Il grande equivoco dell’individualità

Comunità: dal latino communĭtas (comunanza). Secondo il dizionario di Google è “l’insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”. Secondo il dizionario Treccani, è anche lo “stato giuridico di ciò che è comune”.

Società: più laconicamente, sempre secondo il dizionario di Google, è un “insieme organizzato d’individui”. Deriva dal latino sociětas, derivato di socius (socio). Anche il dizionario Treccani batte sullo stesso punto: la società è “in senso ampio e generico, ogni insieme di individui (uomini o animali) uniti da rapporti di varia natura e in cui si instaurano forme di cooperazione, collaborazione, divisione dei compiti, che assicurano la sopravvivenza e la riproduzione dell’insieme stesso e dei suoi membri”. Avete notato la differenza? La comunità è un insieme di persone, la società un insieme di individui.

Ma andiamo ancora oltre. Cos’è un individuo? Sempre secondo Treccani, il termine deriva dal latino individuus (indiviso, indivisibile) e indica “ogni singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie”. L’attributo dell’individuo, come l’atomo di Democrito, è insomma l’indivisibilità. Se teoricamente decidessimo di dividere una società in pezzi sempre più piccoli dovremmo necessariamente fermarci all’individuo in quanto, secondo la felice intuizione di Bauman, “unità più piccola alla quale ancora possibile attribuire la qualità dell’umanità”. Ma attenzione, dice anche Bauman, l’individualità è ciò che ci rende uguali agli altri: gli atomi di ferro, per esempio, sono identici e indistinguibili tra loro. E non va confusa con l’unicità, che in teoria è ciò che ci rende davvero diversi dagli altri. Ne consegue che, paradossalmente, la transizione dal concetto di comunità, in cui le singole persone (uniche, nel loro genere, ma entro certi limiti senza che l’unicità rappresentasse una qualità degna di nota) si univano per il bene comune, a quello di società, in cui i singoli individui si organizzano in forme complesse di organizzazione, ha determinato il transito da “persona” a “individuo” e ha sostituito il concetto di rapporto tra “persone” che mettono in comune qualcosa (beni, consuetudini) con quello di “soci” che, individualmente, collaborano per un qualche fine. In modo molto pertinente il socio, per il dizionario Google, è infatti chi sia “partecipe con altri di una qualsiasi impresa”.

L’ascesa dell’individuo, dice ancora Bauman, è stata la “spia del progressivo indebolimento della fitta rete di legami sociali che avviluppava strettamente la totalità delle attività della vita”. Togliendo forza ai legami sociali, insomma, aumenta la necessità di normare, quindi regolare nel dettaglio, i rapporti tra gli individui. Forse è una naturale evoluzione legata all’aumento del numero degli individui che componevano una comunità, fatto sta che le norme proliferano in carenza – o assenza – di legami sociali forti.

Il paradosso sta nel fatto che la società attualmente interpreta il concetto di “individuo” al contrario, e lo sostanzia nell’invito costante a essere diversi dagli altri. A questo punto è facile cogliere la contraddizione intrinseca al sistema, che è fonte delle schizofrenie di questi ultimi mesi: il compito arduo di distinguersi dagli altri individui, reso impossibile dalla struttura stessa della nostra società (che ci pretende tutti uguali – “ognuno vale uno” – e pertanto intercambiabili), diventa un atto autoreferenziale. La conseguenza di ciò è che il nostro percorso personale non è più mosso dal ragionamento o dal metodo scientifico (che sono imparziali, oggettivi, distaccati) ma dalle sensazioni: che non sono impersonali ma vengono percepite come segni di unicità perché solo “quella” particolare persona ritiene di poterle provare. Ci si può distinguere gli uni dagli altri, insomma, non sulla base dei dati di fatto (per esempio un talento specifico nel fare qualcosa) ma solo perché siamo in grado di provare sensazioni uniche e irripetibili. Da cui, immagino, il successo strepitoso dei social: una vetrina in cui la ragione non ha motivo di essere esposta ma ha visibilità solo il sentimento, la sensazione personale come epitome di unicità.

Questa premessa determina un’altra inevitabile conseguenza: se ci appoggiamo alle sensazioni e non alla ragione oggettiva, nella interpretazione/creazione della realtà, abbiamo bisogno di interlocutori che ci rassicurino sulla fondatezza delle nostre conclusioni arbitrarie: è questo il motivo per il quale tendiamo a dare fiducia istintiva e immotivata ai comunicatori di professione (influencer, fenomeni del coaching, motivatori, autocertificati esperti del ramo, spesso a pagamento) e ad aggregarci in gruppi composti da individui che la pensano esattamente come noi e che non mettono in discussione argomenti che non potrebbero reggere alla prova del metodo scientifico. Meglio ancora se con questi individui manteniamo rapporti interpersonali, mediati dalla distanza imposta dai social: il rapporto personale, de visu, impone (dice sempre Bauman) che “l’individualità venga affermata e rinegoziata ogni giorno attraverso un’interazione costante”. Il che comporta due sforzi epici: opporsi alla corrente della società, che tende a sottrarci il tempo necessario alle interazioni personali; e quello di mettere in discussione il proprio punto di vista, fondato in genere su sensazioni e non su dati di fatto oggettivi. Chi segue la strada della costruzione di un mondo basato sulle proprie sensazioni ha la tendenza a fuggire dal mondo stesso e a rifugiarsi in una società di individui tutti uguali a lui, che la pensano allo stesso modo, e nella quale si può finalmente sentire al sicuro. Immaginate che genere di battaglia interiore deve condurre una persona che lotta quotidianamente per far emergere la propria individualità finendo poi per far parte di una schiera di soldatini irregimentati a un qualche pensiero unico. Per forza che poi sbroccano e fanno le barricate contro il vaccino.

È un discorso complesso, me ne rendo conto, ma forse è l’unico in grado di fornire qualche indicazione su quello che accade ogni giorno, da mesi, nelle nostre vite, e che sta conducendo la società stessa a una violenta disgregazione. La soluzione, immagino, sta nella risoluzione dell’equivoco dell’individualità: se siamo individui non possiamo essere unici, e se vogliamo essere unici l’unica soluzione sta nel tornare comunità, quindi un’aggregazione in cui la norma non sia regola ma eccezione. E in cui, invece, la regola siano la fiducia reciproca e il ragionamento oggettivo sul bene comune. Certo, osservando la proliferazione delle norme in ogni campo delle nostre vite non c’è da essere ottimisti. Se penso al mio lavoro, e a quanto ogni suo aspetto sia minuziosamente e quasi schizofrenicamente normato, mi metterei a piangere: ormai lavorare è diventato motivo non di gioia, ma di terrore continuo.

Per cui non rimane che sperare in un miracolo. L’emergenza sanitaria non ha affatto diviso la gente: ha solo reso evidente che una parte ragionava ancora in termini di “comunità” e un’altra, più consistente, in termini di “società”. Parlavamo due lingue diverse già prima del covid, insomma. Il problema è che adesso parliamo tutti insieme, e non si capisce più niente.


Lo spunto per la riflessione è dato dalla illuminante rilettura di “Vita liquida”, di Zygmunt Bauman, Laterza Editori (2005).

Caso quizzzz (risoluzione)

Allora, prima di tutto grazie a tutti quelli che hanno giocato con me il gioco più difficile del mondo: fare diagnosi radiologica su un francobollo da cellulare. E poi le risposte al quiz: la Paziente sta bene, per sua fortuna, e con il suo bravo referto in mano se ne è tornata dal suo MMG. Si, lo ammetto, sono stato un autentico bastardo. Ma per un fine nobile: ragionare insieme sulla semeiotica topografica del polmone.

Perché, è indubbio, quella base polmonare destra ha una densità anomala. Ma a cosa è legata? Per prima cosa dovremmo cercare di individuare un pattern in quell’area anomala. Interstiziale? Verrebbe facile, in tempi di covid, specie se uno ha anche febbre e dispnea, ma quell’ipodensità è troppo omogenea per essere interstiziale (non è un pattern lineare, reticolare, nodulare, e neanche fibrosante). E poi i volumi polmonari sono più o meno regolari, vista l’età. Che si tratti di un pattern alveolare? Nemmeno: dello schema alveolare manca tutto, il nodulo acinare che tende alla confluenza, il broncogramma aereo. Ma proviamo a rispondere alla seguente domanda: perché è impossibile che il problema sia del parenchima polmonare? Dalla proiezione P-A possiamo inferire che non si tratti di un problema del lobo medio perché manca, completamente, il segno della silhouette nei confronti del margine destro del cuore (e non vale tirare in ballo il segmento laterale del lobo medio, ci smentirebbe la proiezione laterale). E d’altro canto non possiamo nemmeno pensare alla topografia tipica del lobo inferiore: nella regione proiettiva lobare inferiore, che è sempre posteriore, la densità polmonare è assolutamente regolare. E voi invece sapete benissimo che un addensamento lobare inferiore si manifesta, anche quando è poco denso, perché nella proiezione laterale interrompe la progressione cranio-caudale della trasparenza delle vertebre dorsali. Più si va in basso e più le parti molli del tronco si assottigliano, con il risultato che qualsiasi vertebra dorsale deve sempre avere una trasparenza maggiore di quella sovrastante. Se così non dovesse essere, andrebbe subito nutrito il sospetto che davanti a quella vertebra ci sia qualcosa: per esempio l’area di polmonite che stiamo così disperatamente cercando. Perché noi radiologi abbiamo spesso la tendenza a stressare la diagnosi: febbre, tosse, dispnea. Vuoi non trovare i segni della classica broncopolmonite? Anche no, purtroppo. Anche no.

Ma passiamo in rassegna pure il resto. Il cuore è ingrandito, è vero, e la lieve procidenza del secondo arco sinistro ci fa sicuramente pensare a un’ipertensione polmonare. Gli ili hanno dimensioni maggiori rispetto alla norma, come qualcuno ha fatto giudiziosamente notare, e in effetti anche il circolo polmonare è congesto: ma senza nessun segno di scompenso interstiziale. Al proposito, sono due i segni che bisogna guardare: la cuffia peribronchiale (cioè l’accumulo di fluidi nel connettivo peri-bronco-vascolare centrale, il primo comparto interstiziale che viene interessato dall’edema cardiogeno), che è normale, e il fatto che i vasi polmonari diramandosi verso la periferia si rastremano progressivamente, come è giusto che sia. Dunque niente pattern vascolare, almeno per adesso. La Paziente è nel primo stadio dell’insufficienza cardiaca: quello in cui il sistema, in qualche modo di cui non tratteremo oggi, cerca di restare in equilibrio con i poveri mezzi che ha a disposizione.

E quindi? Se il problema non è del contenuto allora deve essere per forza del contenente. C’è forse una asimmetria nella proiezione delle mammelle? Si, certo, si vede bene. Ma soprattutto, nell’assenza totale di anamnesi patologica remota, che è la palude nella quale noi radiologi di urgenza ci muoviamo ogni santo giorno, per fortuna ci sono i nostri migliori amici: i precedenti. E così, andando a ritroso verso l’ultima TC disponibile, si scopre che la signora è stata sottoposta a una mastectomia ed è portatrice di una protesi mammaria. Il problema quindi è risolto: quella opacità anomala della porzione inferiore del polmone destro è in realtà legata proprio alla presenza di quella protesi, che determina un’attenuazione anomala del fascio di radiazioni.

Perché allora tutto questo sforzo descrittivo? Provo a sintetizzarlo per punti.

1) Qualsiasi esame stiate refertando, inserite sempre nelle note iniziali due righe di anamnesi: il collega che verrà dopo di voi ve ne sarà sempiternamente grato. Se io avessi saputo della mastectomia fin dall’inizio, nemmeno mi sarei posto il problema di qualificare quella opacità anomala.
2) Non fatevi influenzare troppo dal quesito clinico: finireste per stressare segni radiografici che non esistono al solo scopo di portare a casa la diagnosi più semplice e scontata.
3) Sul polmone radiografico ragionate sempre, e dico sempre, per anatomia topografica e per pattern: prima decidete dove si trova il problema, poi escludete le ipotesi improbabili e impossibili, e solo alla fine ipotizzate la natura del problema.

PS Bravissimi, sopra tutti, Lino, Francesco e Vincenzo: e poi dicono che i boomers sono fuori mercato. Anche Salvatore, però, che boomer non è.

Caso quizzzz torace

Ritornando per qualche istante a faccende un più serie, eccovi un caso quiz per rendervi questo tristerrimo inizio settimana un po’ meno tristerrimo.Femmina, anni 66, si presenta con una richiesta urgente del MMG per iperpiressia, tosse e dispnea. E qui da noi non si nega niente a nessuno, come è noto.

Cos’ha la Paziente e dove è stata indirizzata dopo la consegna del referto?

Giurare il falso incrociando le dita, però salvarsela la vita


Il ritorno a un congresso in presenza ha portato anche la possibilità di scambiarsi pareri, sensazioni, esperienze. Tra queste, la sensazione forte, fortissima, che i medici italiani percepiscano un’aria di sbaraccamento, di imminente trasloco, di fine corsa.

Forse non ve ne siete ancora resi conto, ma gli ospedali pubblici si stanno spopolando rapidamente, con progressione logaritmica. Chi rimane è sempre più provato e i pochi che arrivano hanno un atteggiamento che gli altri, più vecchi, faticano a comprendere. Sentir parlare di soldi come elemento chiave della propria vita professionale, da parte di un neospecialista di trenta e rotti anni, è l’inequivocabile segno dei tempi. Chi ha la mia età ricorda perfettamente il sentimento di gratitudine provato nell’essere stati assunti in ospedale e la soddisfazione di uno stipendio decoroso. Nessuno intendeva sottrarsi alle proprie mansioni: si stava tanto in ospedale, giorno e notte, e intanto si imparava un mestiere. L’idea di rifugiarsi nel privato, nella parte d’Italia in cui lavoravo, era inaudita: e infatti i centri privati erano pochissimi.

E c’era orgoglio, anche, un grande orgoglio di appartenenza: al reparto, ai colleghi, alla ULSS dove si lavorava. Ognuno di noi portava con sé l’eredità di colleghi scomparsi nelle nebbie del tempo, ricordati solo per racconti mitizzati dei tecnici più anziani, di vecchi referti stilati a mano che si materializzavano quasi per caso in cassetti impolverati, o in libri non più aperti da anni. Insieme a quell’eredità, immancabilmente, anche il desiderio di emulazione, di essere all’altezza del passato: unito alla certezza che con il tempo, se l’impegno profuso fosse stato sufficiente, il lavoro sarebbe stato premiato. Per quanto incredibile sia, ci sono stati tempi in cui nessuno avrebbe mai pensato che accorpare i primariati potesse essere una buona idea, e quindi puntare su una crescita professionale era possibile e lecito.

Insomma, non so se si è capito, ma il tempo utile per evitare che la barca affondi è finito. Non mettere le mani adesso su una riforma urgente della sanità pubblica vuol dire accettare l’idea che debba implodere, e farlo in tempi brevi. Oppure implica un progetto politico che viene colpevolmente taciuto: e, sinceramente, non so quale delle due opzioni sia la peggiore.


La canzone della clip è “Come salvarsi la vita”, di Roberto Vecchioni, tratta dall”album “Montecristo” (1979). Perché certe volte, come mi sembra di intuire dal tono della canzone stessa, l’unico modo per salvarsi la vita è volersela salvare a ogni costo.

Tutto questo è un gioco da ragazzi

L’anno scorso, di questi tempi, ragionavo tristemente sulle curve dei contagi e dei ricoveri ospedalieri da covid che si impennavano dopo tre mesi di relativa tranquillità estiva. Invitavo tutti alla prudenza e nel mentre mi beccavo, tra le altre offese, dell’infame di regime (sic). All’epoca ipotizzavo anche, molto ingenuamente, che la curva del negazionismo avrebbe avuto un decorso inverso rispetto a quella dei contagi, e invece mi sbagliavo: le due curve sono cresciute in modo sincrono, fornendo agli specialisti del settore materiale per anni di studi antropologici e psico-patologici. E lasciandomi perplesso, incredibilmente perplesso sulla capacità che qualcuno ha sviluppato di immaginare, in un mondo come il nostro che a tutti i livelli è popolato da indicibili cialtroni, un complotto trasversale che necessiterebbe di un’organizzazione perfetta, capillare, coordinata in tutte le sue parti. Ma questo è un altro discorso: a un certo punto, quando tutte le profezie catastrofiste saranno smentite dai fatti, come peraltro accade regolarmente, e sarà finalmente chiaro che il livello del possibile complotto è molto più elementare di quanto si immagini, non so cosa potrà accadere. Forse un suicidio di massa: se lo scopo del complotto era spopolare il pianeta, pensate all’ironia bruciante di una società che si spopola da sola, in preda a un delirio autodistruttivo mediato dall’evidenza che viviamo in un mondo in cui persino poste italiane fatica a consegnare in tempo utile un pacco. Figuriamoci quindi la fatica di organizzare un complotto su scala planetaria, che peraltro non si sa bene quale fine occulto dovrebbe raggiungere.

Ma veniamo a noi: oggi è un giorno veramente speciale. Dopo quasi due anni di reclusione, di webinar terrificanti in cui hanno parlato tutti, ma veramente tutti, e spesso senza avere idea dell’argomento di cui discettavano, di progetti a breve scadenza sistematicamente frustrati dall’evidenza che la situazione epidemiologica non migliorava, siamo ripartiti con i corsi radiologici in presenza a Rovereto. Ho ritrovato i colleghi del gruppo, che ormai dopo quasi dieci anni di lavori sono diventati amici. Ho ritrovato Rovereto, dove mi sento a casa, e il solito albergo, nel quale dormo bene come in nessun altro posto del mondo. Ma soprattutto ho ritrovato i corsisti, il loro desiderio di imparare, di approfondire, di confrontarsi sul lavoro quotidiano. Quando abbiamo aperto i lavori, vi giuro, ero più emozionato del giorno in cui si tenne la prima edizione (e vi sto parlando del lontano, ormai lontanissimo 2012): per cui ho preferito non perdere tempo in discorsi futili e ho chiesto ad Andrea, il co-organizzatore, di fare una foto con l’uditorio.

Ho chiesto: Mi alzate tutti le braccia?

Gli sventurati corsisti mi hanno dato retta e il risultato è quello che immaginate: una foto di speranza, di occhi che sorridono, colma della migliore volontà di ricominciare a vivere, trasudante entusiasmo e desiderio di normalità. Perché io non lo so se esista o meno, lo stramaledetto complotto mondiale su cui in tanti hanno fondato le proprie fortune economiche e di visibilità personale, ma di una cosa sono certo: le cose, tutte le cose del mondo, dopo qualsiasi emergenza tornano normali in poco tempo. Non è un animale così tanto elastico, l’homo sapiens. E non è facile tenerlo in gabbia.

Le uniche cose che non torneranno normali, lo avete già capito da soli, saranno i costi delle bollette energetiche, dei carburanti, del riscaldamento, delle autostrade. Forse il vero complotto era questo: se volete la vecchia, rassicurante crescita economica dovete imparare ad apprezzarla e pagarla a caro prezzo. Nel mondo dell’iperliberismo nulla può essere gratuito: dal vaccino alla corrente elettrica che usate per caricare il vostro smartphone. Insomma: l’unica lezione che avremmo dovuto imparare dalla pandemia mondiale, quella della solidarietà, della condivisione e della compassione, l’abbiamo irrimediabilmente persa. Ma questo è un altro discorso, e lo faremo un’altra volta.


La canzone della clip è “I’ll be your friends”, di Joshua Radin, tratta dall’album “The ghost and the wall” (2021).