Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo

Ho assistito, in occasione di un corso della Fondazione SSP, a un suggestivo intervento di Luciano Ziarelli, teorico italiano dell’intelligenza emotiva, sul tema della leadership. Ziarelli ha usato come imperituro esempio di leadership Ernest Shackleton, esploratore britannico di inizio secolo scorso, che nel tentativo di attraversare a piedi per primo il continente antartico finì per perdere la nave, la leggendaria  Endurance, schiacciata dal ghiaccio del pack, rimase per quasi due anni in mezzo al nulla più gelato che possa esistere e alla fine riuscì a riportare a casa i suoi uomini, tutti e 28, quando ormai il mondo intero li dava per morti e sepolti.

Non importa conoscere i particolari della vicenda (chi è interessato può godersi, cliccando qui, la puntata di Quark dedicata a Shackleton e alla missione dell’Endurance): il succo della questione è che l’impavido esploratore, a detta di Ziarelli e di tutti coloro che ne hanno fatto a ragione il simbolo mondiale della leadership, riuscì a tenere unita una squadra di uomini ormai condannati alla morte peggiore che mente umana possa concepire e a condurli a una salvezza del tutto insperata, attraverso pericoli straordinari e in un territorio inospitale come potete immaginare l’Antartide nella stagione invernale, quando la temperatura può scendere, ma scendere è un termine riduttivo, fino a 70° sotto zero.

Ziarelli è un fantastico affabulatore: ha parlato per tre ore incantandoci tutti con uno spettacolo che avrebbe potuto tranquillamente portare in un teatro. Eppure, mentre narrava la storia dell’Endurance, sentivo che qualcosa non mi tornava. All’inizio avevo pensato che il punto fosse la fortuna, l’incredibile e sfacciata fortuna di un uomo coraggioso a cui tutto andava liscio: per esempio, quando con altri quattro uomini si era deciso a partire dallo scoglio sul quale erano approdati e percorrere la bellezza di 1600 chilometri lungo un tratto di mare battuto da venti a 200 chilometri orari e con onde alte fino a 40 metri, e il tutto su una semplice scialuppa di legno (peraltro, avesse atteso ancora qualche ora non sarebbe potuto partire: la mattina dopo il ghiaccio avrebbe invaso il mare dell’isolotto, e addio prendere il largo in scialuppa). O quando, approdato in Georgia del Sud allo scopo di convincere i pescatori locali a recuperare i suoi compagni di viaggio con una baleniera, era riuscito in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati: impresa mai riuscita a nessuno prima di lui.

Ma no, il punto non era quello. Shackleton in effetti merita per intero la sua fama perché nessun genere di fortuna assiste l’uomo privo di iniziativa, e lui aveva coraggio da vendere e risorse mentali praticamente illimitate che in qualche modo doveva aver trasmesso ai suoi uomini. Il punto, mi sembra, è il seguente: Ziarelli, nella sua affascinante narrazione, rende l’idea di un gruppo coeso fino all’inverosimile in cui nessuno ha mai un cenno di dissenso, una nota di sfiducia nelle virtù del capo. Di una squadra così fedele al suo capitano da non mettere mai in discussione, appunto, la sua leggendaria capacità di leadership.

E invece il film per la televisione, in cui il personaggio di Shackleton è interpretato da un Kenneth Branagh incredibilmente convincente e somigliante all’esploratore, mostra proprio quello che non mi tornava. I suoi uomini avevano mostrato eccome, segni di malcontento e sfiducia nel loro leader. Quando Shackleton diede l’ordine di uccidere i 70 cani da slitta, gesto doloroso ma compassionevole perché in alternativa le povere bestie sarebbero andate incontro a una morte molto più terribile, gli diedero alle spalle dello stronzo privo di pietà. Quando chiese al fotografo di scegliere solo un centinaio di lastre fotografiche, e di sacrificare le altre perché non avrebbero potuto trasportarle sul pack, l’altro rispose sprezzante che in buona sostanza si erano persi chissà dove e senza nemmeno sapere in che modo: altro che riconoscimento della leadership, quello era incazzato nero e aveva la fiducia nel suo capo spedizione letteralmente sotto i piedi.

Questo è solo per dire che si fa presto, troppo presto a dire leadership. Che per governare un gruppo di persone ci vuole, come per tutto il resto, grande capacità ma anche una fortuna sfacciata: la maggiore delle quali riguarda proprio gli uomini che ti toccano in sorte per la spedizione. Perché, e questo secondo me è il vero punto chiave dell’intera vicenda, sapete qual era il testo dell’inserzione di giornale con la quale Shackleton aveva reclutato i 28 uomini della spedizione? Il seguente: “Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”.

Eccolo il vero segreto del successo impossibile di Shackleton, altro che chiacchiere: i suoi erano uomini senza paura, e così motivati da avere il coraggio di rispondere a un’inserzione di quel genere. Perché nella vita reale è quello l’elemento chiave: il coraggio, che a sua volta determina la capacità di abnegazione e di sacrificio, che a loro volta determinano l’endurance, la perseveranza, la resistenza. Cioè la possibilità di tornare a casa, vivi.

Il resto, e sono sicuro che anche Shackleton ne fosse fieramente convinto, sono tutte balle.


La canzone della clip è “Shackleton”, tratto dall’album “Gommalacca” (1998), in cui Franco Battiato narra da par suo le avventure del grande esploratore.

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