Cronache del virus fetente #04

E quindi rieccomi.

Mi sono preso qualche giorno di tempo per ragionare sui fatti, certo, ma anche sulle mie sensazioni, sulla paura che provo in questi giorni così difficili per me stesso, le persone care e in senso generale per l’intera umanità. Sul dramma sanitario che sta accadendo, inesorabile, e che inevitabilmente segnerà i mesi e gli anni a venire.

La situazione, là fuori, peggiora: ma questo ce lo aspettavamo tutti. Restiamo in fervida attesa del picco della malattia, un picco dolorosissimo e luttuoso, dopo il quale speriamo che il contagio gradualmente si riduca. Non sappiamo però quanto tempo ci vorrà ancora, per raggiungere questo benedetto picco. Non sappiamo nemmeno se la nostra immunità sarà duratura, se ritornando alla vita comunitaria la malattia potrà riaccendersi, se correremo il rischio che il contagio ci venga riportato da fuori. In ogni caso, ce ne staremo barricati dentro le mura di casa, e in generale del paese, per un bel po’ di tempo ancora. E allora qualche riflessione viene spontanea.

La prima, più generale, riguarda il consorzio umano. Se c’è una cosa che il virus ci sta insegnando è che le frontiere esistono solo nella nostra immaginazione e che tutti quanti, qualunque sia il nostro colore di pelle o la lingua che parliamo, condividiamo lo stesso DNA e dentro siamo fatti allo stesso modo. E che la globalizzazione, mescolandoci come in un frullatore, ci ha reso ancor più simili di quanto già fossimo in precedenza: cancellando dalla faccia della terra il concetto, storicamente tanto deleterio, di razza. Quindi in questi giorni mi arrabbio molto, anzi, mi incazzo solennemente quando sento i politici parlare di popolo campano, lombardo, veneto, italiano, francese, europeo, americano, polinesiano, come se l’appartenenza a una certa comunità si fondasse su una base genetica identificabile con accuratezza. La base di qualsiasi appartenenza è culturale, unicamente culturale, ma c’è un problema serio: il virus se ne sbatte le palle delle culture locali e dei confini politici. Se dovrà ammazzare qualcuno in Israele, per esempio, non farà preferenze tra ebrei e palestinesi. Raggiungerà tutti a prescindere dal dio in cui si crede: farà fuori allo stesso modo cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani, induisti e persino, bontà loro, gli atei o gli agnostici. Raggiungerà allo stesso modo i paesi poveri e quelli ricchi, le dittature militari più feroci dell’Africa nera come i socialismi illuminati scandinavi. Perché il virus è democratico, molto più democratico degli uomini che adopera per riprodursi.

La seconda, meno evidente, è che tutti ci stiamo muovendo guidati da meccanismi psicologici noti da tempo e abitualmente applicati ad alcune gravi patologie, per esempio quelle oncologiche. Lo shock dei primissimi giorni, quando si è cominciato a morire, è stato stato presto sostituito dalla fase cosiddetta di reazione: qualcuno ha negato l’esistenza del problema, qualcun altro ha cercato di razionalizzarlo mettendosi a studiare o cercando i pareri (inevitabilmente contraddittori) degli esperti, qualcun altro ha proiettato i propri sforzi sui valori di compassione e solidarietà umana, nel tentativo di rafforzare l’identità comunitaria attaccata da un nemico esterno. In questo preciso momento la reazione empatica si è affievolita, come era ovvio che avvenisse, nessuno canta più sui balconi o applaude i sanitari che si ammalano e muoiono a grappoli nelle corsie ospedaliere. Siamo nella fase dell’elaborazione: ripensiamo al senso le nostre vite e sentiamo indebolite, fin quasi allo spegnimento, le nostre progettualità per il futuro. Adesso sorgono altri problemi, più immediati: come far mangiare i propri figli, per esempio. O come sopravvivere alla paura e alla depressione indotta dalla solitudine.

La terza, ancora meno evidente, ha una natura squisitamente filosofica: se il ‘900 è stato il secolo delle guerre, lo scontro militare non è avvenuto tra popoli ma tra ideologie, tra modelli filosofici di pensiero. Li schematizzo per praticità e, senza successo, per brevità.

a) La prima ideologia a essere sconfitta è stata il nazifascismo. Non sapremo mai se è il nazifascismo è stato sconfitto perché l’ideologia che lo sosteneva era debole o perché tra il vincere e il perdere una guerra sul campo il passo è breve; però sappiamo che il mondo civile all’epoca si era spaccato in due e che lo scontro militare tra le due fazioni era inevitabile. Tuttavia, il fiorire negli anni successivi di letteratura su universi distopici in cui a vincere la seconda guerra mondiale erano stati i nazisti e a perdere gli Alleati lascia intuire che il dubbio ci è rimasto, sotto traccia, e ancora non ci ha abbandonato.

b) Poi è stata la volta del comunismo: questa battaglia è stata più lunga e snervante, ha sfiorato più di una volta il terreno della guerra militare (nucleare, nello specifico) ma poi si è risolta sul terreno dell’economia politica, che il comunismo aveva contribuito a creare, come ideologia, un secolo e mezzo prima. Il comunismo ha perso senza appello perché a differenza dei nazifascismi, che furono sconfitti sul campo di battaglia e grazie al sangue degli uomini, è imploso sotto il peso delle leggi del mercato: non è un caso, per rifarmi all’esempio precedente, che non esistano romanzi ambientati in un futuro alternativo in cui l’Unione Sovietica ha sbaragliato le forze democratiche dell’Occidente e domina il mondo. Ed è questo il motivo per cui la stragrande maggioranza dei partiti comunisti occidentali ha cambiato pelle e nome, in preda a una specie di vergogna ideologica facilmente comprensibile, mentre i partiti nazifascisti venerano gli stessi idoli di ottanta anni prima e mutuano la medesima simbologia dell’epoca. Il comunismo si è suicidato, in preda a una sorta di depressione storica, il nazifascismo invece è stato assassinato: tra i due, come è ovvio, è chiaro dove risiedano i nostalgici e dove i pentiti.

c) A vincere la guerra finale, in apparenza, è stato il liberismo: al punto che per anni la questione è sembrata chiusa e a tutti è sembrato che il liberismo fosse il modello di società a cui, in un modo o nell’altro, e con i tempi dovuti, tutti i popoli del mondo sarebbero finalmente approdati. La rivoluzione digitale ha rinforzato le sue fondamenta, dando spinta ulteriore al miraggio della crescita economica indefinita che garantisce al liberismo la sopravvivenza e il predominio sulle altre ideologie. Poi, senza preavviso, è arrivato un virus più fetente degli altri e ha sparigliato le carte, mostrando a tutti la debolezza intrinseca del liberismo: non può esistere un sistema economico e di pensiero la cui premessa inderogabile è la crescita economica illimitata, e che abbia praticato la globalizzazione come elemento quasi religioso della propria filosofia senza però globalizzare il benessere comune di chi abita il pianeta. Il virus ha staccato le spine, troncato i fili, chiuso i rubinetti, e di fatto ci ha riportato a una specie di età della pietra, gettandoci in una crisi economica senza precedenti nella storia del mondo moderno della quale pagheranno le conseguenze maggiori non i poveri della Terra, per i quali al netto dell’ecatombe di morti cambierà poco o niente, ma i ricchi che non sarebbero stati tali senza quella enorme massa di poveri a cui sottrarre risorse per la crescita senza limiti del loro PIL.

Tutto questo sconquasso, al momento, noi non riusciamo a vederlo. Siamo concentrati sui piccoli problemi di sopravvivenza, sui pochi posti nelle terapie intensive, sulla mancanza di ventilatori, sulla gestione delle emergenze, sui morti che non sappiamo dove cremare e seppellire, e sulle catene di comando che stanno funzionando da schifo perché non erano immaginate per emergenze del genere, in cui le responsabilità non vanno accentrate ma distribuite equamente. Siamo preoccupati di perdere le comodità su cui abbiamo riposato negli ultimi settanta anni, certi di tendere al miglioramento lento ma perenne della nostra condizione anche quando tutto sembrava suggerire che invece stessimo perdendo terreno, e senza aver compreso che la rivoluzione digitale, invece di rincoglionire i nostri figli, ci stava offrendo una nuova modalità di interazione, un nuovo e rivoluzionario modello di consorzio umano.

Adesso, in questa fase convulsa di elaborazione, la nostra immaginazione febbrile è colpita piuttosto dall’uomo solo in piazza San Pietro, vestito di bianco, che sotto la pioggia prega un dio della cui esistenza non abbiamo alcuna certezza, rivelando per intero le nostre debolezze di esseri umani in viaggio su un pezzo di roccia dentro un immenso universo sconosciuto e per lo più ostile. Ci colpisce l’enorme prezzo di vite dei sanitari di una sanità pubblica fino a ieri vessata in mille modi proprio a causa dei principi fondanti del liberismo, cioè la riduzione delle spese e l’aumento degli utili. Ci colpisce l’essere messi di fronte all’evidenza schiacciante che l’uomo non domina questo pianeta, non è padrone di un cazzo di nulla, nemmeno della propria vita, e che conduce la propria esistenza come dentro un formicaio impazzito.

Ci sfugge in buona sostanza il messaggio semplice ed essenziale che ci sta recapitando il virus: l’offerta di un cambiamento radicale dei nostri destini di esseri umani, che come ogni cambiamento radicale non potrà non avere un prezzo altissimo in termini di vite umane e benessere personale. Alla fine, potrei scommetterci quello che volete, come è successo altre migliaia di volte in passato, l’epidemia si esaurirà all’improvviso, senza alcuna relazione con i nostri sforzi di prevenzione e cura. Finirà come l’influenza spagnola del 1918-19, da un giorno all’altro, tra la sorpresa di tutti, perché il virus muterà in una forma più benigna o per motivi che non conosceremo mai fino in fondo. Torneremo per le strade increduli, timorosi, ricolmi di sollievo, e riceveremo la nostra grande occasione di ricominciare. In quel momento ci serviranno non solo gli imprenditori, quelli bravi a far soldi e a rimettere in moto il sistema economico, ma gli intellettuali, i filosofi soprattutto, per immaginare nuovi modelli di organizzazione del consorzio umano. Potrebbe trattarsi dell’inizio di un nuovo Rinascimento, di un’epoca che rimarrebbe nella storia come il vero punto di svolta dell’umanità.

Quindi non è escluso, e questa è la mia speranza di cinico pentito e inguaribile ottimista, che questa volta sapremo approfittare di questa crisi e, dopo che il tempo avrà sanato le ferite profonde inferte dal virus, guardarci indietro e ripensare a questo periodo terribile persino con una sorta di gratitudine che al momento, ve lo giuro, appare davvero impensabile.

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