Archive for the ‘Hospital’ Category

Resta con me perché da solo non ho fame, poi non è bello cucinare solo per me

mercoledì, febbraio 6th, 2019

Il tempo passa impietoso, spietato. E impartisce lezioni delle quali, in tutta sincerità, farei a meno.

Tipo.

  1. Un ragazzo se ne sta tranquillo a bere una birra con gli amici, passano due coglioni vigliacchi e gli sparano addosso. Risultato: il ragazzo non camminerà più.
  2. Una donna lascia un uomo che la menava. Un giudice ingiunge a lui di non avvicinarsi alla donna perché riconosce la sua pericolosità, e l’uomo non trova niente di meglio da fare che cercare di bruciarla viva. Ma non d’amore. Letteralmente, bruciarla viva.
  3. Qualche anno fa, credo in metro a Milano, due donne si sono urtate per sbaglio e una delle due ha finito per piantare la punta dell’ombrello in un occhio dell’altra. Direi che anche questa storiella breve mi è rimasta impressa ben bene.

Ogni giorno, anche nel mio mestiere, è tutto un festival di incomprensioni, di persone che non riescono a comprendere le emozioni di chi hanno di fronte. Medici che non realizzano le paure e le ansie dei loro colleghi e dei loro pazienti. Pazienti che non si rendono minimamente conto del livello di stress e di stanchezza dei medici e degli altri sanitari. Che ignorano la complessità della macchina ospedaliera che in quel preciso momento li sta accogliendo, e urlano e minacciano e menano.

Il dramma del mondo attuale è che la nostra seconda vita, quella virtuale, ormai così connaturata alla vita reale da averla ampiamente sostituita, tiene le persone fuori dal confine del contatto diretto. Delle persone non sentiamo più la voce, non guardiamo gli occhi; al massimo ci dà fastidio l’odore di sudore che aleggia nei mezzi pubblici, di gente che non si lava molto.

Abbiamo perso una capacità vitale, quella dell’empatia. Il collante che tiene in piedi la società, in buona sostanza, la straordinaria virtù che fa di noi esseri compassionevoli e capaci di atti di eroismo e abnegazione inimmaginabili. L’abbiamo persa, credendo che tutto ci sia dovuto, che il successo non preveda fatica e che altrove e domani sia sempre meglio di qui e ora. L’abbiamo persa odiando in modo sconsiderato, per futili motivi, persone che ci hanno persino voluto bene, e impiegando le energie più preziose della nostra vita a immaginare nei particolari più minuti il loro male e la loro rovina.

Ecco, questo è lo stato dell’arte: a voi la scelta dell’arma di offesa, che tanto prima o poi si ritorcerà contro voi stessi. Per quanto riguarda me, io continuerò a sperare che un sorriso o un piccolo gesto di gentilezza abbiano più potere dell’odio che viene sparso gratuitamente in giro. E pazienza se invecchiando la mia capacità di empatia si acuisce così tanto da diventare a volte un dolore acuto che mi paralizza.

D’altro canto ho scelto di fare il medico, io, non il soldato di ventura.


Visto che siamo in tempo di Sanremo, la clip che vi propongo è quella di un gruppo poco conosciuto che a me piace moltissimo: gli Ex-Otago. La canzone che hanno portato al festival è dolcissima e merita fortuna.

Perché sto correndo dalla parte sbagliata e sono con le spalle al muro

domenica, dicembre 16th, 2018

Come ogni anno, sotto Natale, vi faccio un piccolo regalo.

Quest’anno si tratta di un breve divertissement che nasce dal mio recente viaggio a New York, e che ha a che fare con la città e con i supereroi Marvel. Se vi va di leggerlo, cliccate qui.

Buona lettura e buone vacanze. Non farò consuntivi del 2018: per carità di Dio, alle soglie dei 50 me ne guardo bene. Vi auguro invece un felice 2019 con un affettuoso consiglio: se avete un qualche interesse a essere felici, ricordate sempre che non siete il centro del mondo o dell’universo, che il mondo non ce l’ha con voi (il mondo mediamente nemmeno si accorge che esistete) e che non tutto quello che accade è necessariamente riferito a voi, nel bene e nel male.

E, in ultimo, convincetevi di una verità inoppugnabile: nessun fallimento altrui avrà mai il magico potere di mitigare il vostro.

Un abbraccio dal vostro affezionatissimo blogger.


La canzone della clip è: “Tenth avenue freez-out”, di Bruce Sprigsteen, tratta dal magnifico “Born to run” del 1975. Uno dei dischi più importanti della storia del rock per accompagnare la mia piccola storia.

Sono solo un viandante infelice che deve salvarsi la pelle

mercoledì, ottobre 24th, 2018

Oggi ho conosciuto una specializzanda albanese.

No, no, avete capito male. Non si sta specializzando in Italia ma a casa sua, a Tirana. In cardiologia, pare: mi sono trattenuto a stento dal raccontarle la barzelletta del portafoglio solo perché parlava un italiano un po’ incerto e mi sembrava di essere indelicato.

Oggi, semplicemente, questa ragazza giovane e carina accompagnava la zia a fare un’ecografia. Ha detto: Non ho preso le ferie estive per poter essere qui in questi giorni. Mia zia vive da sola in Italia, non ha un medico, se non vengo io smette di farsi controllare.

A un certo punto, finito l’esame, ci siamo messi a parlare della situazione medica in Italia.

Le ho detto: Abbiamo un momento difficile, qui da noi, i medici sono finiti.

Lei: In Albania invece siamo tanti.

Io: E perché non venite in Italia a lavorare?

Lei: Perché andiamo tutti in Germania.

In due frasi, direi, il punto della situazione. Un paese che non fa nessuna programmazione sanitaria e manda in vacca uno dei più efficaci sistemi sanitari al mondo; un altro che, al solito, si prende il meglio dell’immigrazione perché, semplicemente, paga il lavoro per quello che vale. Un paese che va al macero e un altro che sta preparando l’assistenza sanitaria per i futuri pensionati con sangue giovane e nuovo.

E allora, invece di rompere le palle sulle virgole in calce ai capitolati, mi piacerebbe che chi governa il motore avesse il coraggio di parlare chiaramente. Perché o non ha previsto questa situazione, e allora è un incompetente; o l’ha prevista e non ha fatto nulla per prevenirla perché dietro c’è un progetto.

E qual è il progetto? Dare tutta la sanità in mano ai privati entro cinque o sei anni al massimo? Fare a meno dei medici perché tecnici e infermieri svolgeranno le stesse mansioni a metà prezzo?

Sarebbe bello saperlo: quantomeno per decidere liberamente in quale paese straniero decideremo di passare la vecchiaia, con quei quattro soldi toccati in sorte per 38 anni di sudati contributi.


La canzone della clip è “Mercante di niente”, di Goran Kuzminac, dall’album “Nuvole straniere (2004). In questo momento, temo, nessuna canzone parla di me meglio di questa: motivo valido a far si che Goran mi manchi tanto, tantissimo.

Vivrò, vivrò aspettandoti qui finché l’amore avrà gli occhi che hai tu

lunedì, ottobre 22nd, 2018

Per ognuno di noi c’è un problema più a monte degli altri: che si tratti di amore, amicizia, lavoro, persino di tempo libero, il guaio è che ognuno di noi è convinto di avere a disposizione tutto il tempo che occorre.

Invece non è così. Guardate con attenzione il sottoscritto: cinquanta anni quasi suonati, di cui gli ultimi venticinque passati a imparare un mestiere e poi a praticarlo ogni santo giorno. Un mestiere infame, come infami d’altronde sono tutti i mestieri, che ti succhia via la vita dalle vene e ti lascia ogni sera sempre più inebetito, privato della più elementare voglia di stare al mondo, uscire di casa, vedere qualcuno. Ogni giorno una battaglia, una gara folle a chi mette la toppa meno peggiore su un buco quotidiano che cresce a dismisura mentre intorno tutti cercano di scaricare il barile sulle spalle di qualcun altro. Un mondo difficile in cui finché non crei problemi a nessuno, o riesci a evitare che i problemi raggiungano il livello essenziale di visibilità, sei un fenomeno; ma nel quale passare da fenomeno a coglione, al primo ostacolo serio, è questione di un attimo.

Il guaio è che il tempo, per tutti, sta lentamente scadendo. Sta scadendo per me, perché nella migliore delle ipotesi due terzi della vita sono andati, fumati, perduti per sempre; e sull’altro terzo, ammesso e non concesso che di un terzo intero di tratti, nessuno può garantire la stessa qualità dei primi due. Noi medici lo vediamo ogni giorno: pazienti giovani, persone che hanno la nostra stessa età, che arrivano in reparto con un mal di pancia che non passa. Qualcuno li ha visitati e non ha trovato nulla. Qualcun altro, e non sempre si tratta di un radiologo, gli ha fatto un’ecografia: e due volte su tre non ha trovato nulla. Quando transita sul lettino della nostra Tac, mentre noi a denti stretti bestemmiamo gli antenati dei colleghi incompetenti che lo mandano a prendersi una botta di raggi senza un apparente valido motivo clinico, si compie il suo destino: il mal di pancia è nient’altro che un cancro del pancreas. Grosso, cattivo, un tumore brutto che ha già infiltrato arterie e vene e dato un’infinità di metastasi al fegato. Guardi in faccia quella persona, ancora ignara di avere poco più di sei mesi di vita davanti, e ti viene da piangere. Avrà figli adolescenti? Una moglie devota? Un’amante silenziosa che sarà la prima ad avere la ferale notizia? Genitori molto anziani a cui badare, e che piangeranno la sua scomparsa come se il figlio gli fosse morto da bambino?

E quand’è che toccherà a te, invece? Come, con che modalità? Sarà in breve tempo, perché magari un male cattivo senza che tu lo sappia ti sta già divorando da dentro come una bestia cattiva, o farai in tempo a vedere i ghiacci dei poli scongelati e a bruciare vivo come in un armageddon cinematografico hollywoodiano?

Tutti validi motivi, in definitiva, per decidere che è ora di rallentare. Smettere di correre. Finirla con questa follia dell’affannarsi. Dedicare qualche secondo in più a se stessi e alle persone, che serva o meno a qualcosa: non sta scritto da nessuna parte che occorra sempre perseguire uno scopo e far fruttare i maledetti talenti, ammesso poi che uno ne abbia qualcuno a disposizione.

E magari, in tutto il silenzio che ne scaturirà, un silenzio così profondo da far paura, specie all’inizio, potrebbe nascondersi il vero senso della vita. Ammesso che un senso, di qualunque tipo, esista per davvero: nella peggiore delle ipotesi ci saremmo riappropriati del vento che soffia, del ticchettio delle lancette di un orologio, del silenzio stesso.

E non ci sarebbe andata male, in ogni caso.


La canzone della clip è “Nemmeno un momento”, di Nino Buonocore, tratto dall’album “Alti e bassi” del 2006. Continuo insomma la battaglia solitaria, perduta in partenza, di ricordare a tutti che in Italia ci sono stati e ancora ci sono musicisti straordinari ma trascurati: lui è uno di questi. Detto tra noi: fossi uno dei cantanti miracolati di “Amici”, e ascoltassi per intero  “La naturale incertezza del vivere” (album del 1992), qualche domanda me la porrei.

Questi sono i tempi in cui o tutto o niente

martedì, agosto 7th, 2018

Vi capita mai di percorrere una pezzo di strada in auto e attraversare una campagna sterminata? Oppure di essere costretti a un’escursione montana lungo sentieri asfaltati l’ultima volta parecchi anni addietro? In entrambi i casi può capitare di scorgere casali abbandonati o resti di costruzioni di altro tipo, come quelli in cui mi sono imbattuto pochi giorni fa appena prima di una malga sperduta sul monte Grappa.

Bene, non so voi ma la mia prima reazione a una costruzione abbandonata è un magone che non finisce più. Il casale abbandonato in mezzo al vigneto è stato sicuramente abitato, molti decenni prima, da un fattore e dalla sua numerosa famiglia. Tra le sue mura diroccate qualcuno ha fatto l’amore, litigato, cresciuto bambini, pranzato e cenato ogni santo giorno. Abbandonare una casa è come ammettere pubblicamente la sconfitta di un progetto, di una speranza di vita. A volte è semplicemente la ricerca di una soluzione più facile: il contadino che negli anni ’60 e ’70 lasciava perdere la fatica dei campi e si inurbava per fare l’operaio ne è l’esempio più banale.

Ecco perché quando qualcuno rileva il casale abbandonato e lo riporta a nuova vita mi si apre il cuore. Perché in quel momento non si tratta soltanto un nuovo inizio ma anche di un recupero in piena regola. I muri sono porosi, finché stanno in piedi conservano intatti gli echi degli eventi a cui hanno assistito. I muri sono custodi silenziosi di un patrimonio sentimentale destinato a esaurirsi, prima o poi. Salvo i casi miracolosi, come quello di Pompei, dove i muri maestri delle vecchie case romane cantano melodie così potenti da potersi ascoltare all’altro capo del mondo.

Altre volte, purtroppo, svuotare una casa è il solo modo per salvarla da una distruzione sicura. Dopo un terremoto, per esempio, i muri rimasti in piedi vanno puntellati: ricordo con grande tristezza e nostalgia le case lungo il corso del mio paese, dopo il terremoto del 1980, i cui muri vennero puntellati con lunghe travi di legno scuro che rimasero lì per anni interi, prima che si mettesse mano ai restauri, fino a diventare parte integrante del paesaggio urbano.

È così che vanno le cose, in anni bui. Si puntellano i muri e si aspetta il momento propizio, una stagione buona per ricostruire. Come recita la canzone dei Queen, questi non sono tempi per mezze misure: bisogna raccogliere pietre, sporcarsi le mani di terra e cemento.

Perché o è così, nella vita, o non può essere niente.


La canzone della clip è “Under pressure”, dei Queen, tratta dall’album “Hot space” (1982). La canzone ha molto a che fare, oltre che coi Queen, anche con David Bowie: vi consiglio quindi di cercare la sua storia in Rete, per certi versi è davvero illuminante.