero? Sa di rivalsa sociale, di lotta per i diritti umani, di giustizia divina applicata al quotidiano) e ignorano gli altri 999 casi su mille in cui tutto fila bene e il paziente esce dall’ospedale con le sue gambe, risanato.

Ma a disturbarmi di più non è il singolo parere personale, quello per cui lo stesso medico è percepito come un angelo da un paziente e un pericoloso criminale da un altro, ma la generalizzazione strumentale del giudizio che investe non il singolo professionista (verso il quale, in base all’esperienza personale, il giudizio negativo può anche essere legittimo) ma un’intera categoria: senza la quale, credetemi, la vita di tutti sarebbe molto più dura. Come se io dicessi che, siccome la signora in questione è stata profondamente offensiva nei confronti del lavoro che faccio, tutta la categoria dei giornalisti e dei giornalisti-scrittori è esecrabile in toto, senza distinzioni, e la considerassi una massa di pennivendoli intellettualmente disonesti e pronti a vendersi al miglior offerente politico, bravi a cavalcare la battaglia ideologica più di moda del momento. Ma non lo penso, vero? Sarebbero generalizzazioni infantili, da alunno di scuola dell’infanzia. Da bambino livoroso.

Insomma, sento spesso sproloquiare sulla mancanza di empatia dei medici. Ma nessuno si interroga mai sulla mancanza di empatia che il resto del mondo ha nei confronti dei medici stessi e, per logica estensione, delle professioni sanitarie. Provateci, qualche volta, a mettervi nei nostri panni, a comprendere i motivi per cui qualcuno di noi ancora resiste strenuamente nelle strutture pubbliche e non è già passato a guadagnare quattro volte tanto nel privato, con meno rogne e responsabilità.

Provateci. L’empatia non è una corrente unidirezionale. Magari la prossima volta ci penserete due volte prima di sputare veleno così, a caso, dove capita.

Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà, non ritornerà più

Noi italiani passiamo per un popolo di scansafatiche, in particolare se nati o vissuti al di sotto dell’Arno. Eppure siamo quelli, inequivocabilmente, in cui il rapporto tra il lavoro effettuato e il tempo utilizzato per eseguirlo è più sproporzionato.

Mi spiego meglio: dai miei resoconti personali ottengo sempre l’informazione che nei progrediti paesi anglosassoni, protestanti e produttivi, esiste un orario di lavoro piuttosto rigido che nessuno si sogna di mettere in discussione. Non conosco i particolari ma credo che, più o meno, almeno per la cosiddetta dirigenza il lavoro svolto non sia vincolato così strettamente al debito orario. E che comunque, fatta una certa, i lavoratori siano invitati a menare le tolle, cioè a pigliare la strada di casa.

Qui da noi, nel Paese del Sole, parrebbe invece vero il contrario. A parte l’ossessione del cartellino da timbrare (che nel terzo millennio, specie quando si parla di dirigenti, cioè di professionisti che dovrebbero lavorare per obiettivi, pare un’usanza quantomeno barbara), esiste questa abominevole relazione tra il tempo passato al lavoro e la percezione del lavoro effettuato o della dedizione allo stesso. Sembra insomma che se non presenzi il fortino 24/7, anche a rischio della salute o a detrimento della tua produttività, tu non sia degno di svolgere quel lavoro.

Lo vediamo anche a un livello più alto dell’uomo comune: il politico che, in tempo di crisi, non sacrifichi la sua esistenza sull’altare della presenza fisica alla propria scrivania, sembra immeritevole di rielezione. E pensare che sono stati gli stessi amministratori e politici a modificare la percezione del ruolo che rivestono: credo che nella Prima Repubblica nessuno, ma proprio nessuno, si permettesse di valutare la qualità del lavoro di un ministro della Repubblica dalla quantità di ore, presunte o reali, passate con la testa china sulle sudate carte.

E invece ho per tutti voi una grande notizia: non è così. Non-è-così. Io non voglio un amministratore-politico stakanovista, che invecchi di vent’anni per colpa dell’emergenza pandemica perché per mesi interi non vede la luce del sole, rinchiuso nella sua centrale operativa. Così come non vorrei che a curarmi fosse un medico sfinito dalle troppe ore continuate di lavoro, o insegnasse filosofia ai miei figli un professore stremato da pomeriggi interi di scartoffie o di schermate di PC.

Chi possiede una competenza specialistica deve essere tutelato, perché di questi tempi è una specie protetta. Il lavoro deve essere svolto nei tempi giusti (quello che intercorre tra l’inizio del lavoro e il momento, inevitabile, in cui si svalvola) e nel modo giusto (lavorando, quindi eliminando tutte le cause di distrazione e i problemi che altri dovrebbero risolvere), e poi si deve ritornare alla vita reale, alla famiglia e agli amici, alle cose di cui ci si occupa per diletto e non per dovere. Perché c’è un tempo di ricarica del cervello, lo sappiamo tutti, che non può essere eluso.

Mi piacerebbe insomma che la politica riorientasse questa cultura errata del rapporto tempo/lavoro che essa stessa, in un impeto suicida, ha contribuito a generare. Quantomeno mi sentirei meno in colpa quando alle quattro del pomeriggio incontro i miei collaboratori nel corridoio del reparto e la prima frase che mi viene, immancabilmente, è: Ma tu che cavolo ci fai ancora qua? Hai già fatto il tuo e quindi aria, fuori dalle palle, vatti a fare una vita.


La canzone della clip è “La stagione dell’amore”, di Franco Battiato, dall’album “Orizzonti perduti” del 1983.

Se il mondo è pazzo sarà perché ti amo

(Dicesi “elaioma”: neoformazione connettivale sottocutanea, che ingloba sostanze oleose iniettate e non assorbite; si presenta come un nodulo, duro alla palpazione e può persistere per mesi e anni).

Ma torniamo a noi e alla rete formativa. Studio del Direttore, ore 10 circa del mattino. Si guarda insieme una radiografia del bacino: io, Specializzanda, Specializzando 1 e Specializzando 2.

Gaddo (con tono entusiastico): Allora, ragazzi, le vedete quelle calcificazioni? Cosa sono?

Specializzandi: …

G: Dai, ragazzi. Bilaterali e più o meno simmetriche. Viste oggi, non le dimenticherete più.

Specializzanda (perplessa): Intraperitoneali?

G: E come potrebbe essere? Vedi come sono esterne. Devo dirvelo io?

Specializzando 1 (orgogliosamente): No, no, ci arriviamo noi da soli! Forse renali?

G: Ma no, guarda qui, i reni sono più in alto.

Specializzando 1 (cogitabondo): Uhm, ginecologiche nemmeno, sarebbero mediane.

G: Esatto. E allora?

Specializzanda (ancora perplessa): Forse muscolari?

G: Non proprio, ma focherello. Dai!

Specializzandi: …

G (sospirando): Allora, vediamo se riesco a circoscrivervi il problema. Sono calcificazioni bilaterali e simmetriche, si proiettano nei quadranti supero-esterni dei glutei. Cosa si fa normalmente nei quadranti supero-esterni dei glutei?

Specializzandi: …

G (impaziente): Dai, ragazzi. Cosa si somministra normalmente nei quadranti supero-esterni dei glutei?

Specializzando 2 (laconico): Lo schiaffo.

E dal fantastico mondo della rete formativa della Radiologia dell’Ospedale del Fiume Grande è tutto, a voi studio.


La clip è una versione rock della celeberrima “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri. Ditemi quello che volete, ma mi è sembrata la canzone più adatta alla circostanza.