Cronache del virus fetente #2

L’immagine per adesso più iconica dell’emergenza sanitaria è quella lunga, interminabile fila di camion dell’esercito, carichi di bare, lungo le strade deserte di Bergamo.

Siamo tutti colpiti dalla pandemia, è vero, ma alcuni luoghi lo sono più di altri. Bergamo e la sua provincia, per adesso, stanno pagando il conto più caro. La camera mortuaria del cimitero è piena. La chiesa di Ognissanti, all’interno del cimitero monumentale, è piena. I morti sono così tanti che i forni crematori, anche se lavorano giorno e notte, non riescono a gestire tutte queste salme.

Ecco, i camion dell’esercito servono appunto a trasportare le salme verso i forni crematori che le regioni limitrofe hanno messo a disposizione. Così, in questo scenario irreale di desolazione, di guerra, in questa cattedrale del dolore che è diventata la città di Bergamo, questa lunga fila di camion diventa una specie di lungo filo che ricuce pezzi d’Italia diventati negli anni troppo distanti tra loro: convinti come siamo stati che i confini tra stati e regioni siano reali e che ognuno deve prima badare a se stesso e poi, se avanza qualcosa, agli altri.

La morte, quella più terribile, ci sta insegnando che invece dipendiamo gli uni dagli altri, che siamo cellule di uno stesso organismo. La condivisione delle salme delle persone care, insomma, sta dicendo ai bergamaschi che non sono soli in questo inferno. E sta insegnando a chi accoglie quelle salme che i sentimenti più nobili per un essere umano sono la pietà e la compassione.

L’epidemia potrà metterci in ginocchio, forse. Ma non potrà impedire, un giorno non più tanto lontano, che tutti torniamo ad abbracciarci. Con più consapevolezza di prima, forse: e la morte di è mancato in queste circostanze così tragiche assumerà un senso più grande di quello che adesso, affranti dal dolore, riusciamo a immaginare.


P.S. Lo so che in tanti dicono che basta cantare dai balconi, che non c’è niente da festeggiare, che in questo momento bisogna mantenere un dignitoso cordoglio. Io invece sono convinto che i nostri morti non vorrebbero vederci in preda alla disperazione ma reattivi, allegri, combattivi, pronti a resistere. In una sola parola: vivi. Per cui continuate a festeggiare dai balconi, cantate, celebrate l’esistenza di chi adesso non c’è più con la forza della vostra allegria. Delle lacrime, sono certo, chi è mancato non sa cosa farsene.

2 Responses to “Cronache del virus fetente #2”

  1. luste50 ha detto:

    Beato te che hai certezze persino su cosa pensano i morti.

  2. Gaddo ha detto:

    Certo che trovare il tempo per iscriversi alla mailing list del blog, cambiare la password, riloggarsi e commentare in modo laconicamente polemico l’unica frase del post scritta al solo scopo di indurre un minimo di ottimismo e speranza nel prossimo, beh, devo dire che è davvero notevole.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.