Archive for the ‘Hospital’ Category

E a volte è anche bello trattarsi un po’ male, dormire di schiena per poi farsi abbracciare

martedì, gennaio 14th, 2020

Tempo fa Marco Van Basten, parlando con Arrigo Sacchi del Milan fantascientifico dei bei tempi andati, gli disse: Solo adesso che sono allenatore mi rendo conto di quanti problemi ti ho creato.
E Sacchi rispose, asciutto: Non preoccupartene troppo. Sapessi invece quanti me ne hai risolti.

Ecco, se dovessi fare un augurio a un medico neospecialista, e in giro ce ne sono tanti, è proprio questo: avere lo stesso dialogo, un giorno più o meno lontano, con il loro primario. Perché non averlo mai, quel dialogo, vorrebbe significare due sole cose: o non essere mai arrivati da nessuna parte o esserci arrivati e aver comunque fallito, in pieno.


La canzone della clip è “Per due come noi”, di Brunori Sas, tratto dall’album “Cip”! (2020). Più sotto, una foto memorabile dei due eroi milanisti: perché se i problemi li risolvi, e non li crei soltanto come fanno la stragrande maggioranza dei cretini privi di talento, poi alla fine anche l’allenatore finisce per volerti bene.

mercoledì, dicembre 11th, 2019

Sotto Natale.

Fretta di tornare dal lavoro, di fare la spesa prima che il centro commerciale chiuda. Di comprare gli ultimi regali, se possibile. Comunque, di ritornare a casa per qualunque dei mille motivi per cui ritornare a casa, quasi sempre, è bello.

Magari ti sei distratto perché guardavi il cellulare, pur sapendo che non dovresti mai e poi mai farlo. O forse eri solo stanco per il lavoro da bestie della giornata, e non hai visto l’auto che usciva da una stradina secondaria. Fatto sta che è un attimo, uno stridio di freni, uno schianto mostruoso, e la tua automobile è un cartoccio di lamiere fumiganti. Qualcuno si avvicina, chiama il 118. Tu hai male un po’ dappertutto, specialmente quando ti estraggono dall’abitacolo, ma finalmente puoi permetterti di perdere i sensi. Ti stanno portando in ospedale, qualcuno si prenderà cura di te.

In ospedale non perdono tempo, di corsa in Radiologia. Il trauma è a elevata energia, nessun radiologo contesterà mai l’urgenza (o almeno si spera: i contestatori a oltranza dovrebbero capire che è meglio cambiare mestiere, ma questo tu non puoi saperlo). Alla fine, per fortuna, ti ricovereranno solo in ortopedia perché hai parecchie fratture e nient’altro di grave. Nient’altro, tranne quel piccolo nodulo al rene destro. Piccolo, meno di un centimetro, eppure lì, in agguato, da chissà quanto tempo, che aspettava solo di crescere tranquillo e famelico, fino a divorarti da dentro come se tu fossi una mela e lui il verme. Il radiologo lo vede, lo segnala e già è partito il progetto di cura che nel giro di poche settimane ti vedrà operato e, si spera viste le dimensioni del tumore, guarito. E tu, che maledicevi la sfortuna perché a cinquant’anni ti era capitata questa disgrazia dell’incidente quasi mortale sotto le feste, e la macchina distrutta, e le fratture, e il ricovero, e l’assenza dal lavoro, dovrai quasi benedirla quella sfortuna che ti ha colto a 50 anni, nel pieno della tua maturità. Perché ti ha salvato la vita, semplicemente. Ti ha salvato la vita.

Invece quell’altro cinquantenne che era passato indenne attraverso le tempeste della vita senza mai un maroso, mai un problema di nessun tipo, che ha cominciato ad avere male al fianco e poi, una brutta mattina, ha urinato sangue, ecco, quel tuo coetaneo il tumore al rene ce l’aveva, ma dieci volte più grosso del tuo. Anche lui sarà operato, perché la diagnosi è stata fatta, ma non sapremo quanto tempo sopravviverà alla bestia.

Questa è la situazione: vicini di letto, stessa età, stesso problema. Quello che sembrava più sfortunato di tutti aveva un angelo custode dietro le spalle, oppure semplicemente non era arrivato il suo momento. L’altro, che invece sembrava messo meglio, se la vedrà brutta. E la morale è sempre la stessa, se vuoi persino banale: quel periodo di sfiga micidiale forse ti è stato inviato perché tu domani, paradossalmente, potessi star meglio. Se non credi in nessuna entità superiore, invece, concluderai di essere stato solo molto fortunato e da quella sfiga potrai trarre i dovuti insegnamenti, se riuscirai a riconoscerli e farne tesoro. In tutti e due i casi, un medico e un ospedale si saranno presi cura di te.

Perché finché durerà ancora la nostra sanità pubblica, una cosa è certa: ognuno avrà un piccolo angelo custode con il camice bianco, da qualche parte, pronto a prendersi cura di voi.


La musica della clip è “Blue train”, di John Coltrane. Inutile aggiungere altro, credo.

Sembra che per qualcuno niente sia mai abbastanza buono

lunedì, novembre 18th, 2019

Esiste un libro che parla di metafisica dei ponti?

Forse si, come d’altronde per qualsiasi argomento, e sicuramente ne scaturisce una metafisica prevedibile e banale. Il ponte unisce due sponde più o meno lontane, lo sappiamo tutti. Permette agli abitanti delle due sponde di incontrarsi, beffando con grande eleganza il confine fisico più naturale che esista. Il ponte è metafora non solo di avvicinamento tra due sponde lontane ma anche di superamento di quel confine. Non a caso il primo tratto dei ponti ad arco, quelli delle fiabe, in genere è in salita: perché oltrepassare un limite vero costa sempre fatica e sacrificio.

Ma il ponte è una struttura intrinsecamente fragile. Le piramidi egizie sono in piedi da (almeno) cinquemila anni, i ponti romani invece sono quasi tutti crollati. D’altronde far crollare un ponte è facile, basta minarne i pilastri portanti: è quello che si fa in guerra, di norma, quando ci si ritira. E non a caso il primo bersaglio dei bombardamenti aerei è il ponte, perché bisogna isolare gli avversari e impedire che ricevano rinforzi e rifornimenti.

Distruggere un ponte è facile, quindi. Costruirlo no: ci vuole l’intuizione, il progetto; e poi il genio pontieri, un ingegnere o un architetto, un gruppo di muratori capaci. Ci vuol tempo, a fare un ponte; e ce ne vuole pochissimo quando si tratta di distruggerlo, talmente poco che non basta a ragionare sulle conseguenze, spesso estreme, di quel gesto. Ci si accorge solo dopo di essere rimasti isolati su una sponda, magari quella sbagliata. Che era bello poterlo percorrere avanti e indietro, a proprio piacimento, andare a comprare il pane oltre fiume, in quel panificio fantastico, o attaccare lucchetti alle ringhiere come nei film di Moccia.

Non è vero che ognuno di noi ha costruito ponti nella vita: in tanti sono capaci solo a buttarli giù, i ponti. Lo scoppio degli ordigni eccitano queste persone, la vista delle macerie fumanti le esaltano. L’unico godimento che riescono a provare è nella distruzione, nell’annichilimento. Vedere le persone isolate, sull’altra riva, o senza timone tra i flutti impetuosi del fiume li manda in brodo di giuggiole: specialmente se su quella riva si sono sentiti inadeguati. E pazienza se cambiare riva non migliorerà la loro percezione di se stessi, e finiranno per sentirsi comunque inadeguati: l’essere umano è quello che è, e da Freud in poi ci hanno provato in tanti a far luce su connessioni neuronali che secondo me resteranno per sempre un gran mistero.

È stato proprio parlando di ponti crollati che un’amica, anche lei in qualche modo grande ammiratrice di Freud, mi ha mostrato un punto di vista differente sulla questione: puoi guardare il ponte crollato e pensare che la fatica per costruirlo è stata inutile e che nessuno ci transiterà più sopra, oppure puoi pensare che grazie a quel ponte poche o molte persone sono passate oltre il fiume, sull’altra riva, e lì a loro volta hanno costruito il loro ponticello.

Oppure sono diventati loro stessi un ponte: ma questa aspirazione, come direbbe la mia amica, ha più a che fare con un disturbo narcisistico della personalità. Meglio limitarsi a passare i mattoni, come diceva un altro, caro amico del mio recente passato.


La canzone della clip è “Circle”, di Eddie Brickell and New Bohemianas, tratta dall’album “Shooting rubberbands at the stars” del 1988. Un giorno di luglio del 1989, mentre studiavo patologia generale e non sognavo altro che di tornarmene a casa per il mese di agosto senza esami da preparare, dalla casa di fronte venne fuori la musica di questa canzone. Il vicino di casa la suonò spessissimo in tutti i giorni a seguire, fino a quello dell’esame: e per me, che venivo fuori da un periodo difficile ma sentivo che le cose si stavano finalmente mettendo meglio, fu una musica foriera di buona fortuna. In seguito ascoltai tutto l’album, che mi piacque molto: “Circle” da allora rimane in un posto speciale del mio cuore.

Alcune cose sembrano migliori, piccola, semplicemente attraversandole

giovedì, ottobre 31st, 2019

Oggi ho fatto una biopsia sotto guida TC di una massa retroperitoneale, forse una metastasi a partenza da un tumore al momento non noto.

Sono arrivato nella sala e il Paziente era già a pancia sotto sul lettino. Mi sono inginocchiato, perché anni di esperienza mi hanno insegnato che in casi come questi i Pazienti sono come i bambini, devi parlare alla loro altezza di sguardo, e gli ho spiegato cosa avremmo fatto di lì  a poco. Lui ha annuito e mi ha fatto la solita, comprensibile domanda: Sentirò male?

Non troppo, ho risposto io, che non sopporto di mentire ai miei Pazienti e mai vorrei che un medico mentisse a me.

La procedura è andata bene, come capita nei casi particolarmente fortunati, e in un quarto d’ora era già tutto finito.

Già fatto? mi ha chiesto incredulo.

Certo, finito.

Bravissimi, bravissimi tutti, ha detto lui. Aveva quasi le lacrime agli occhi per il sollievo.

Poi mi ha preso il polso e lo ha stretto forte. Mi ha guardato fisso negli occhi e aveva lo sguardo dolente, mentre pronunciava la sua frase a metà strada tra l’affermazione e la domanda: La nostra è un buona sanità!?

Io l’ho intesa come una domanda. Ho poggiato il palmo dell’altra mia mano sul dorso della sua, che ancora mi stringeva il polso, e gli ho risposto solo: Cerchiamo di resistere, facciamo quello che possiamo.

Poi lo hanno portato via in barella. Spero non si sia accorto che pochi secondi prima stavo per commuovermi anche io: per la bellezza selvaggia e assurda del mio lavoro, per le difficoltà incredibili dell’ultimo anno che quella bellezza alla fine non l’hanno scalfita, per la paura che ci portino via uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, insomma per tutto.

Ma lui per fortuna era già fuori dalla sala TC.


La canzone della clip è “Sacrifice”, scritta e cantata da Elton John, nella preziosissima intrepretazione di Sinead O’ Connor tratta dall’album “Two rooms” del 1991 (dove nomi famosi si sono misurati con le più famose canzoni del baronetto inglese). Ascoltatela bene.

E se stanotte tu mi fossi accanto, stanotte che ti voglio e non sai quanto

sabato, luglio 20th, 2019

https://www.enpam.it/news/lintelligenza-artificiale-non-spazzera-via-i-medici

Mi piace riportare per qualche istante il discorso, cominciato qui, sull’impatto delle intelligenze artificiali in Radiologia.

Vi ho già detto che sull’argomento sono pessimista, se guardo la cosa dal punto di vista dell’umanissimo medico radiologo, straziato dal numero e dall’intensità delle notti di guardia, o ottimista, se la guardo dal punto di vista del futuro e infaticabile robo-radiologo.

Prendo spunto, per concludere il ragionamento, dell’editoriale prodotto nell’ultimo numero della rivista previdenziale medica italiana dal presidente, Alberto Oliveti. Il quale esordisce con la seguente, illuminante frase: (…) Oggi quando si parla di lavoro si sottolinea sempre di più il concetto di produttività, che non si può pensare di aumentare solo con doti umane. L’intelligenza artificiale, da molti ritenuta una minaccia, va invece considerata una risorsa, anche per i professionisti della salute (…)

Da cui deduciamo che la sfida futura non sta nella sostenibilità della sanità pubblica,  come ci si aspetterebbe, ma nella crescita progressiva della produttività all’interno di un modello sanitario che ormai tutti, salvo i puri di spirito, immaginiamo senza alcuna fatica come privata e non più pubblica. La produttività: questa infernale parolina che negli ultimi lustri ha devastato le nostre vite costringendoci a orari da operai di fine ottocento. All’uopo ricordo, quando ero bambino, le esistenze felici dei mie genitori, il loro tempo libero da utilizzare in mille maniere; poi guardo me, i frammenti di tempo libero residuo che sono appena sufficienti a riprendermi dal sonno o dal mal di schiena, e mi viene da piangere.

Oliveti continua: (…) Allo stesso modo se nella pratica professionale verranno introdotte applicazioni informatiche in grado di fare diagnosi più precise e più velocemente di quanto riusciamo attualmente, non significa che come medici verremo spazzati via (…)

Il che è probabile, ma solo a patto che ci trasformiamo da medici in tecnici informatici: se l’algoritmo farà diagnosi migliori delle nostre il punto nodale non sarà più la diagnosi in sé ma la sua comunicazione ai pazienti. Prevedo quindi il proliferare di concorsi pubblici per psicologi, che all’abbondante stipendio di 8-900 euro al mese avranno l’onere di sedersi davanti a un tavolo e trovare le parole giuste per comunicare al signor Mario Rossi che, siamo spiacenti, ma dobbiamo dirle che lei ha il cancro.

E ancora il Nostro: (…) Parliamoci chiaro: oggi l’Enpam è l’ente pensionistico italiano con le riserve più elevate. Ma anche 22,5 miliardi di euro messi da parte non sono nulla se la professione cessasse di essere rilevante per i pazienti (…)

Al che forse non capisco io qual è la questione: la rilevanza della nostra professione, che è già irrimediabilmente compromessa (ricordo a tutti che il possibile rinnovo del contratto, fermo da 10 anni, prevede l’aumento di stipendio di 200 euro lordi. Il che la dice lunga su che fine faremo), o la rilevanza delle scorte economiche dell’ineffabile ente previdenziale? Mi sa che Oliveti, al contrario di quanto afferma, la foglia l’ha mangiata: quesi soldi finiranno presto e in futuro, pavento, non ci saranno più medici in numero sufficiente per rimpinguarla.

In conclusione: (…) Certo, magari cambieranno i modelli di contribuzione: in futuro per esempio la previdenza potrebbe dipendere non soltanto dalla quantità di lavoro svolto ma dalla capacità di creare valore condiviso (…)

E qui, mi dispiace, sono proprio io che non ci arrivo, che ho in mente scenari fanta-apocalittici tipo Blade Runner e che proprio non riesco a immaginare in che modo potremo coniugare la quantità di lavoro con la capacità, cito, di creare “valore condiviso”. Mi piacerebbe sapere quale cavolo di valore stiamo condividendo in questo periodo di umiliazioni professionali continue che si traducono in un fuggi-fuggi generale dagli ospedali pubblici verso un privato mediamente attento ai propri interessi, in un mercato deregolato nel quale i pesci medi stanno già mangiando quelli piccoli in attesa degli squali che divoreranno tutto e produrranno un fantastico oligopolio che già stiamo osservando in altri ambiti produttivi (il mercato dell’automobile, tipo).

Insomma, perdonatemi ma non ce la posso proprio fare. Già mi è toccato vivere tempi cupi che mai avrei potuto immaginare anche solo tre anni fa: lasciatemi almeno aspettare in santa pace il robottino che prenderà il mio posto, con buona pace di tutti, e lo squalo che divori anche me.


La canzone della clip è “Notti”, di Claudio Baglioni, tratta dall’album “Strada facendo” del 1981. Come capita a molti, ogni tot di tempo mi parte l’embolo del remember per qualche cantautore dei miei tempi e riascolto tutto di lui, anche le cose più infami; che tanto il tempo, nelle mie varie peregrinazioni automobilistiche in giro per il nord-est, non manca. La storia musicale di Baglioni ha avuto uno strano andamento a campana frastagliata: ogni tanto, dagli esordi fino a “E tu come stai?”, ha prodotto piccoli capolavori inframezzati a una moltitudine di canzoni non meritevoli di grande memoria. Esempio di piccolo capolavoro è la canzone omonima, che tutti conoscete: con lei Claudio si è divertito a spezzare i nostri cuori ogni qual volta abbiamo realizzato che l’abbandono di quella certa persona non era stata, per così dire, l’idea migliore della nostra vita; il che, dalla pubertà in poi, è successo a tutti almeno una volta nella vita. Senza contare quel maledetto assolo finale che sembra di chitarra elettrica ma è di un famigerato synth strappalacrime, che somiglia molto al sussulto finale di un orgasmo gloriosamente triste, quello dell’ultima volta che avete copulato con la vostra amata o il vostro amato  immortale. Ma “Strada facendo” no, quell’album ha rappresentato l’apice della sua produzione: l’equilibrio perfetto tra le banalità di prima e la ricerca leziosa della poesia-a-ogni-costo dopo. Con l’eccezione de “I vecchi”, che infatti fu scritto anni prima e inserito di straforo nel disco, le canzoni di “Strada facendo” sono perfette, non-banali, non-leziose, e rendono intollerabile l’ascolto del disco successivo (da cui ci si aspettava tanto, ma tanto di più). Insomma, avete capito che mi sto rigirando tra le mani un’idea che prima o poi avrò il tempo di mettere in pratica: partire da un’album e raccontare una serie di spin-off di noialtri, comuni ascoltatori, che con l’accompagnamento di quelle canzoni abbiamo passato un pezzo più o meno lungo e significativo di esistenza. Ci stavo già provando con un altro autore e avevo già raccolto del buon materiale: ma, come dire, non è andata proprio bene. Appena arriva A.I a sostituirmi nel prossimo turno Tac mi ci metto, giuro, e vi faccio leggere qualcosa di divertente. Voi intanto mandatemi le vostre storie con “Strada facendo” come colonna sonora. A legarle tutte ci penso io.