Cronache del virus fetente #3

Sul sito dell’RSNA è disponibile, tra gli altri, un bel documento a firma Mamhud Mossa-Basha e un’altra lunga serie di collaboratori che prende in considerazione la preparedness dei reparti di Radiologia durante questa stramaledetta pandemia da Covid-19: sarebbe a dire, con una traduzione che in qualche modo snatura la potenza naturale del termine inglese, la preparazione, la predisposizione operativa, la capacità di intervento del reparto stesso a fronte dell’emergenza in atto.

In questi due mesi di emergenza abbiamo imparato molto: per esempio, che l’apporto diagnostico della TC al problema Covid è meno importante di quanto si fosse creduto all’inizio. Di conseguenza l’attenzione di tutti, in ambito radiologico, si è spostata verso la preparedness delle Radiologie. Perché? Perché un reparto di Radiologia, in piena crisi pandemica, oltre a garantire il massimo supporto ai Pazienti Covid deve continuare a svolgere la sua naturale funzione di servizio anche in mezzo a una crisi senza precedenti recenti.

I punti chiave dell’articolo mi sembrano i seguenti:

  1. Individuazione precoce dei casi sospetti (e limitazione del rischio di contagio per operatori sanitari, dipendenti ospedalieri e altri pazienti). Oltre allo screening della temperatura corporea, che secondo me dovrebbe essere applicata all’ingresso di tutti gli ospedali nazionali, gli sportelli della Radiologia devono fungere da barriera iniziale e deviare i pazienti sospetti verso le apposite strutture approntate presso il Pronto Soccorso. Chiaramente, gli esami radiologici nei pazienti sospetti andrebbero richiesti solo nel caso di reale urgenza. Allo stesso modo, andrebbero sospese e rimandate tutte le richieste di prestazioni non urgenti per pazienti ricoverati con Covid sospetto o confermato (in realtà, per fortuna, e sebbene con un certo ritardo, almeno in Italia sono state rimandate quasi tutte le indagini ambulatoriali non urgenti).
  2. Tampone o TC? A differenza di quanto era stato detto nelle fasi iniziali della epidemia, il tampone (RT-PCR) ha una sensibilità stimata del 95-97%. Questo è un dato importante perché riduce l’importanza della TC, che invece ha una sensibilità dell’80-90%, ai soli casi in cui una valutazione panoramica dei polmoni può impattare sulla gestione clinica dei pazienti (eventualità peraltro non frequente, perché se il paziente peggiora, l’imaging di certo non modifica le scelte terapeutiche) o nel caso in cui sopraggiungano patologie urgenti/emergenti non correlate al Covid. In ogni caso, quando è possibile gli esami vanno eseguiti al letto del Paziente. Se è davvero necessario trasportare il paziente in Radiologia, bisogna condurlo per la via più breve e meno trafficata da operatori e pazienti di altra natura. I più fortunati hanno sale radiografiche e TC dedicate; gli altri devono comunque arrangiarsi come possono con la sanificazione successiva degli ambienti.
  3. Imaging nei pazienti Covid+ o clinicamente sospetti o asintomatici con tampone positivo. Nel caso non sia possibile differire la prestazione di imaging l’attenzione principale va dedicata alla diffusione tramite droplet, anche se in genere questi pazienti arrivano in Radiologia dotati di mascherina; inoltre, elemento da non trascurare, in Radiologia non vengono solitamente sottoposti a procedure che generano aerosol e per le quali siano necessarie protezioni aggiuntive. Dopo l’esame è necessario un tempo variabile tra 30’ e 1 h per le procedure di decontaminazione e il ricambio d’aria passivo (il paziente ha la mascherina, dunque in teoria non sono necessarie altre procedure di ricambio d’aria).
  4. Protezione dello staff: c’è un solo modo di attuare questo punto, oltre a quello di rifornire il reparto dei DPI, ed è quello di portare il meno possibile i pazienti in ospedale.
  5. Mantenimento del (residuo) flusso di lavoro in Radiologia. Inutile dirlo, i radiologi in questo momento stanno andando con il freno a mano tirato. C’è nei reparti quest’aria di tetra attesa di una catastrofe che potrebbe arrivare da un momento all’altro, ma sta di fatto che al momento si lavora (molto) meno che nei periodi di non emergenza. Detto questo, gli Autori suggeriscono di ridurre il numero di medici radiologi che lavorano in sede: gli assenti per isolamento in teoria potrebbero svolgere una parte del lavoro da casa, se supportati dalla strumentazione adatta e dai colleghi rimasti in reparto. La questione però si pone in evidente contrasto con le polemiche italiane sulla telegestione radiologica, e andrebbe valutata e normata in tempi brevi proprio in relazione allo stato di emergenza. Tutti gli altri invece dovrebbero lavorare in stanza singole per evitare promiscuità pericolose. Le riunioni o i meeting andrebbero annullati, o in caso di non differibilità eseguiti in videoconferenza.

In ogni caso, sono certo che occorrerà molto tempo per elaborare tutti i dati raccolti in queste lunghissime settimane. Molti di questi dati non sono meramente cinico-radiologici ma anche logistici, e ci costringeranno a riflettere sui fondamentali che hanno sempre costituito la base del nostro lavoro.

Una cosa è certa: a fine crisi, per ripensare a un modello sostenibile di sanità, serviranno più i filosofi dei tecnici.

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