Giurare il falso incrociando le dita, però salvarsela la vita


Il ritorno a un congresso in presenza ha portato anche la possibilità di scambiarsi pareri, sensazioni, esperienze. Tra queste, la sensazione forte, fortissima, che i medici italiani percepiscano un’aria di sbaraccamento, di imminente trasloco, di fine corsa.

Forse non ve ne siete ancora resi conto, ma gli ospedali pubblici si stanno spopolando rapidamente, con progressione logaritmica. Chi rimane è sempre più provato e i pochi che arrivano hanno un atteggiamento che gli altri, più vecchi, faticano a comprendere. Sentir parlare di soldi come elemento chiave della propria vita professionale, da parte di un neospecialista di trenta e rotti anni, è l’inequivocabile segno dei tempi. Chi ha la mia età ricorda perfettamente il sentimento di gratitudine provato nell’essere stati assunti in ospedale e la soddisfazione di uno stipendio decoroso. Nessuno intendeva sottrarsi alle proprie mansioni: si stava tanto in ospedale, giorno e notte, e intanto si imparava un mestiere. L’idea di rifugiarsi nel privato, nella parte d’Italia in cui lavoravo, era inaudita: e infatti i centri privati erano pochissimi.

E c’era orgoglio, anche, un grande orgoglio di appartenenza: al reparto, ai colleghi, alla ULSS dove si lavorava. Ognuno di noi portava con sé l’eredità di colleghi scomparsi nelle nebbie del tempo, ricordati solo per racconti mitizzati dei tecnici più anziani, di vecchi referti stilati a mano che si materializzavano quasi per caso in cassetti impolverati, o in libri non più aperti da anni. Insieme a quell’eredità, immancabilmente, anche il desiderio di emulazione, di essere all’altezza del passato: unito alla certezza che con il tempo, se l’impegno profuso fosse stato sufficiente, il lavoro sarebbe stato premiato. Per quanto incredibile sia, ci sono stati tempi in cui nessuno avrebbe mai pensato che accorpare i primariati potesse essere una buona idea, e quindi puntare su una crescita professionale era possibile e lecito.

Insomma, non so se si è capito, ma il tempo utile per evitare che la barca affondi è finito. Non mettere le mani adesso su una riforma urgente della sanità pubblica vuol dire accettare l’idea che debba implodere, e farlo in tempi brevi. Oppure implica un progetto politico che viene colpevolmente taciuto: e, sinceramente, non so quale delle due opzioni sia la peggiore.


La canzone della clip è “Come salvarsi la vita”, di Roberto Vecchioni, tratta dall”album “Montecristo” (1979). Perché certe volte, come mi sembra di intuire dal tono della canzone stessa, l’unico modo per salvarsi la vita è volersela salvare a ogni costo.

Tutto questo è un gioco da ragazzi

L’anno scorso, di questi tempi, ragionavo tristemente sulle curve dei contagi e dei ricoveri ospedalieri da covid che si impennavano dopo tre mesi di relativa tranquillità estiva. Invitavo tutti alla prudenza e nel mentre mi beccavo, tra le altre offese, dell’infame di regime (sic). All’epoca ipotizzavo anche, molto ingenuamente, che la curva del negazionismo avrebbe avuto un decorso inverso rispetto a quella dei contagi, e invece mi sbagliavo: le due curve sono cresciute in modo sincrono, fornendo agli specialisti del settore materiale per anni di studi antropologici e psico-patologici. E lasciandomi perplesso, incredibilmente perplesso sulla capacità che qualcuno ha sviluppato di immaginare, in un mondo come il nostro che a tutti i livelli è popolato da indicibili cialtroni, un complotto trasversale che necessiterebbe di un’organizzazione perfetta, capillare, coordinata in tutte le sue parti. Ma questo è un altro discorso: a un certo punto, quando tutte le profezie catastrofiste saranno smentite dai fatti, come peraltro accade regolarmente, e sarà finalmente chiaro che il livello del possibile complotto è molto più elementare di quanto si immagini, non so cosa potrà accadere. Forse un suicidio di massa: se lo scopo del complotto era spopolare il pianeta, pensate all’ironia bruciante di una società che si spopola da sola, in preda a un delirio autodistruttivo mediato dall’evidenza che viviamo in un mondo in cui persino poste italiane fatica a consegnare in tempo utile un pacco. Figuriamoci quindi la fatica di organizzare un complotto su scala planetaria, che peraltro non si sa bene quale fine occulto dovrebbe raggiungere.

Ma veniamo a noi: oggi è un giorno veramente speciale. Dopo quasi due anni di reclusione, di webinar terrificanti in cui hanno parlato tutti, ma veramente tutti, e spesso senza avere idea dell’argomento di cui discettavano, di progetti a breve scadenza sistematicamente frustrati dall’evidenza che la situazione epidemiologica non migliorava, siamo ripartiti con i corsi radiologici in presenza a Rovereto. Ho ritrovato i colleghi del gruppo, che ormai dopo quasi dieci anni di lavori sono diventati amici. Ho ritrovato Rovereto, dove mi sento a casa, e il solito albergo, nel quale dormo bene come in nessun altro posto del mondo. Ma soprattutto ho ritrovato i corsisti, il loro desiderio di imparare, di approfondire, di confrontarsi sul lavoro quotidiano. Quando abbiamo aperto i lavori, vi giuro, ero più emozionato del giorno in cui si tenne la prima edizione (e vi sto parlando del lontano, ormai lontanissimo 2012): per cui ho preferito non perdere tempo in discorsi futili e ho chiesto ad Andrea, il co-organizzatore, di fare una foto con l’uditorio.

Ho chiesto: Mi alzate tutti le braccia?

Gli sventurati corsisti mi hanno dato retta e il risultato è quello che immaginate: una foto di speranza, di occhi che sorridono, colma della migliore volontà di ricominciare a vivere, trasudante entusiasmo e desiderio di normalità. Perché io non lo so se esista o meno, lo stramaledetto complotto mondiale su cui in tanti hanno fondato le proprie fortune economiche e di visibilità personale, ma di una cosa sono certo: le cose, tutte le cose del mondo, dopo qualsiasi emergenza tornano normali in poco tempo. Non è un animale così tanto elastico, l’homo sapiens. E non è facile tenerlo in gabbia.

Le uniche cose che non torneranno normali, lo avete già capito da soli, saranno i costi delle bollette energetiche, dei carburanti, del riscaldamento, delle autostrade. Forse il vero complotto era questo: se volete la vecchia, rassicurante crescita economica dovete imparare ad apprezzarla e pagarla a caro prezzo. Nel mondo dell’iperliberismo nulla può essere gratuito: dal vaccino alla corrente elettrica che usate per caricare il vostro smartphone. Insomma: l’unica lezione che avremmo dovuto imparare dalla pandemia mondiale, quella della solidarietà, della condivisione e della compassione, l’abbiamo irrimediabilmente persa. Ma questo è un altro discorso, e lo faremo un’altra volta.


La canzone della clip è “I’ll be your friends”, di Joshua Radin, tratta dall’album “The ghost and the wall” (2021).

Una bottiglia di bianco, una bottiglia di rosso o forse è meglio una bottiglia di rosè?


Le settimane di fine settembre sono quelle in cui, storicamente, le strade statali delle zone in cui lavoro sono intasate dai trattori. Il trattore, da solo, è una maledizione. L’accoppiata trattore-camion è evocatrice di bestemmie che nemmeno i diavolacci dell’inferno più nero. La combo trattore-guidatore imbranato-camion è letale, e induce pensieri di morte (per i conducenti della combo) e suicidio (per te che guidi in coda, a due allora, dopo una giornata di lavoro).

Mi arriva in ecografia un giovane uomo. Ha mal di schiena: io, per abitudine, gli chiedo: Che lavoro fa?

Agricoltore, dice lui.

Fa sforzi pesanti?

Prevalentemente lavoro alla scrivania, risponde. Ma spesso sono sul trattore.

Il trattore? Niente da fare. Mi si gonfia all’istante la vena, non riesco a resistere e parto con la mia solita filippica: ma perché state in strada (domanda stupida), ma perché andate a venti all’ora (domanda stupidissima), ma non esistono strade di campagna alternative (questa è il colmo, me ne rendo conto, se esistessero strade alternative i contadini le preferirebbero di certo alle statali trafficate). Lui resiste alla carica e sorride.

Dice: Dai, mancano pochi giorni, poi la vendemmia finisce e ci togliamo dalle strade.

Dico: La vendemmia?

E certo, fa lui, sempre sorridendo. Adesso che lo sa, quando ci incontra per strada invece di arrabbiarsi pensi che stiamo trasportando l’uva che le permetterà di bere vino con i suoi amici.

E così finisce la partita: agricoltore 1 – radiologo 0. Palla al centro e lezione del giorno: riflettere, e riflettere tanto, prima di aprire la bocca.


La canzone della clip è “scenes from Italian restaurant”, di Billy Joel, dal fantastico LP “The stranger” (1973). Lo dovete ascoltare tutto, per favore.

Cronache del virus fetente #30

Questo è il fulgido esempio (uno dei tanti, in realtà) di come la maggior parte della stampa nostrana si sia mossa dall’inizio dell’emergenza: con lo scopo di disinformare, confondere le acque, dividere, spaccare. In ultima analisi, forse, e più tristemente, con l’obiettivo del titolone da finto scoop per vendere una copia in più del quotidiano.

Notizie come questa deflagrano come mine antiuomo un un campo già pieno di cadaveri. Quale informazione vorrebbero veicolare? Che la no-vax morta per covid se l’è andata a cercare e quindi le sta bene? Oppure serve a fare il paio con i 12 addetti della centrale del 118 di Palermo, tutti positivi e in isolamento nonostante fossero vaccinati? In entrambi i casi la notizia è lanciata come un sasso contro una finestra, senza alcun interesse per le conseguenze dei cocci di vetro che finiscono nella stanza. Vedi che il vaccino serve a salvare la vita? Vedi che non serve a niente e ti contagi lo stesso? E così la confusione aumenta, rendendo la vita facile a chi sul divide et impera si è costruito una fortuna.

E allora c’è una sola cosa da ricordare, anzi due. La prima è che nelle emergenze sanitarie contano solo l’andamento generale, i grandi numeri, la statistica intesa come scienza matematica. I singoli casi, fatto salvo il carico di sofferenza che li accompagna, non hanno alcuna rilevanza statistica, non significano niente, non forniscono nessuna informazione attendibile su cosa sta accadendo.

La seconda è che bisogna diffidare di chi deforma la verità per i propri scopi, qualunque sia la parte per la quale tiene. E, più di tutti, diffidare di chi per mestiere dovrebbe fornire notizie e invece finisce solo per generare confusione, panico, spaccature.

Che cosa sognano le fidanzate quando baciano?

Ieri sera, al Seat Music Awards, per festeggiare i 40 anni passati dal Sanremo in cui si era esibita proprio con quella canzone, Loretta Goggi ha cantato “Maledetta primavera”.

Quando mi sono accorto che quella donna di straordinario talento stava cantando in playback ho pensato: Che peccato. Perché qualsiasi versione live, anche la più sgangherata, sarebbe andata meglio del playback e avrebbe reso a questa artista incredibile l’onore che merita. Ma poi la gente dell’Arena si è messa a cantare in coro con lei, lei si è commossa e, santo cielo, ho pensato prima di cambiare canale, si tratta pur sempre di una donna di 71 anni che ha smesso di cantare da tempo, e chi se ne frega se torna sul palco solo per un playback. Lei, che ai suoi tempi era una showgirl capace di far tutto come nessun’altra: cantare, ballare, recitare, imitare.

Stamattina scopro invece che il popolo dei social non l’ha presa bene. Vi risparmio il coro di offese, che si è sovrapposto a quello più benevolo dell’Arena di Verona, e che a quanto pare l’ha spinta a ritirarsi definitivamente dai social, e vi invito invece a considerare tre possibili passaggi per avviarci a una ragionevole guarigione dalle psicosi collettive di questo periodo.

Il primo, obbligato: evitare gli estremismi. Sia quando mettiamo qualcuno sul palcoscenico che quando decidiamo di tirarlo giù a qualsiasi costo: il nostro prossimo, famoso o meno, ci somiglia molto. E tutti soffriamo molto quando ci sentiamo trattati ingiustamente oppure offesi senza motivo. Pensate a come vi sentireste se qualcuno, facendo il vostro nome e cognome, scrivesse su Facebook che la sera della festa di vostro cognato eravate vestite come Moira, la tigre del ribaltabile. O che andasse in giro a dire che sul posto di lavoro valete poco più di zero (e talora si potrebbe, ah, se si potrebbe).

Il secondo: riconoscere il talento altrui e confrontarlo con il nostro, che in genere è molto meno ipertrofico, senza provare vergogna. Si può essere soddisfatti della propria esistenza anche quando si è illuminati di luce riflessa: se la vita non vi ha regalato talenti degni di nota cercate almeno di essere brave persone, che sarebbe già tanto.

Il terzo, più difficile di tutti: evitare di manifestare pubblicamente la propria idiozia. Nel 1981, anno in cui la canzone fu presentata a Sanremo, qualcuno ebbe l’incredibile idea di querelare la Goggi con la seguente motivazione ufficiale: «Con la sua canzone ha buttato fango sulle stagioni e praticato un danno incalcolabile ai bambini, perché chiama “maledetta” la primavera, distruggendo ai loro occhi l’immagine della stagione più bella». Come vedete, insomma, gli imbecilli esistevano anche prima dell’era dei social. Il guaio è che prima si trattava di schegge impazzite delle quali si poteva ridere benevolmente; mentre adesso anche loro hanno un palcoscenico dal quale esibirsi e in gruppo, perché solo in gruppo le iene sono capaci di muoversi, riescono a produrre i danni ingenti a cui assistiamo ogni giorno, increduli e impotenti.


La canzone della clip, contrariamente a quanto tutti vi sareste attesi, non è “Maledetta primavera”. Ho scelto invece “A cosa pensano”, di Alice, tratta dall’album “Azimut” (1982). In quegli anni Alice era al massimo della sua carriera: brava, magnetica, affascinante, la guardavo dal basso dei miei tredici anni con la mandibola che mi pendeva come un australopiteco. Peccato non averla mai potuta incontrare per dirglielo: ero innamoratissimo di lei.