E non ho voglia delle tue tempeste, ma non ho voglia neanche della mia

di | 2 Agosto 2016

Il mondo, in relazione al sapone per le mani in confezioni con dispenser, si divide in due categorie: quelli che lo comprano e lo usano così com’è (in purezza, diciamo, come il vino) e quelli che invece lo allungano con acqua.

Sono due categorie di pensiero differenti, non c’è che dire. I primi dicono: spendo i miei soldi soldi per il sapone, ho le mani sporche e quando le lavo preferisco fare tanta schiuma e lavarle bene. Sono quelli che si fidano della marca acquistata, premono il dispenser, magari con parsimoniosa accortezza, e si godono pienamente la piccola noce di sapone che ne fuoriesce. Non stanno tanto a pensarci su: quando la confezione si sarà esaurita ne compreranno un’altra, e intanto si sarà contribuito a far girare l’economia. Con le mani pulite. I secondi pensano invece che il mondo voglia fotterli a ogni costo e che l’azienda produttrice di sapone abbia messo in commercio un sapone estremamente concentrato, che finisce in un attimo e per giunta produce più schiuma di quella che serve. I secondi sono quelli che si credono furbi: svitano il tappo, aggiungono acqua e poi riavvitano il dispenser.

Siccome ognuno di noi, come Pirandello già ci suggeriva quasi cento anni fa, vive avvoltolato nelle sue fissazioni, sia i primi che i secondi credono di essere nel giusto e non mettono in discussione il loro comportamento. Così oggi faccio anche io, cioè analizzo la situazione dal mio punto di vista: che, premetto, vale quanto quello di chiunque altro e funge solo da scusa per la metafora finale.

Il mio punto di vista è il seguente: se aggiungi acqua alla confezione di sapone, invece che un singolo colpo di dispenser dovrai darne almeno quattro o cinque, perché altrimenti non fuoriesce abbastanza sapone ma solo acqua sporca. Alla fine avrai centrato il duplice obiettivo di restare con le mani sporche e di finire il sapone ancor prima che se tu lo avessi usato come la casa costruttrice consiglia, cioè puro e non annacquato. Oppure bisognerebbe ricordare ogni volta di agitare la confezione di sapone annacquato, perché tra un uso e l’altro per forza di gravità il sapone si deposita sul fondo e l’acqua sale in superficie (o il contrario, lascio agli appassionati di fisica la questione): ma vuoi mettere lo sbattimento, e tutto per avere un sapone moscio che comunque non fa abbastanza schiuma e non ti terge a dovere le mani sporche?

Insomma, il mio consiglio è di non annacquare il sapone ma di usarlo così com’è e finché dura: peggio ancora se sta finendo e noi pretendiamo di allungare la sua vita oltre il dovuto. Tanto poi se ne compra un altro e si ricomincia daccapo. Oppure, con altre parole: è vero che quando il sole è tramontato nessuna candela può sostituirlo (lo sostiene George RR Martin, scrittore statunitense di fantascienza), ma è anche vero che basta avere un po’ di pazienza e prima o poi sorgerà un altro sole nelle vostre vite. Magari anche più caldo del primo.


La canzone della clip è “Dove ti vengo a prendere”, di Marco Iacampo, tratto dall’album che porta il suo nome (2010). Ho scoperto Marco solo poche sere fa: ero sulle mura di Treviso a mangiare e far baldoria con amici e sul palco dove la sera prima si era esibito Fabio Concato e la sera dopo avrebbero cantato nientepopodimeno che Zibba e Fabrizio Moro (perduti entrambi, accidenti, ma almeno per un’altra serata di gloriosa alcolicità tra improbabili amici) si stava esibendo proprio lui. Dopo qualche canzone ascoltata distrattamente ho pensato: Minchia, ma questo chi è? Mi sono avvicinato al palco per sentire meglio e, credetemi, ‘sto ragazzo è davvero bravo. Spotify ha fatto il resto ed eccomi qui, su pubblica piazza, a promuoverne l’opera.