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E invece aveva ragione mio nonno, l’importante è vincere!

venerdì, Febbraio 12th, 2021

Da quando mio figlio mi ha costretto a interessarmi nuovamente di calcio intuisco la presenza di una questione, non da poco, che dal mondo del pallone si irradia a tutto il resto come una enorme metafora nucleare.

Lasciando da parte la tristezza inenarrabile che genera questa incredibile frammentazione di partite, che serve solo a diversificare l’offerta e a rendere appetibili i pacchetti televisivi e cospicui i diritti televisivi a essi associati, ma che priva gli appassionati del piacere ormai dimenticato della domenica pomeriggio e di 90° minuto, insomma dello sport in generale, c’è un particolare che salta subito all’occhio: nel calcio di oggi non è prevista la sconfitta.

Gli allenatori vengono chiamati in panchina, qualsiasi panchina, con l’imperativo della vittoria-a-ogni-costo. Tre sconfitte di seguito e sei esonerato: non importa se avevi a disposizione mezza rosa per colpa del CoVid, o se hai una squadra di brocchi, e nemmeno se non ti hanno lasciato il tempo materiale di mettere in atto i tuoi progetti. Se perdi, sei fuori. Come direbbe una personcina di mia conoscenza: ti sei bruciato.

Eppure, la sconfitta è una componente essenziale del nostro sviluppo interiore. La sconfitta riconduce all’umiltà, per esempio, che di per sé non fa mai male. Ti costringe a fermare la corsa, a ripensare ai fatti, riprogettare il futuro. La sconfitta, se sei capace di venir fuori dall’odio ecumenico per il resto del mondo che solo lei sa evocare, consente di sperimentare nuovi punti di vista: e magari di scoprire che la tua tattica e la tua strategia erano sbagliate (guai a fossilizzarsi sull’evidenza che i tuoi soldati non fossero all’altezza della battaglia, non ci si guadagna nulla e si perde di vista l’obiettivo finale).

Tutto questo, nel calcio, non è previsto. Nel calcio bisogna vincere, punto e basta. Non credevo fosse possibile vincere il campionato ed essere esonerati per aver perso la Champions League: ma questa è la realtà dei fatti, poco da fare. Però c’è un problema: in qualsiasi competizione può vincere un solo concorrente. Uno solo. Un mondo in cui vincono tutti non solo è irrealizzabile, ma toglierebbe ai partecipanti la gioia della vittoria. Con buona pace del barone de Coubertin, l’importante è partecipare solo in un mondo ipotetico e utopico in cui tutti vincono, sempre e comunque.

C’è una scena chiave, nel finale del film “Io, Chiara e lo Scuro” di Francesco Nuti, in cui il protagonista dopo aver perso la partita decisiva al torneo di biliardo si allontana dalla sala e si rifugia in riva al lago. Lì incontra un taciturno pescatore, interpretato da Ricky Tognazzi, e gli dedica il monologo più importante della mia cinematografia adolescenziale.

“Vedi, Pescatore, l’importante è vincere. Che me ne frega a me di partecipare, eh, che me ne frega? Infatti me lo diceva sempre mio nonno, mi diceva, ricordati Francesco, l’importante è vincere! E io gli dicevo: No. nonno, guarda, quel signore dello sport dice di no, che l’importante è partecipare. E invece aveva ragione mio nonno, l’importante è vincere! Che me ne frega a me di partecipare quando c’è sempre qualcuno che vince? Lui deve vincere, e io partecipare. E chi ha vinto? Lui! E io che ho partecipato non ho vinto nulla? Sa che ti dico, Pescatore che tu peschi, sai che ti dico? Che c’è sempre qualcuno che vince, ed è uno solo. Gli altri cinque miliardi di bischeri pensano di aver vinto solo per il fatto che hanno partecipato. Col cazzo! Anche te, Pescatore, che tu fai, eh, che tu fai? Tu peschi. E se tu non pigli pesci che racconti a casa, che hai partecipato? Sai, Maria, sono stato a pescare. Che hai preso? Nulla, ho partecipato. Divorzi! Divorzi, proprio, guarda”.

E allora che bisogna fare? Cosa fare se l’importante è vincere ma anche la sconfitta fornisce quasi sempre un’occasione di crescita e di riscatto?

La risposta è semplice, forse: ed è quello che cerco di insegnare a mio figlio ogni volta che guardiamo insieme una partita di calcio. Quando si vince non bisogna mai, dico mai, infierire sugli sconfitti. E quando si perde l’importante è non abbandonare il campo di battaglia. Andatelo a dire a quelli, i peggiori di tutti, che hanno il coraggio di infierire dopo aver perso: ci si brucia solo quando si fugge. Gli altri, quelli che rimangono, che cercano di rinserrare le fila, che non abbandonano lo stendardo nelle mani del nemico, riescono a trovare qualcosa di buono in tutto: anche nelle peggiori sconfitte.

A Filippo Argenti!

venerdì, Gennaio 22nd, 2021


Chi era Filippo Argenti e perché Caparezza gli ha dedicato una canzone di potentissimo effetto? Perché Dante ce l’aveva a morte con lui? Venditti aveva ragione a chiedersi se Dante fosse stato un uomo libero o un servo di partito? E in che modo la Tangentopoli della Firenze di inizio 1300 travolse Dante e lo trascinò all’inferno?

Per queste e altre domande le mie risposte sono qui.

Buona lettura.

Tu chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, soprattutto lei

sabato, Gennaio 16th, 2021


Molti anni fa, avrò avuto sette o otto anni, mi trovavo nel tennis club dove imparai a tenere in mano la racchetta.

Era pieno inverno, ma l’inverno nei luoghi in cui sono nato erano e sono una stagione clemente, che permette di giocare all’aperto salvo quando piove. Quel pomeriggio però sentivo davvero tanto freddo: andai da mio padre, che attendeva a bordo campo, e gli chiesi cosa potevo fare per attenuare la sensazione di gelo alle mani. Lui mi disse di metterle sotto un getto di acqua fredda, e io così feci. Il risultato lo potete immaginare: fui incapace di continuare a giocare perché la mano destra era diventata un blocco di ghiaccio e non riuscivo nemmeno a piegare le dita.

Non chiesi spiegazioni a mio padre. Feci invece due cose: la prima fu cercare di capire quale fosse l’errore di metodo insito nella sua soluzione. Ricordai di aver letto un fumetto, poco tempo prima, in cui Paperino, assai sprovveduto e in missione al Polo per zio Paperone, mezzo assiderato, fu immerso dai nipotini nell’acqua bollente e si rianimò. Provai sotto il getto di acqua calda, la volta successiva, e in effetti andò meglio: le mani si erano riscaldate e riuscii a giocare.

La seconda fu chiedermi perché mio padre, che agli occhi del Giancarlo bambino era una sorta di padreterno onnisciente e infallibile, mi avesse dato la dritta sbagliata. Pensai che si fosse confuso, per prima cosa, e che in realtà avesse voluto dirmi di mettere le mani sotto un getto di acqua calda, e non fredda. In fondo anche gli adulti possono risponderti distrattamente, se hanno la testa altrove, e io adesso ne so qualcosa. Ma non ne ero convinto del tutto.

Adesso, a 52 anni, mi piace pensare che mio padre abbia sbagliato apposta. Non perché in lui albergasse una vena di sadismo, per carità, ma perché è così che cresciamo: attraverso i tentativi, spesso reiterati, e gli inevitabili errori che ne conseguono. Forse voleva solo saggiare la pasta di cui ero fatto: sarei tornato da lui in lacrime? Mi sarei arrabbiato e gliene avrei dette di ogni? Avrei fatto finta di nulla e ripetuto a oltranza la stupidaggine di mettere le mani sotto l’acqua fredda?

Noi genitori abbiamo gli occhi sempre puntati sui nostri ragazzi. Da loro ci aspettiamo il meglio, la risposta più logica, più coraggiosa, più dentro o (nel mio caso) più fuori dagli schemi. Così, mi piace pensare che quel giorno il rapporto tra me e mio padre abbia preso una china diversa: questo se la cava benissimo da solo, deve aver pensato dietro la sua tipica espressione impassibile da pokerista professionale, quindi posso occuparmi di altre situazioni più critiche. La qual cosa, va detto, non ha sempre avuto sviluppi positivi per il sottoscritto, ma tant’è: sempre meglio troppa fiducia che troppo poca. Almeno nel mio caso.

Il che mi riporta a una frase del noto psicologo italiano, che ho letto stamattina su un quotidiano. Se noi a noi figli diamo tutto senza fatica, si chiede lo psicologo, come faranno a sviluppare le potenzialità del loro intelletto? Come potranno essere stimolati a usarle per conquistarsi la loro preda, qualunque essa sia?

Il mio ultimo primario diceva (e dice) sempre: mi piacciono le persone che hanno fame. La “fame”, come la intende lui, è la volontà inestinguibile di capire, conoscere, non accontentarsi, tendere al miglioramento continuo di se stessi, al superamento dei propri limiti come scopo della vita. Se hai avuto sempre tutto pronto, durante le fasi della tua crescita, tutto servito in tavola, difficilmente sentirai quel genere di fame. La stessa fame che fa la differenza, in qualunque mestiere, tra uno soltanto bravo e uno veramente eccezionale.

Ma adesso è troppo tardi per chiedere spiegazioni a mio padre. Di fronte a domande come quella che gli porrei in questo momento, lui indosserebbe sul viso la sua tipica maschera di impassibilità e, sorridendo appena agli angoli della bocca, risponderebbe: Mi dispiace, ma non ricordo nulla di quel pomeriggio.

La canzone della clip è Solo all’ultimo piano, di Mogol-Minghi, cantata da Gianni Morandi e pubblicato per la prima volta nell’album Morandi (1983). Quando ripenso ad alcune notti in bianco prima degli esami universitari, è questa la canzone che mi viene in mente.

Tu puoi essere straordinario

venerdì, Gennaio 15th, 2021

Ci sono ancora parecchi scatoloni chiusi in garage e nel solaio, dopo l’ultimo trasloco. È proprio da uno di essi che un giorno sono ricomparsi, dopo non so quanti anni, i pettini dei miei figli neonati.

Una spazzola morbida come i loro capelli, che erano i capelli biondi e sottili degli angeli. Pettini morbidi come la loro pelle profumata. Li lasciavamo sul mobile del bagno grande: accanto alle creme, al bagnoschiuma delicato, al contenitore dei pannolini, al fasciatoio che si trasformava nella minuscola vasca da bagno in cui ogni sera io e la mamma gli facevamo il bagnetto, bevendo a metà una birra fredda.

Lui nell’acqua se la godeva come un matto, batteva le mani sulla schiuma e non voleva mai venir fuori. Lei invece urlava per tutto il tempo, rossa in viso come un peperone, ignara del fatto che era nata in acqua, con la camicia, e da grande avrebbe nuotato come un pesciolino grazie alle spalle larghe e alle gambe forti che la natura le ha dato in dono. E anche del fatto che, se solo fosse stata strutturalmente meno pigra, tale e quale a suo padre, di quello sport avrebbe potuto fare una passione viscerale e forse persino un lavoro serio.

Ho guardato la spazzola e i pettini, poi ho guardato loro. Lui alto, dinoccolato, magro come un chiodo, col ciuffo biondo sulla fronte, serio come un ingegnere nucleare del dopoguerra (salvo quando è alla Playstation o alle prese con le strategie infernali di Clash Royale), imbarazzato dalla biologia mutevole del nuovo corpo che si è ritrovato da un giorno all’altro insieme alla voce profonda e cavernosa di un polifemo. Lei più minuta, biondissima, che ancora balla con me alle note della colonna sonora di La La Land, romantica come la protagonista di un film degli anni ‘60, già patologicamente dipendente dalle serie tivù, musicomane e quindi perennemente attaccata alle cuffiette, alla cassa di uno stereo, a qualsiasi cosa emetta una suono ascoltabile.

Li guardo e mi sembra un miracolo essere arrivato con loro fino a qui. Li guardo e ho l’istinto irrefrenabile di farmi da parte, sedermi e guardarli vivere. Sperando, ma vanamente, che la vita risparmi loro gli inciampi, le cadute, i lividi, le ginocchia sanguinanti.

Perché possiamo ripetercelo fino alla nausea, noi genitori, che si cresce solo attraverso le sofferenze. Ma poi, alla resa dei conti, nulla ci rende più felici di vederli dormire tranquilli, come se il domani fosse già cosa fatta.

La canzone della clip è Brave, della fascinosissima Sara Bareilles, dall’album The blessed unrest (2013). È coraggio, quello che ci serve per affrontare il casino, il coraggio della paura.

Due consonanti perse in tre vocali

sabato, Gennaio 9th, 2021

Nel 1990 Totò Cotugno partecipò a uno dei suoi innumerevoli festival di Sanremo. La canzone in gara si intitolava “Gli amori”: un polpettone melodico in pieno stile italiano anni ‘80, con argomentazioni generiche sul sentimento amoroso e sulle coppie a cui tocca in sorte, costruito con grande accuratezza per un festival che il povero Totò non avrebbe mai potuto vincere perché il nome del vincitore era ho scritto nelle stelle (per la cronaca, quell’anno i vincitori furono i Pooh con “Uomini soli”). Tuttavia “Gli amori” era degna di una platea che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha punito canzoni straordinarie e premiato quelle ordinarie: e infatti Toto arrivò secondo, come nella stragrande maggioranza delle sue partecipazioni al festival, proprio in virtù dell’ordinarietà della sua canzone. 

L’ordinarietà di cui parlo è testimoniata dai seguenti versi di esordio: 

Accesi, spenti e stupidi speciali / Due consonanti perse in tre vocali / Son loro che ci aiutano a non sentirci soli / Perciò sono importanti / E li chiamiamo amori

Nel leggere i quali a Dante, uno che l’amore lo aveva trattato seriamente e peraltro in endecasillabi con la rima incatenata, quindi con una certa complessità di fondo che sfugge al cantautore nostrano, sarebbero tremate le ginocchia: forse a quel punto l’unico dubbio, per il Sommo, che tra le altre cose (per chi non lo sapesse) era il paroliere dei migliori musicisti della Firenze del 1300, sarebbe stato a quale girone dell’Inferno assegnare il buon Toto.

Ma Toto, da vecchio lupo del palcoscenico, aveva l’asso nella manica. L’edizione del 1990 fu innovativa per due motivi:

1) finalmente si rivide l’orchestra all’Ariston, ponendo fine allo spettacolo triste e indecoroso dei cantanti alle prese con la base musicale su un palco deserto che sembrava quella della festa del santo patrono di un paesino dell’agro campano;

2) riportò in auge la formula del cantante straniero abbinato a quello italiano, che negli anni ’60 aveva funzionato a meraviglia. E qui il colpo da maestro di Toto, o dei suoi manager: il cantante straniero che avrebbe cantato la sua canzone era nientepopodimeno che Ray Charles, all’epoca già una leggenda vivente del rhythm and blues e del soul. Ray Charles prese la canzone di Toto Cotugno, ne mantenne gli accordi e la struttura e la trasformò in un capolavoro, peraltro mai inciso, che ricevette da parte del pubblico finalmente esaltato dell’Ariston parecchi minuti di ovazione.

Qui c’è la canzone cantata da Toto Cotugno:

Qui c’è “Good love gone bad”, la versione inglese interpretata da Ray Charles.

Anche se non siete fini intenditori musicali ve ne siete già accorti senza grossa fatica: la canzone è la stessa. Gli accordi di Toto Cotugno sono accuratamente conservati: magari in mezzo Ray Charles ci ha piazzato qualche quinta o settima aumentata, ma diciamo che la struttura musicale è la stessa. Eppure “Gli amori” di Cotugno è ordinaria, a tratti banale, dà l’idea di una canzone già ascoltata in passato decine di altre volte (come in effetti è), mentre quella di Ray Charles è piena di sonorità meravigliose e la ascolteresti trenta volte di seguito senza stancarti. Cosa è successo? Cosa rende la versione di Ray Charles così straordinaria rispetto alla versione originale?

Semplice, cari miei: l’arrangiamento. L’arrangiamento, come recita il vocabolario della lingua italiana, è “la trascrizione che si fa di un brano musicale adattandolo a strumenti o complessi diversi da quelli per cui originariamente era stato composto”. Il risultato finale di un arrangiamento è funzione di chi arrangia la canzone e di chi successivamente la canta, ammesso che arrangiatore e cantante non siano la stessa persona, e spesso conduce a versioni della canzone quasi irriconoscibili.

Provate a pensare a “Highway to hell” degli AC/DC cantata da Carla Bruni e inorridite pure senza ritegno. Allo stesso modo, provate a pensare a “Felicità” di Albano e Romina strillata in versione hard rock da tale Danny Metal, l’incrocio tra un pilone di rugby e uno scaricatore di porto scozzese, e inorridite alla stessa maniera.

Cosa voglio dirvi con tutta questa solfa? Che la differenza, nella vita, più che il talento puro e semplice la fa l’arrangiamento. 

Se siete geni assoluti non c’è nulla da dire: siete rari come quadrifogli e viaggiate su un altro pianeta, in altre dimensioni, dentro spazi siderali. Le persone comuni nemmeno riescono nemmeno a vedervi e al massimo si accorgono della scia luminosa che lasciate in volo. È difficile anche solo considerarvi fonte di ispirazione, figuriamoci cercare di emularvi.

Se invece siete pieni di talento musicale ma incapaci ad arrangiare una canzone, il vostro talento sarà sprecato e finirete nel dimenticatoio assai in fretta, sviluppando la tipica frustrazione che attanaglia i mezzi geni, in genere incompresi, che non di rado nella vita finiscono assai male: droga, alcool e forse anche una morte precoce e drammatica che in parte, ma solo se una volta tanto sarete fortunati, riscatterà le vostre frustrazioni.

Potreste, al contrario, essere dei cani come musicisti ma saper arrangiare decentemente le vostre pessime note, e quindi vendere bene il prodotto che avete composto: il mondo è pieno zeppo di millantatori di questo tipo, il cui unico talento è saper convincere il prossimo delle proprie (inesistenti) qualità e magari costruircisi su una rispettabile carriera. Basta avere sufficiente faccia tosta, una buona parlantina e magari tendere alla sovrastima di sé: sapeste quanti ce ne sono nel mio lavoro, e quanti ne ho già incontrati sulla mia strada.

Infine, potreste non appartenere a nessuna delle due categorie precedenti e non saper fare nulla, né comporre né arrangiare: in quel caso siete destinati a quella vita di quieta disperazione che, come ci insegna Thoreau, è la triste normalità della maggioranza degli uomini e delle donne. Non è colpa vostra, sappiatelo, e siate consci del fatto che voi almeno conservate la dignità che manca ai millantatori di cui sopra: il Padreterno vi giudicherà sicuramente con maggiore benevolenza di quelli, quindi ce l’avete anche voi il vostro piccolo asso nella manica. Proprio come Toto Cotugno.