Tu chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, soprattutto lei


Molti anni fa, avrò avuto sette o otto anni, mi trovavo nel tennis club dove imparai a tenere in mano la racchetta.

Era pieno inverno, ma l’inverno nei luoghi in cui sono nato erano e sono una stagione clemente, che permette di giocare all’aperto salvo quando piove. Quel pomeriggio però sentivo davvero tanto freddo: andai da mio padre, che attendeva a bordo campo, e gli chiesi cosa potevo fare per attenuare la sensazione di gelo alle mani. Lui mi disse di metterle sotto un getto di acqua fredda, e io così feci. Il risultato lo potete immaginare: fui incapace di continuare a giocare perché la mano destra era diventata un blocco di ghiaccio e non riuscivo nemmeno a piegare le dita.

Non chiesi spiegazioni a mio padre. Feci invece due cose: la prima fu cercare di capire quale fosse l’errore di metodo insito nella sua soluzione. Ricordai di aver letto un fumetto, poco tempo prima, in cui Paperino, assai sprovveduto e in missione al Polo per zio Paperone, mezzo assiderato, fu immerso dai nipotini nell’acqua bollente e si rianimò. Provai sotto il getto di acqua calda, la volta successiva, e in effetti andò meglio: le mani si erano riscaldate e riuscii a giocare.

La seconda fu chiedermi perché mio padre, che agli occhi del Giancarlo bambino era una sorta di padreterno onnisciente e infallibile, mi avesse dato la dritta sbagliata. Pensai che si fosse confuso, per prima cosa, e che in realtà avesse voluto dirmi di mettere le mani sotto un getto di acqua calda, e non fredda. In fondo anche gli adulti possono risponderti distrattamente, se hanno la testa altrove, e io adesso ne so qualcosa. Ma non ne ero convinto del tutto.

Adesso, a 52 anni, mi piace pensare che mio padre abbia sbagliato apposta. Non perché in lui albergasse una vena di sadismo, per carità, ma perché è così che cresciamo: attraverso i tentativi, spesso reiterati, e gli inevitabili errori che ne conseguono. Forse voleva solo saggiare la pasta di cui ero fatto: sarei tornato da lui in lacrime? Mi sarei arrabbiato e gliene avrei dette di ogni? Avrei fatto finta di nulla e ripetuto a oltranza la stupidaggine di mettere le mani sotto l’acqua fredda?

Noi genitori abbiamo gli occhi sempre puntati sui nostri ragazzi. Da loro ci aspettiamo il meglio, la risposta più logica, più coraggiosa, più dentro o (nel mio caso) più fuori dagli schemi. Così, mi piace pensare che quel giorno il rapporto tra me e mio padre abbia preso una china diversa: questo se la cava benissimo da solo, deve aver pensato dietro la sua tipica espressione impassibile da pokerista professionale, quindi posso occuparmi di altre situazioni più critiche. La qual cosa, va detto, non ha sempre avuto sviluppi positivi per il sottoscritto, ma tant’è: sempre meglio troppa fiducia che troppo poca. Almeno nel mio caso.

Il che mi riporta a una frase del noto psicologo italiano, che ho letto stamattina su un quotidiano. Se noi a noi figli diamo tutto senza fatica, si chiede lo psicologo, come faranno a sviluppare le potenzialità del loro intelletto? Come potranno essere stimolati a usarle per conquistarsi la loro preda, qualunque essa sia?

Il mio ultimo primario diceva (e dice) sempre: mi piacciono le persone che hanno fame. La “fame”, come la intende lui, è la volontà inestinguibile di capire, conoscere, non accontentarsi, tendere al miglioramento continuo di se stessi, al superamento dei propri limiti come scopo della vita. Se hai avuto sempre tutto pronto, durante le fasi della tua crescita, tutto servito in tavola, difficilmente sentirai quel genere di fame. La stessa fame che fa la differenza, in qualunque mestiere, tra uno soltanto bravo e uno veramente eccezionale.

Ma adesso è troppo tardi per chiedere spiegazioni a mio padre. Di fronte a domande come quella che gli porrei in questo momento, lui indosserebbe sul viso la sua tipica maschera di impassibilità e, sorridendo appena agli angoli della bocca, risponderebbe: Mi dispiace, ma non ricordo nulla di quel pomeriggio.

La canzone della clip è Solo all’ultimo piano, di Mogol-Minghi, cantata da Gianni Morandi e pubblicato per la prima volta nell’album Morandi (1983). Quando ripenso ad alcune notti in bianco prima degli esami universitari, è questa la canzone che mi viene in mente.

2 Responses to “Tu chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, soprattutto lei”

  1. Pier Silverio ha detto:

    (Perdona l’OT)

    Sono contento di vedere che il blog esiste ancora. L’ultima volta che sono venuto qui ero ancora in corso, parliamo di 5-6 anni fa? Da allora la vita è successa, ma ora ho deciso di tornare seriamente a studiare medicina, dal basso del secondo anno! Ma almeno le idee ora sono più chiaro, ed è ritornata anche la determinazione (o meglio, è arrivata per la prima volta!).
    Ora mi leggerò la tua guida per specializzandi, che vedo ai aggiornata addirittura al 2020, e abbastanza corposa.

    Penso che ti chiederò consigli sparsi nell’arco dei prossimi anni (segue faccina si rito su internet)
    😀
    Alla prossima!

    Pier

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