Archive for the ‘Adynata’ Category

E a volte è anche bello trattarsi un po’ male, dormire di schiena per poi farsi abbracciare

martedì, gennaio 14th, 2020

Tempo fa Marco Van Basten, parlando con Arrigo Sacchi del Milan fantascientifico dei bei tempi andati, gli disse: Solo adesso che sono allenatore mi rendo conto di quanti problemi ti ho creato.
E Sacchi rispose, asciutto: Non preoccupartene troppo. Sapessi invece quanti me ne hai risolti.

Ecco, se dovessi fare un augurio a un medico neospecialista, e in giro ce ne sono tanti, è proprio questo: avere lo stesso dialogo, un giorno più o meno lontano, con il loro primario. Perché non averlo mai, quel dialogo, vorrebbe significare due sole cose: o non essere mai arrivati da nessuna parte o esserci arrivati e aver comunque fallito, in pieno.


La canzone della clip è “Per due come noi”, di Brunori Sas, tratto dall’album “Cip”! (2020). Più sotto, una foto memorabile dei due eroi milanisti: perché se i problemi li risolvi, e non li crei soltanto come fanno la stragrande maggioranza dei cretini privi di talento, poi alla fine anche l’allenatore finisce per volerti bene.

I poeti sono un’invenzione come la razza

martedì, dicembre 17th, 2019

Voi avete mai pianto per la morte di un personaggio famoso? E se si, quale? E perché? Cosa vi ha spinto a provare così tanto dolore  per un uomo o una donna che nemmeno conoscevate personalmente, ma solo attraverso le pagine di un libro o lo schermo televisivo?

Vi dirò quali sono i miei tre: uno del sud, uno del nord e uno del centro Italia. Rispettivamente, in un certo senso, un fratello, un padre e un nonno.

Ho pianto quando morì, nel 1994, Massimo Troisi. Decise di andarsene, in una specie di suicidio cinematografico annunciato perché le riprese de “Il Postino” erano state talmente faticose che il suo cuore malato non resse alla fatica, un paio di settimane prima della mia laurea. Piansi perché Massimo, per i campani della mia età, era stato una specie di fratello maggiore: aveva portato alla ribalta i disagi di una intera generazione, e al tempo stesso una voglia di riscatto che da allora mi è penetrata nelle vene senza più abbandonarmi. Le scene di “Ricomincio da tre” in cui al protagonista, Gaetano, viene chiesto più e più volte se è un emigrante, mentre lui cerca maldestramente di spiegare che un meridionale può essere in viaggio anche per altri motivi, testimoniano al tempo stesso la vergogna e la voglia di cambiamento di noi campani, schiacciati da una storia crudele e da troppo tempo incapaci di immaginarne una alternativa. Massimo mi piaceva perché sapeva far ridere le persone senza mai cadere nel banale o nello sguaiato: immaginate quanto potessi ammirarlo, io che all’epoca avevo il terrore di raccontare anche solo una banale una barzelletta.

Poi ho pianto quando morì, nel 2003, Giorgio Gaber. Gaber per me è stato come un padre: da quando il mio amico Carlo mi fece conoscere gli album dei suoi spettacoli dal vivo, per anni interi non feci che ascoltarli: sapevo a memoria tutte le parole delle canzoni, ogni singolo passaggio degli sketch. Se oggi, nel bene o nel male, ho un qualche tipo di struttura morale alla base del mio sistema di pensiero, è a lui che lo devo. Ricordo l’ultima volta che lo vidi dal vivo, al teatro Toniolo di Mestre, nel 1999. Era invecchiato, così magro che la giacca gli stava larga come su uno spaventapasseri. Portava avanti lo spettacolo senza grande voglia, si vedeva da lontano, forse costretto da bisogni economici: quando si chiuse il sipario mi venne voglia di andare ad abbracciarlo forte come avrei fatto, appunto, con un vecchio padre. Mi si spezzava il cuore ad aver capito che da lì a poco se ne sarebbe andato, proprio lui che sulla terza di copertina di “Anche per oggi non si vola”, a 35 anni, con la camicia aperta sul petto e lo sguardo ispirato, mi sembrava bello come un dio, e si che bello Gaber proprio non era. Dal palco illuminato, giovane e in piena salute, emanava tutta quell’energia che a me sarebbe piaciuto possedere almeno una volta nella vita: il respiro rotto dalla rabbia, mentre cantava “Io se fossi Dio”, è la prova di un coraggio indomito che gli invidierò finché campo, e che probabilmente non sarò mai in grado di eguagliare.

In ultimo, piansi quando nel 2007 se ne andò Enzo Biagi. Non so bene come definirlo: aveva la faccia e il portamento di un maestro di scuola elementare o di un impiegato del catasto, e invece era stato uno dei più onesti e capaci giornalisti della nostra storia. A guardarlo te lo saresti immaginato in un bar di Lizzano a giocare a briscola con i coetanei, come tuo nonno, bestemmiando in bolognese e bevendo lambrusco, e invece aveva girato il mondo in lungo e in largo e i personaggi della Storia li aveva conosciuti tutti, uno per uno, individuandone le fragilità con un cinismo dolente che secondo me scaturiva non dalla presunzione ma dal disincanto di chi nella vita ne ha viste troppe, e ha capito che in questa vita non esiste alcuna possibilità di redenzione. Mentirei se omettessi che il ritmo della mia scrittura è stata largamente ispirato dalla sua: ma lui era capace di pennellate incredibilmente rapide, in due frasi riusciva a ricreare una situazione, un carattere, come io non saprò mai fare nemmeno se dovessi campare cent’anni. Ai tempi della lista di proscrizione del Berlusca fu tristissimo vederlo messo da parte, intuirlo sofferente e frustrato per l’impossibilità di esprimersi negli spazi e nei tempi che erano sempre stati suoi. Ma anche in quella situazione disperata fu capace di insegnare qualcosa: la drittezza morale, l’incapacità di scendere a compromessi, l’onestà intellettuale che mancava, e purtroppo ancora manca, alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi.


La canzone della clip è “Le gattine”, di Massaroni Pianoforti, che apre l’album “Rolling Pop” (2019). Ragazzi, è un album fantastico: lo dovete ascoltare tutto, c’è dentro qualcosa di Battisti, al solito, ma anche di Fossati, e comunque, e soprattutto, di Massaroni.

Sembra che per qualcuno niente sia mai abbastanza buono

lunedì, novembre 18th, 2019

Esiste un libro che parla di metafisica dei ponti?

Forse si, come d’altronde per qualsiasi argomento, e sicuramente ne scaturisce una metafisica prevedibile e banale. Il ponte unisce due sponde più o meno lontane, lo sappiamo tutti. Permette agli abitanti delle due sponde di incontrarsi, beffando con grande eleganza il confine fisico più naturale che esista. Il ponte è metafora non solo di avvicinamento tra due sponde lontane ma anche di superamento di quel confine. Non a caso il primo tratto dei ponti ad arco, quelli delle fiabe, in genere è in salita: perché oltrepassare un limite vero costa sempre fatica e sacrificio.

Ma il ponte è una struttura intrinsecamente fragile. Le piramidi egizie sono in piedi da (almeno) cinquemila anni, i ponti romani invece sono quasi tutti crollati. D’altronde far crollare un ponte è facile, basta minarne i pilastri portanti: è quello che si fa in guerra, di norma, quando ci si ritira. E non a caso il primo bersaglio dei bombardamenti aerei è il ponte, perché bisogna isolare gli avversari e impedire che ricevano rinforzi e rifornimenti.

Distruggere un ponte è facile, quindi. Costruirlo no: ci vuole l’intuizione, il progetto; e poi il genio pontieri, un ingegnere o un architetto, un gruppo di muratori capaci. Ci vuol tempo, a fare un ponte; e ce ne vuole pochissimo quando si tratta di distruggerlo, talmente poco che non basta a ragionare sulle conseguenze, spesso estreme, di quel gesto. Ci si accorge solo dopo di essere rimasti isolati su una sponda, magari quella sbagliata. Che era bello poterlo percorrere avanti e indietro, a proprio piacimento, andare a comprare il pane oltre fiume, in quel panificio fantastico, o attaccare lucchetti alle ringhiere come nei film di Moccia.

Non è vero che ognuno di noi ha costruito ponti nella vita: in tanti sono capaci solo a buttarli giù, i ponti. Lo scoppio degli ordigni eccitano queste persone, la vista delle macerie fumanti le esaltano. L’unico godimento che riescono a provare è nella distruzione, nell’annichilimento. Vedere le persone isolate, sull’altra riva, o senza timone tra i flutti impetuosi del fiume li manda in brodo di giuggiole: specialmente se su quella riva si sono sentiti inadeguati. E pazienza se cambiare riva non migliorerà la loro percezione di se stessi, e finiranno per sentirsi comunque inadeguati: l’essere umano è quello che è, e da Freud in poi ci hanno provato in tanti a far luce su connessioni neuronali che secondo me resteranno per sempre un gran mistero.

È stato proprio parlando di ponti crollati che un’amica, anche lei in qualche modo grande ammiratrice di Freud, mi ha mostrato un punto di vista differente sulla questione: puoi guardare il ponte crollato e pensare che la fatica per costruirlo è stata inutile e che nessuno ci transiterà più sopra, oppure puoi pensare che grazie a quel ponte poche o molte persone sono passate oltre il fiume, sull’altra riva, e lì a loro volta hanno costruito il loro ponticello.

Oppure sono diventati loro stessi un ponte: ma questa aspirazione, come direbbe la mia amica, ha più a che fare con un disturbo narcisistico della personalità. Meglio limitarsi a passare i mattoni, come diceva un altro, caro amico del mio recente passato.


La canzone della clip è “Circle”, di Eddie Brickell and New Bohemianas, tratta dall’album “Shooting rubberbands at the stars” del 1988. Un giorno di luglio del 1989, mentre studiavo patologia generale e non sognavo altro che di tornarmene a casa per il mese di agosto senza esami da preparare, dalla casa di fronte venne fuori la musica di questa canzone. Il vicino di casa la suonò spessissimo in tutti i giorni a seguire, fino a quello dell’esame: e per me, che venivo fuori da un periodo difficile ma sentivo che le cose si stavano finalmente mettendo meglio, fu una musica foriera di buona fortuna. In seguito ascoltai tutto l’album, che mi piacque molto: “Circle” da allora rimane in un posto speciale del mio cuore.

C’era una volta il west

martedì, febbraio 19th, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

Al funerale di Akira Kurosawa, nel 1998, ognuna delle migliaia di persone presenti condusse con sé 1200 yen, il prezzo di un biglietto del cinema: lo scopo era restituire al grande regista, simbolicamente, i soldi spesi per l’emozione indimenticabile di aver visto uno dei suoi film.

A me basteranno i 43 euro del ticket, grazie.


La musica consigliata per la lettura del piccolo post è il tema di “C’era una volta in west”, di Ennio Morricone. Sergio Leone, per questo film, ebbe i suoi problemi con l’erede degli antichi samurai: perse la causa per plagio e dovette pagare al regista giapponese parte dei ricavi del film.

Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo

lunedì, febbraio 18th, 2019

Ho assistito, in occasione di un corso della Fondazione SSP, a un suggestivo intervento di Luciano Ziarelli, teorico italiano dell’intelligenza emotiva, sul tema della leadership. Ziarelli ha usato come imperituro esempio di leadership Ernest Shackleton, esploratore britannico di inizio secolo scorso, che nel tentativo di attraversare a piedi per primo il continente antartico finì per perdere la nave, la leggendaria  Endurance, schiacciata dal ghiaccio del pack, rimase per quasi due anni in mezzo al nulla più gelato che possa esistere e alla fine riuscì a riportare a casa i suoi uomini, tutti e 28, quando ormai il mondo intero li dava per morti e sepolti.

Non importa conoscere i particolari della vicenda (chi è interessato può godersi, cliccando qui, la puntata di Quark dedicata a Shackleton e alla missione dell’Endurance): il succo della questione è che l’impavido esploratore, a detta di Ziarelli e di tutti coloro che ne hanno fatto a ragione il simbolo mondiale della leadership, riuscì a tenere unita una squadra di uomini ormai condannati alla morte peggiore che mente umana possa concepire e a condurli a una salvezza del tutto insperata, attraverso pericoli straordinari e in un territorio inospitale come potete immaginare l’Antartide nella stagione invernale, quando la temperatura può scendere, ma scendere è un termine riduttivo, fino a 70° sotto zero.

Ziarelli è un fantastico affabulatore: ha parlato per tre ore incantandoci tutti con uno spettacolo che avrebbe potuto tranquillamente portare in un teatro. Eppure, mentre narrava la storia dell’Endurance, sentivo che qualcosa non mi tornava. All’inizio avevo pensato che il punto fosse la fortuna, l’incredibile e sfacciata fortuna di un uomo coraggioso a cui tutto andava liscio: per esempio, quando con altri quattro uomini si era deciso a partire dallo scoglio sul quale erano approdati e percorrere la bellezza di 1600 chilometri lungo un tratto di mare battuto da venti a 200 chilometri orari e con onde alte fino a 40 metri, e il tutto su una semplice scialuppa di legno (peraltro, avesse atteso ancora qualche ora non sarebbe potuto partire: la mattina dopo il ghiaccio avrebbe invaso il mare dell’isolotto, e addio prendere il largo in scialuppa). O quando, approdato in Georgia del Sud allo scopo di convincere i pescatori locali a recuperare i suoi compagni di viaggio con una baleniera, era riuscito in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati: impresa mai riuscita a nessuno prima di lui.

Ma no, il punto non era quello. Shackleton in effetti merita per intero la sua fama perché nessun genere di fortuna assiste l’uomo privo di iniziativa, e lui aveva coraggio da vendere e risorse mentali praticamente illimitate che in qualche modo doveva aver trasmesso ai suoi uomini. Il punto, mi sembra, è il seguente: Ziarelli, nella sua affascinante narrazione, rende l’idea di un gruppo coeso fino all’inverosimile in cui nessuno ha mai un cenno di dissenso, una nota di sfiducia nelle virtù del capo. Di una squadra così fedele al suo capitano da non mettere mai in discussione, appunto, la sua leggendaria capacità di leadership.

E invece il film per la televisione, in cui il personaggio di Shackleton è interpretato da un Kenneth Branagh incredibilmente convincente e somigliante all’esploratore, mostra proprio quello che non mi tornava. I suoi uomini avevano mostrato eccome, segni di malcontento e sfiducia nel loro leader. Quando Shackleton diede l’ordine di uccidere i 70 cani da slitta, gesto doloroso ma compassionevole perché in alternativa le povere bestie sarebbero andate incontro a una morte molto più terribile, gli diedero alle spalle dello stronzo privo di pietà. Quando chiese al fotografo di scegliere solo un centinaio di lastre fotografiche, e di sacrificare le altre perché non avrebbero potuto trasportarle sul pack, l’altro rispose sprezzante che in buona sostanza si erano persi chissà dove e senza nemmeno sapere in che modo: altro che riconoscimento della leadership, quello era incazzato nero e aveva la fiducia nel suo capo spedizione letteralmente sotto i piedi.

Questo è solo per dire che si fa presto, troppo presto a dire leadership. Che per governare un gruppo di persone ci vuole, come per tutto il resto, grande capacità ma anche una fortuna sfacciata: la maggiore delle quali riguarda proprio gli uomini che ti toccano in sorte per la spedizione. Perché, e questo secondo me è il vero punto chiave dell’intera vicenda, sapete qual era il testo dell’inserzione di giornale con la quale Shackleton aveva reclutato i 28 uomini della spedizione? Il seguente: “Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”.

Eccolo il vero segreto del successo impossibile di Shackleton, altro che chiacchiere: i suoi erano uomini senza paura, e così motivati da avere il coraggio di rispondere a un’inserzione di quel genere. Perché nella vita reale è quello l’elemento chiave: il coraggio, che a sua volta determina la capacità di abnegazione e di sacrificio, che a loro volta determinano l’endurance, la perseveranza, la resistenza. Cioè la possibilità di tornare a casa, vivi.

Il resto, e sono sicuro che anche Shackleton ne fosse fieramente convinto, sono tutte balle.


La canzone della clip è “Shackleton”, tratto dall’album “Gommalacca” (1998), in cui Franco Battiato narra da par suo le avventure del grande esploratore.