È la morte, è la morte! È la vita, è la vita!

Gli All Blacks sono i giocatori della squadra di rugby a 15 della Nuova Zelanda. Li conoscerete sicuramente per la casacca nera e per la Haka, la danza māori che eseguono prima di ogni gara: una sfida rituale, al suono del ngunguru, il terremoto, che i giocatori lanciano agli avversari. Con la Haka i rugbisti neozelandesi sono certi di evocare i tīpuna, gli antenati, e condurli con loro nel campo di gioco. Ma al tempo stesso, ne siamo tutti sicuri, è un modo per intimidire gli avversari, per dare l’idea che sul campo di battaglia lotteranno come leoni, uniti come un sol uomo, all’ultimo sangue. L’Haka, più di ogni altra cosa, fa degli All Blacks un gruppo dotato di un’identità culturale che trascende il gioco stesso del rugby. Gli avversari reagiscono alla danza rituale in modi diversi (ignorando gli All Blacks, sfidandoli, deridendoli), ma il dato di fatto è che ne subiscono per intero il timore reverenziale. E spesso, a vedere le loro facce, la partita l’hanno già persa quando la Haka raggiunge il suo climax. Ma c’è una cosa che non sapete, degli All Blacks.

A fine partita, che la squadra abbia vinto o perso, c’è la Whare: un altro rito maori durante il quale tutti hanno l’occasione di parlare relativamente alla partita appena finita, raccontare la propria versione dei fatti e cosa essa abbia che fare con la storia personale. A fine della Whare accade, sempre, una cosa incredibile: due giocatori, non importa se anziani o meno, se di caratura internazionale o gli ultimi arrivati in squadra, prendono straccio e scopa e ripuliscono lo spogliatoio. Lo fanno loro perché nessuno deve prendersi cura degli All Blacks se non gli All Blacks stessi. Diceva di questo rituale Andrew Mehrtens, mediano di apertura, secondo miglior realizzatore di sempre nella storia degli All Blacks: “Ti insegna a non aspettarti le cose pronte. Non è previsto che qualcun altro faccia il lavoro al posto tuo. Se nella vita segui una disciplina personale, sarai più disciplinato in campo. Nessuno desidera un gruppo di singole individualità. Magari non ti farà vincere tutte le volte, ma nel lungo periodo avrai sicuramente una squadra migliore”.

Insomma, la questione è duplice e si allaccia strettamente, e non intuitivamente, al Grande Perché di Buckminster Fuller, il noto architetto e intellettuale statunitense del secolo scorso. Il quale, in un momento di profonda depressione personale, si pose la domanda fondamentale: “Qual è il mio compito su questo pianeta? Cosa deve essere fatto, di cui io devo sapere qualcosa, che probabilmente non accadrà a meno che io non me ne assuma la responsabilità?”

Porsi questa domanda vuol dire aspirare al māna: termine maori che indica prestigio personale, il riconoscimento pubblico del proprio carisma. Gli All Blacks traducono questa domanda enorme in una affermazione molto semplice, che trasuda l’umiltà necessaria ad affrontare sfide grandiose: “Pulisci gli spogliatoi. Non sentirti mai troppo grande per fare cose piccole”. Perché pulire gli spogliatoi, appunto, è una cosa che deve essere fatta; e, al pari delle attività più prestigiose, nel modo migliore. A partire da questa disponibilità a occuparsi anche delle attività più umili, ogni singolo giocatore è invitato a contribuire alla risoluzione dei problemi con le proprie soluzioni. Risolvere i problemi insieme alla propria squadra, secondo la filosofia degli All Blacks, conduce a un vantaggio strategico sostanziale: la coesione culturale. I giocatori della nazionale di rugby non vengono scelti sulla base delle sole capacità, il che è incredibile in un mondo ipercompetitivo come il nostro, ma sulla base del carattere. Solo in questo modo sarà possibile che tutti giochino a favore di una causa più grande: che nel loro caso è, letteralmente, lasciare la maglia in un posto migliore da dove ogni giocatore l’ha raccolta. Gli avversari degli All Blacks, in definitiva, probabilmente non temono la Haka in sé ma la coesione culturale che si cela dietro il rituale della danza.

Noialtri invece, poveri allenatori di squadre di provincia del campionato italiano della sanità pubblica, non possiamo scegliere i nostri collaboratori: ti càpitano e basta, se pure prima o poi ne arriva qualcuno. Quando, in un passato ormai non più recentissimo, mi sentivo dire che dovevo coccolarli affinché non andassero via, mi veniva sempre in mentre l’altro mantra, molto prosaico, degli All Blacks: “Niente teste di cazzo”. Nella squadra, intendono loro.

Allora forse ai neospecialisti dovremmo far pulire i gabinetti dei reparti, prima di assumerli, e vedere come se la cavano. Oppure, più seriamente, rivedere in modo sostanziale il ruolo del Direttore: perché se a un collaboratore non puoi offrire soldi e possibilità di carriera, l’unica è sperare che quando le vostre strade si incrociano lui o lei si siano già fatti la famosa Domanda di Buckminster Fuller. E che abbia risposto allo stesso modo in cui hai risposto tu, tanti anni prima, quando è stato il tuo momento: Intanto adesso pulisco gli spogliatoi, poi vediamo.

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