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Cronache del virus fetente #04

domenica, marzo 29th, 2020

E quindi rieccomi.

Mi sono preso qualche giorno di tempo per ragionare sui fatti, certo, ma anche sulle mie sensazioni, sulla paura che provo in questi giorni così difficili per me stesso, le persone care e in senso generale per l’intera umanità. Sul dramma sanitario che sta accadendo, inesorabile, e che inevitabilmente segnerà i mesi e gli anni a venire.

La situazione, là fuori, peggiora: ma questo ce lo aspettavamo tutti. Restiamo in fervida attesa del picco della malattia, un picco dolorosissimo e luttuoso, dopo il quale speriamo che il contagio gradualmente si riduca. Non sappiamo però quanto tempo ci vorrà ancora, per raggiungere questo benedetto picco. Non sappiamo nemmeno se la nostra immunità sarà duratura, se ritornando alla vita comunitaria la malattia potrà riaccendersi, se correremo il rischio che il contagio ci venga riportato da fuori. In ogni caso, ce ne staremo barricati dentro le mura di casa, e in generale del paese, per un bel po’ di tempo ancora. E allora qualche riflessione viene spontanea.

La prima, più generale, riguarda il consorzio umano. Se c’è una cosa che il virus ci sta insegnando è che le frontiere esistono solo nella nostra immaginazione e che tutti quanti, qualunque sia il nostro colore di pelle o la lingua che parliamo, condividiamo lo stesso DNA e dentro siamo fatti allo stesso modo. E che la globalizzazione, mescolandoci come in un frullatore, ci ha reso ancor più simili di quanto già fossimo in precedenza: cancellando dalla faccia della terra il concetto, storicamente tanto deleterio, di razza. Quindi in questi giorni mi arrabbio molto, anzi, mi incazzo solennemente quando sento i politici parlare di popolo campano, lombardo, veneto, italiano, francese, europeo, americano, polinesiano, come se l’appartenenza a una certa comunità si fondasse su una base genetica identificabile con accuratezza. La base di qualsiasi appartenenza è culturale, unicamente culturale, ma c’è un problema serio: il virus se ne sbatte le palle delle culture locali e dei confini politici. Se dovrà ammazzare qualcuno in Israele, per esempio, non farà preferenze tra ebrei e palestinesi. Raggiungerà tutti a prescindere dal dio in cui si crede: farà fuori allo stesso modo cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani, induisti e persino, bontà loro, gli atei o gli agnostici. Raggiungerà allo stesso modo i paesi poveri e quelli ricchi, le dittature militari più feroci dell’Africa nera come i socialismi illuminati scandinavi. Perché il virus è democratico, molto più democratico degli uomini che adopera per riprodursi.

La seconda, meno evidente, è che tutti ci stiamo muovendo guidati da meccanismi psicologici noti da tempo e abitualmente applicati ad alcune gravi patologie, per esempio quelle oncologiche. Lo shock dei primissimi giorni, quando si è cominciato a morire, è stato stato presto sostituito dalla fase cosiddetta di reazione: qualcuno ha negato l’esistenza del problema, qualcun altro ha cercato di razionalizzarlo mettendosi a studiare o cercando i pareri (inevitabilmente contraddittori) degli esperti, qualcun altro ha proiettato i propri sforzi sui valori di compassione e solidarietà umana, nel tentativo di rafforzare l’identità comunitaria attaccata da un nemico esterno. In questo preciso momento la reazione empatica si è affievolita, come era ovvio che avvenisse, nessuno canta più sui balconi o applaude i sanitari che si ammalano e muoiono a grappoli nelle corsie ospedaliere. Siamo nella fase dell’elaborazione: ripensiamo al senso le nostre vite e sentiamo indebolite, fin quasi allo spegnimento, le nostre progettualità per il futuro. Adesso sorgono altri problemi, più immediati: come far mangiare i propri figli, per esempio. O come sopravvivere alla paura e alla depressione indotta dalla solitudine.

La terza, ancora meno evidente, ha una natura squisitamente filosofica: se il ‘900 è stato il secolo delle guerre, lo scontro militare non è avvenuto tra popoli ma tra ideologie, tra modelli filosofici di pensiero. Li schematizzo per praticità e, senza successo, per brevità.

a) La prima ideologia a essere sconfitta è stata il nazifascismo. Non sapremo mai se è il nazifascismo è stato sconfitto perché l’ideologia che lo sosteneva era debole o perché tra il vincere e il perdere una guerra sul campo il passo è breve; però sappiamo che il mondo civile all’epoca si era spaccato in due e che lo scontro militare tra le due fazioni era inevitabile. Tuttavia, il fiorire negli anni successivi di letteratura su universi distopici in cui a vincere la seconda guerra mondiale erano stati i nazisti e a perdere gli Alleati lascia intuire che il dubbio ci è rimasto, sotto traccia, e ancora non ci ha abbandonato.

b) Poi è stata la volta del comunismo: questa battaglia è stata più lunga e snervante, ha sfiorato più di una volta il terreno della guerra militare (nucleare, nello specifico) ma poi si è risolta sul terreno dell’economia politica, che il comunismo aveva contribuito a creare, come ideologia, un secolo e mezzo prima. Il comunismo ha perso senza appello perché a differenza dei nazifascismi, che furono sconfitti sul campo di battaglia e grazie al sangue degli uomini, è imploso sotto il peso delle leggi del mercato: non è un caso, per rifarmi all’esempio precedente, che non esistano romanzi ambientati in un futuro alternativo in cui l’Unione Sovietica ha sbaragliato le forze democratiche dell’Occidente e domina il mondo. Ed è questo il motivo per cui la stragrande maggioranza dei partiti comunisti occidentali ha cambiato pelle e nome, in preda a una specie di vergogna ideologica facilmente comprensibile, mentre i partiti nazifascisti venerano gli stessi idoli di ottanta anni prima e mutuano la medesima simbologia dell’epoca. Il comunismo si è suicidato, in preda a una sorta di depressione storica, il nazifascismo invece è stato assassinato: tra i due, come è ovvio, è chiaro dove risiedano i nostalgici e dove i pentiti.

c) A vincere la guerra finale, in apparenza, è stato il liberismo: al punto che per anni la questione è sembrata chiusa e a tutti è sembrato che il liberismo fosse il modello di società a cui, in un modo o nell’altro, e con i tempi dovuti, tutti i popoli del mondo sarebbero finalmente approdati. La rivoluzione digitale ha rinforzato le sue fondamenta, dando spinta ulteriore al miraggio della crescita economica indefinita che garantisce al liberismo la sopravvivenza e il predominio sulle altre ideologie. Poi, senza preavviso, è arrivato un virus più fetente degli altri e ha sparigliato le carte, mostrando a tutti la debolezza intrinseca del liberismo: non può esistere un sistema economico e di pensiero la cui premessa inderogabile è la crescita economica illimitata, e che abbia praticato la globalizzazione come elemento quasi religioso della propria filosofia senza però globalizzare il benessere comune di chi abita il pianeta. Il virus ha staccato le spine, troncato i fili, chiuso i rubinetti, e di fatto ci ha riportato a una specie di età della pietra, gettandoci in una crisi economica senza precedenti nella storia del mondo moderno della quale pagheranno le conseguenze maggiori non i poveri della Terra, per i quali al netto dell’ecatombe di morti cambierà poco o niente, ma i ricchi che non sarebbero stati tali senza quella enorme massa di poveri a cui sottrarre risorse per la crescita senza limiti del loro PIL.

Tutto questo sconquasso, al momento, noi non riusciamo a vederlo. Siamo concentrati sui piccoli problemi di sopravvivenza, sui pochi posti nelle terapie intensive, sulla mancanza di ventilatori, sulla gestione delle emergenze, sui morti che non sappiamo dove cremare e seppellire, e sulle catene di comando che stanno funzionando da schifo perché non erano immaginate per emergenze del genere, in cui le responsabilità non vanno accentrate ma distribuite equamente. Siamo preoccupati di perdere le comodità su cui abbiamo riposato negli ultimi settanta anni, certi di tendere al miglioramento lento ma perenne della nostra condizione anche quando tutto sembrava suggerire che invece stessimo perdendo terreno, e senza aver compreso che la rivoluzione digitale, invece di rincoglionire i nostri figli, ci stava offrendo una nuova modalità di interazione, un nuovo e rivoluzionario modello di consorzio umano.

Adesso, in questa fase convulsa di elaborazione, la nostra immaginazione febbrile è colpita piuttosto dall’uomo solo in piazza San Pietro, vestito di bianco, che sotto la pioggia prega un dio della cui esistenza non abbiamo alcuna certezza, rivelando per intero le nostre debolezze di esseri umani in viaggio su un pezzo di roccia dentro un immenso universo sconosciuto e per lo più ostile. Ci colpisce l’enorme prezzo di vite dei sanitari di una sanità pubblica fino a ieri vessata in mille modi proprio a causa dei principi fondanti del liberismo, cioè la riduzione delle spese e l’aumento degli utili. Ci colpisce l’essere messi di fronte all’evidenza schiacciante che l’uomo non domina questo pianeta, non è padrone di un cazzo di nulla, nemmeno della propria vita, e che conduce la propria esistenza come dentro un formicaio impazzito.

Ci sfugge in buona sostanza il messaggio semplice ed essenziale che ci sta recapitando il virus: l’offerta di un cambiamento radicale dei nostri destini di esseri umani, che come ogni cambiamento radicale non potrà non avere un prezzo altissimo in termini di vite umane e benessere personale. Alla fine, potrei scommetterci quello che volete, come è successo altre migliaia di volte in passato, l’epidemia si esaurirà all’improvviso, senza alcuna relazione con i nostri sforzi di prevenzione e cura. Finirà come l’influenza spagnola del 1918-19, da un giorno all’altro, tra la sorpresa di tutti, perché il virus muterà in una forma più benigna o per motivi che non conosceremo mai fino in fondo. Torneremo per le strade increduli, timorosi, ricolmi di sollievo, e riceveremo la nostra grande occasione di ricominciare. In quel momento ci serviranno non solo gli imprenditori, quelli bravi a far soldi e a rimettere in moto il sistema economico, ma gli intellettuali, i filosofi soprattutto, per immaginare nuovi modelli di organizzazione del consorzio umano. Potrebbe trattarsi dell’inizio di un nuovo Rinascimento, di un’epoca che rimarrebbe nella storia come il vero punto di svolta dell’umanità.

Quindi non è escluso, e questa è la mia speranza di cinico pentito e inguaribile ottimista, che questa volta sapremo approfittare di questa crisi e, dopo che il tempo avrà sanato le ferite profonde inferte dal virus, guardarci indietro e ripensare a questo periodo terribile persino con una sorta di gratitudine che al momento, ve lo giuro, appare davvero impensabile.

Cronache del virus fetente #3

lunedì, marzo 23rd, 2020

Sul sito dell’RSNA è disponibile, tra gli altri, un bel documento a firma Mamhud Mossa-Basha e un’altra lunga serie di collaboratori che prende in considerazione la preparedness dei reparti di Radiologia durante questa stramaledetta pandemia da Covid-19: sarebbe a dire, con una traduzione che in qualche modo snatura la potenza naturale del termine inglese, la preparazione, la predisposizione operativa, la capacità di intervento del reparto stesso a fronte dell’emergenza in atto.

In questi due mesi di emergenza abbiamo imparato molto: per esempio, che l’apporto diagnostico della TC al problema Covid è meno importante di quanto si fosse creduto all’inizio. Di conseguenza l’attenzione di tutti, in ambito radiologico, si è spostata verso la preparedness delle Radiologie. Perché? Perché un reparto di Radiologia, in piena crisi pandemica, oltre a garantire il massimo supporto ai Pazienti Covid deve continuare a svolgere la sua naturale funzione di servizio anche in mezzo a una crisi senza precedenti recenti.

I punti chiave dell’articolo mi sembrano i seguenti:

  1. Individuazione precoce dei casi sospetti (e limitazione del rischio di contagio per operatori sanitari, dipendenti ospedalieri e altri pazienti). Oltre allo screening della temperatura corporea, che secondo me dovrebbe essere applicata all’ingresso di tutti gli ospedali nazionali, gli sportelli della Radiologia devono fungere da barriera iniziale e deviare i pazienti sospetti verso le apposite strutture approntate presso il Pronto Soccorso. Chiaramente, gli esami radiologici nei pazienti sospetti andrebbero richiesti solo nel caso di reale urgenza. Allo stesso modo, andrebbero sospese e rimandate tutte le richieste di prestazioni non urgenti per pazienti ricoverati con Covid sospetto o confermato (in realtà, per fortuna, e sebbene con un certo ritardo, almeno in Italia sono state rimandate quasi tutte le indagini ambulatoriali non urgenti).
  2. Tampone o TC? A differenza di quanto era stato detto nelle fasi iniziali della epidemia, il tampone (RT-PCR) ha una sensibilità stimata del 95-97%. Questo è un dato importante perché riduce l’importanza della TC, che invece ha una sensibilità dell’80-90%, ai soli casi in cui una valutazione panoramica dei polmoni può impattare sulla gestione clinica dei pazienti (eventualità peraltro non frequente, perché se il paziente peggiora, l’imaging di certo non modifica le scelte terapeutiche) o nel caso in cui sopraggiungano patologie urgenti/emergenti non correlate al Covid. In ogni caso, quando è possibile gli esami vanno eseguiti al letto del Paziente. Se è davvero necessario trasportare il paziente in Radiologia, bisogna condurlo per la via più breve e meno trafficata da operatori e pazienti di altra natura. I più fortunati hanno sale radiografiche e TC dedicate; gli altri devono comunque arrangiarsi come possono con la sanificazione successiva degli ambienti.
  3. Imaging nei pazienti Covid+ o clinicamente sospetti o asintomatici con tampone positivo. Nel caso non sia possibile differire la prestazione di imaging l’attenzione principale va dedicata alla diffusione tramite droplet, anche se in genere questi pazienti arrivano in Radiologia dotati di mascherina; inoltre, elemento da non trascurare, in Radiologia non vengono solitamente sottoposti a procedure che generano aerosol e per le quali siano necessarie protezioni aggiuntive. Dopo l’esame è necessario un tempo variabile tra 30’ e 1 h per le procedure di decontaminazione e il ricambio d’aria passivo (il paziente ha la mascherina, dunque in teoria non sono necessarie altre procedure di ricambio d’aria).
  4. Protezione dello staff: c’è un solo modo di attuare questo punto, oltre a quello di rifornire il reparto dei DPI, ed è quello di portare il meno possibile i pazienti in ospedale.
  5. Mantenimento del (residuo) flusso di lavoro in Radiologia. Inutile dirlo, i radiologi in questo momento stanno andando con il freno a mano tirato. C’è nei reparti quest’aria di tetra attesa di una catastrofe che potrebbe arrivare da un momento all’altro, ma sta di fatto che al momento si lavora (molto) meno che nei periodi di non emergenza. Detto questo, gli Autori suggeriscono di ridurre il numero di medici radiologi che lavorano in sede: gli assenti per isolamento in teoria potrebbero svolgere una parte del lavoro da casa, se supportati dalla strumentazione adatta e dai colleghi rimasti in reparto. La questione però si pone in evidente contrasto con le polemiche italiane sulla telegestione radiologica, e andrebbe valutata e normata in tempi brevi proprio in relazione allo stato di emergenza. Tutti gli altri invece dovrebbero lavorare in stanza singole per evitare promiscuità pericolose. Le riunioni o i meeting andrebbero annullati, o in caso di non differibilità eseguiti in videoconferenza.

In ogni caso, sono certo che occorrerà molto tempo per elaborare tutti i dati raccolti in queste lunghissime settimane. Molti di questi dati non sono meramente cinico-radiologici ma anche logistici, e ci costringeranno a riflettere sui fondamentali che hanno sempre costituito la base del nostro lavoro.

Una cosa è certa: a fine crisi, per ripensare a un modello sostenibile di sanità, serviranno più i filosofi dei tecnici.

Cronache del virus fetente #2

giovedì, marzo 19th, 2020

L’immagine per adesso più iconica dell’emergenza sanitaria è quella lunga, interminabile fila di camion dell’esercito, carichi di bare, lungo le strade deserte di Bergamo.

Siamo tutti colpiti dalla pandemia, è vero, ma alcuni luoghi lo sono più di altri. Bergamo e la sua provincia, per adesso, stanno pagando il conto più caro. La camera mortuaria del cimitero è piena. La chiesa di Ognissanti, all’interno del cimitero monumentale, è piena. I morti sono così tanti che i forni crematori, anche se lavorano giorno e notte, non riescono a gestire tutte queste salme.

Ecco, i camion dell’esercito servono appunto a trasportare le salme verso i forni crematori che le regioni limitrofe hanno messo a disposizione. Così, in questo scenario irreale di desolazione, di guerra, in questa cattedrale del dolore che è diventata la città di Bergamo, questa lunga fila di camion diventa una specie di lungo filo che ricuce pezzi d’Italia diventati negli anni troppo distanti tra loro: convinti come siamo stati che i confini tra stati e regioni siano reali e che ognuno deve prima badare a se stesso e poi, se avanza qualcosa, agli altri.

La morte, quella più terribile, ci sta insegnando che invece dipendiamo gli uni dagli altri, che siamo cellule di uno stesso organismo. La condivisione delle salme delle persone care, insomma, sta dicendo ai bergamaschi che non sono soli in questo inferno. E sta insegnando a chi accoglie quelle salme che i sentimenti più nobili per un essere umano sono la pietà e la compassione.

L’epidemia potrà metterci in ginocchio, forse. Ma non potrà impedire, un giorno non più tanto lontano, che tutti torniamo ad abbracciarci. Con più consapevolezza di prima, forse: e la morte di è mancato in queste circostanze così tragiche assumerà un senso più grande di quello che adesso, affranti dal dolore, riusciamo a immaginare.


P.S. Lo so che in tanti dicono che basta cantare dai balconi, che non c’è niente da festeggiare, che in questo momento bisogna mantenere un dignitoso cordoglio. Io invece sono convinto che i nostri morti non vorrebbero vederci in preda alla disperazione ma reattivi, allegri, combattivi, pronti a resistere. In una sola parola: vivi. Per cui continuate a festeggiare dai balconi, cantate, celebrate l’esistenza di chi adesso non c’è più con la forza della vostra allegria. Delle lacrime, sono certo, chi è mancato non sa cosa farsene.

Cronache del virus fetente #1

martedì, marzo 17th, 2020

Leggo ormai ovunque l’incipit delle recriminazioni, anche e giustificatamente di matrice medica, che accompagneranno la fine della crisi: non siamo eroi e non vogliamo essere chiamati tali, facciamo il nostro lavoro esattamente come lo facevamo prima, il buonismo delle persone spaventate che prima ci vessavano e ora ci applaudono alle ore 12 di ogni giorno, quelle stesse fino a ieri pronte a denunciare ogni nostro presunto errore o a distruggerci le ambulanze nel caso malaugurato di un lieve ritardo o a menarci, letteralmente, nei corridoi del Pronto Soccorso, disturba le nostre notti; e le lodi pubbliche dei politici che prima hanno spolpato la sanità pubblica e poi contribuito a delegittimare la classe medica ci fanno schifo, senza contare poi il fatidico ritardo di 10 anni per un rinnovo del contratto collettivo nazionale che ha portato nelle tasche dei medici pochi spiccioli al mese e molta umiliazione, e insomma tutto quel buonismo se lo possono infilare là ove non batte il sole.

Va bene, va bene tutto: a me basta rileggere i post di qualche mese fa per ricordarmi quanto fossi allineato ai miei colleghi che si lamentano di come sono stati trattati e di come, anche adesso, nel bel mezzo della crisi sanitaria più enorme dell’ultimo secolo, continuano a pagare un prezzo umano elevatissimo, materiale e morale. Ma adesso proprio non ci riesco, non riesco ad allinearmi anche oggi.

Oggi voglio pensare che tutto questo dolore servirà a qualcosa, che le persone comprenderanno la schizofrenia emotiva nella quale hanno condotto gli ultimi decenni della loro esistenza. Voglio pensare che tutti capiremo che i soldi al momento giusto non ci salvano la vita, che abbiamo un bisogno fottuto gli uni degli altri, che le frontiere esistono solo nella nostra immaginazione malata e che persino un virus di merda se ne fa un baffo, se gli viene l’uzzolo, figuratevi gli esseri umani. Voglio pensare che passata la bufera nessuno si dimentichi di quando applaudiva i medici e i sanitari ospedalieri, a mezzogiorno in punto come le campane della chiesa di quartiere, o di quando si cantava insieme dai balconi vicini, con nessun pubblico in strada ad applaudire o a scuotere la testa con disappunto, o di quando i condomini più giovani si offrivano di portare la spesa agli anziani chiusi in casa, lasciandogli le borse sulla soglia. Per una volta ancora, io che con gli anni sono diventato il re dei cinici, voglio illudermi che questa disgrazia contenga in sé un seme di rigenerazione, di speranza nell’essere umano, una scintilla di comprensione della sacralità delle nostre miserabili vite.

In attesa di quel momento dolcissimo in cui l’umanità cambierà direzione, uno dei pochi pensieri che la notte mi aiuta ad addormentarmi, io non faccio altro che resistere: non tanto alla fatica e allo stress, quanto alla mancanza di rapporti fisici con le persone. Perché è così: soffro a non poter stringere la mano di un collaboratore instancabile, soffro a non poter abbracciare l’ultima collega arrivata che mi aiuta nel drenaggio di un ascesso retroperitoneale con gli occhi che brillano di entusiasmo, soffro a non poter dire a tutti i miei collaboratori riuniti insieme, tecnici, infermieri, oss, segretarie (che stanno pagando il prezzo peggiore dell’epidemia), quanto io sia grato loro per quello che fanno ogni giorno, ogni-santo-giorno di questo tremendo periodo.

Ma gliel’ho già detto: quando tutto sarà finito, e avremo fatto la conta dei danni, festeggeremo insieme fino all’alba. Voglio che nessuno guidi al ritorno: meglio affittare un pullman per tornarcene, finalmente tranquilli, a casa.

Seduti uno accanto all’altro.

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La foto, non so se apocrifa, gira su internet da qualche giorno e racconta la storia di un medico dell’ospedale di Wuhan (o un infermiere, o un oss, poco importa) che di ritorno da una TC fatta all’anziano 85enne si ferma con lui a guardare il tramonto dopo un mese e mezzo di isolamento. Ripeto, non so se la foto sia relativa a quella storia né se quella storia sia vera. So però che mi fa piacere pensarlo, e quindi la condivido con voi.

Che ora è, ah? Che ora è?

venerdì, gennaio 24th, 2020

Non so voi, ma io il casino che sta venendo fuori dopo l’intervista al dottor Alberto Oliveti, presidente ENPAM, me lo sto godendo tutto, in pieno.

Per chi non conosca i particolari, ricordo che dall’intervista e dai successi approfondimenti  emerge che Oliveti, cumulando la bellezza di 5 incarichi, percepisce uno stipendio lordo di circa  658.000 € all’anno. Messo alle strette, il Nostro dichiara in una intervista (quotidianosanità.it del 21/‘1/2020) che “Il compenso del Presidente dell’ENPAM è collegato alle responsabilità, alle competenze e ai rischi cui è sottoposto”.

Ignaro che, come si usa dire dalle mie parti, quando si è maldestri xe pèso el tacòn del buso (cioè, è peggio la toppa rispetto allo strappo che si intendeva rammendare), Oliveti con la sua brillante replica ha esacerbato ulteriormente gli animi dei medici italiani e non solo di quelli: in buona sostanza, il Nostro ha appena affermato pubblicamente che le responsabilità, le competenze e i rischi a cui è sottoposto un primario ospedaliero, che guida i reparti e gestisce sul campo la salute delle persone, sono oltre 6 volte inferiori a quelle del Grande Dirigente Amministrativo ENPAM. E oltre 10 volte superiori a quelle del medico neoassunto che, incidentalmente, si smazza weekend e notti di guardia, turni di reperibilità e tutto l’armamentario da parco giochi che fa parte della moderna medicina ospedaliera.

Sul blog, nel passato, dell’ENPAM ho parlato in diverse circostanze: per esempio qui, narrando di come l’ENPAM fosse finita con le pezze al culo per colpa di investimenti sconsiderati e qui, per raccontare di come il predecessore di Oliveti avesse pensato di sanare i buchi del bilancio dell’ente nientepopodimeno che chiedendo l’elemosina del 5×1000 ai medici italiani.

In ogni caso, il mio punto di vista sull’argomento è sempre stato quello di un commerciante siciliano costretto a pagare il pizzo per esercitare la sua professione: il mio rapporto con l’Ordine dei Medici si è sempre e soltanto ridotto alla gabella annuale che mi tocca pagare per l’iscrizione all’Ordine stesso e per i contributi previdenziali dei quali, potessi scegliere, farei volentieri a meno.

Ecco la frase magica: potessi scegliere.

Luigi Einaudi, in tempi non sospetti, scriveva: “Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”.

Adesso, in questo paese finché le cose vanno lisce nessuno fiata, o quasi. Ma in un periodo brutto come questo, in cui stiamo assistendo al crollo verticale della sanità pubblica e alla fuga dei medici dal pubblico a privato come topi che abbandonano la nave prima che si inabissi, voi capite che la cifra di cui stiamo parlando, la quale rappresenta lo stipendio annuo di un medico che al momento ha ben altre cose di cui occuparsi che fare il medico a tempo pieno, suona non solo stonato: suona offensivo.

E non è neanche questione del “povero” Oliveti, che in fin dei conti ha solo ereditato un sistema, un metodo, un ente che i medici ospedalieri hanno storicamente sempre schifato e che pertanto è rimasto saldamente nelle mani degli unici interlocutori con abbastanza tempo a disposizione per occuparsene, cioè i medici di medicina generale. La questione è più profonda e ha a che fare con la crisi epocale della sanità italiana, rispetto alla quale ci sono due possibilità interpretative:

a) come al solito la politica sta sottovalutando il problema, per poi ritrovarsi con la mina sul punto di esplodere sotto il culo, oppure;

b) forse non si tratta di incauta sottovalutazione ma di un progetto ben preciso di smantellamento del sistema che, a ben vedere, sta rispettando alla grande il cronoprogramma.

In tutti i casi, la vedo parecchio brutta. Non mi piace l’esasperazione delle persone che fino al giorno prima stringevano i denti e tiravano la carretta. Non mi piacciono i toni isterici di chi si incazza, pubblicamente o privatamente, e non pensa a quello che dice. Non mi piacciono le dichiarazioni irresponsabili a reti unificate. Non tollero i gesti dimostrativi o estremi, per lo più fatti a favore di telecamere. Non mi piace niente di tutto questo: sappiamo che è già successo, circa un secolo fa, e sappiamo anche come è andata a finire.

Quanto a Oliveti, beh, è arrivato anche il suo momento e quello dell’intera ENPAM. Come disse Abramo Lincoln nel suo discorso pubblico a Clinton, nel 1858: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”.

Perché alla fine, prima o poi, anche gli animi più miti finiscono per rompersi i maroni.


La canzone della clip è: “Che ora è?”, di Edoardo Bennato, dall’album “Io che non sono l’imperatore (1975). Bei tempi per la musica italiana, quelli, tempi in cui il trap era così lontano da non poterlo nemmeno immaginare.